Anno 2004

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I dispositivi cattura immagine nelle operazioni militari

Lorenzo Striuli, 8 giugno 2004

La recente vicenda delle foto di prigionieri iracheni torturati impone una riflessione sulla diffusione di strumenti cattura immagine nelle odierne operazioni militari. L'utilizzo di dispositivi fotografici di proprietà del singolo soldato in teatro d'operazioni non è cosa nuova, e non di rado ciò si è rivelato nel tempo una fonte insostituibile per storici e appassionati di militaria nell'attività di ricostruzione histoire-battaille. Tuttavia in passato il possesso di immagini provenienti dagli stessi protagonisti dei teatri d'operazioni si è rivelato raramente fonte di imbarazzo per comandanti e politici.

Ciò è stato causato da una serie di fattori: macchine fotografiche e cineprese a lungo sono stati beni di lusso per gli strati popolari da cui proveniva la truppa, e pertanto solo pochi soldati potevano permettersele; lo sviluppo di rullini e pellicole richiedeva l'ausilio di studi fotografici (o per lo meno di facilities proprie di studi fotografici) e, prima di giungere a questi, gli apparati militari tendevano a monitorare attentamente ciò che di "sensibile" i soldati potevano detenere con sé; una diversa concezione del singolo relativamente alla morte e alle "brutture del mondo" faceva configurare queste ultime come inevitabili (soprattutto in un conflitto armato), e non mezzi di critica o come strumenti di scoop.

Oggi queste condizioni sono drasticamente mutate e la realtà che ci è data è ben diversa. Due caratteristiche di questa trasformazione vanno isolate. La prima afferisce alla rivoluzione del digitale, da porre in concomitanza con l'innalzamento dello status socio-economico del militare professionista. Quest'ultimo, infatti, può oramai disporre non solo di apparati digitali (tra l'altro di pesi e dimensioni ridotte e quindi atti a essere trasportati e utilizzati persino nei momenti operativi "più caldi") per la cattura e riproduzione delle immagini, quanto anche idonei al processo e alla trasmissione delle stesse. Si pensi ai telefonini che possono fotografare e spedire immagini per tutto il mondo tramite servizi appositi di messaggeria o vere e proprie e-mail, o anche alle chiavette di immagazzinamento di memoria che possono contenere in pochi centimetri cubici (grosso modo simili alle dimensioni di una gomma da disegno) migliaia di fotografie e filmati ad alta risoluzione.

La seconda caratteristica della trasformazione è data invece dal mutamento degli orizzonti etico-culturali del soldato occidentale, a sua volta dovuto a quella che qualcuno ha chiamato "rivoluzione delle capacità analitiche degli individui". Secondo questa rivoluzione i singoli delle opulente società postmoderne hanno un più debole legame con l'autorità e le logiche di autorità e di segretezza. Si potrebbe aggiungere anche con la concezione filosofica della morte e della presenza del dolore e del male nel mondo. Tutto questo può spingere i giovani soldati di oggi verso un comportamento più critico e vigile nei confronti di quanto accade intorno a loro, e ciò comporta ricadute senza dubbio positive: l'inibizione di comportamenti scorretti di vario genere e "intensità" in taluni, di fronte al timore che potrebbero essere "ripresi" da altri; la maggiore diffusione di immagini che, successivamente a una operazione, possono essere utilizzate come Instruments of Learning per la ricostruzione di avvenimenti o per l'acquisizione di elementi informativi; la disponibilità di un variegato materiale iconografico utile un domani a storici e giornalisti.

Tuttavia non è possibile non soffermarsi sulla ricadute negative che possono ugualmente derivare da una situazione come quella attuale. Innanzitutto bisogna ricordare che notizie di una certa credibilità, se corredate da immagini, tendono a "viaggiare sempre più avanti" di una verifica dei fatti, anche quando questa riesce a comprovare una smentita della notizia originaria. Come esempio ci si può rifare al caso delle foto di violenze di soldati italiani in Somalia. Si provi a pensare quanti, nell'opinione pubblica, conoscono e/o hanno poi dato credito ai risultati della Commissione Gallo istituita per l'occasione, che ha mostrato come sostanzialmente fossero stati circoscritti tali episodi.

È intuitivo pertanto come immagini di violenze da parte di militari possano costituire veri e propri autogol sul proprio centro di gravità nel contesto delle moderne formazioni militari occidentali impegnati in operazione. Tanto più che "rivoluzione delle capacità analitiche degli individui" può non solo tradursi in un maggiore accrescimento etico e responsabilizzazione degli stessi, quanto anche, in taluni casi, in un maggiore affinamento dei modi per avere un ritorno economico (si ricordi il caso di qualcuno che, ai tempi dell'inchiesta sui fatti somali, rilasciò interviste e distribuì anche alcune fotografie - dimostratesi poi sia le une che le altre inattendibili in sede giudiziaria - al fine di poter coltivare la sua tossicodipendenza).

In tali casi non è da escludere che talune immagini possano essere utilizzate per dire di più di quello che realmente mostrano. Come esempio si supponga che venga diffusa l'immagine di un soldato sorridente che espone a mò di trofeo una testa mozzata. Una simile foto potrebbe essere accompagnata da testimonianze secondo le quali quel soldato si sarebbe macchiato di crimini orrendi, e che quella foto è stata scattata proprio in occasione di uno di questi. Magari in un momento successivo si viene ad appurare che invece quel soldato ha semplicemente raccolto la testa di un cadavere e si è messo scioccamente in posa per ostentare il suo cinismo di fronte alle brutture dei teatri di operazione. Cosa è lecito pensare che faccia più scalpore delle due notizie? Ancora, quali conseguenze potrebbero scaturire a livello di legittimazione e di immagine della missione da una tale vicenda?

Considerazioni come queste non sono solo da ricondurre ai rapporti fra politica, mondo dell'informazione, forze armate e opinione pubblica, dato che vi è in egual misura una dimensione più prettamente militare e di intelligence di cui tener conto. Come gli storici sono spesso in grado di ricostruire le vicende di un reparto soffermandosi sulle uniformi, sulle mostrine, sugli equipaggiamenti, sulle coccarde e su quant'altro sia presente in foto prese in un determinato luogo a una determinata data, anche il nemico è oggi provvisto potenzialmente della capacità di acquisire informazioni sensibili in tempo reale dall'analisi di immagini che qualcuno ha catturato in teatro d'operazioni e ha inopinatamente diffuso. Tanto più che la diffusione può avvenire tramite canali che per l'avversario costituirebbero vere e proprie Open Sources, qual è il caso dei numerosi siti e newsgroups che si compongono di immagini inviate da militari impegnati nei teatri d'operazione. Internet è piena di tali siti in tutte le lingue, e tra l'altro sono numerose le immagini provenienti da contingenti italiani.

Se è vero che non è certamente praticabile una piena censura della strumentazione cattura immagine a disposizione dei soldati, è pur vero che una riflessione sulla ricaduta della diffusione di apparati digitali ai minori livelli si debba sicuramente imporre a livello di pianificazione e condotta delle operazioni, e che vada almeno pensata una qualche forma di contromisura di quelle manifestazioni di tale fenomeno più in conflitto con le esigenze di segretezza e di immagine dello strumento militare. Questo perché la digitalizzazione del campo di battaglia non è cosa soltanto relativa a una concezione networkcentrica delle operazioni, quanto anche alla dimensione sociale e quotidiana della vita militare in tutti gli aspetti delle moderne missioni.

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