Anno 2004

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Africa, il quadro dei conflitti e delle pacificazioni

Andrea Tani, 19 gennaio 2004

Le vicende dell'Africa non sono quasi mai al centro dell'attenzione dei grandi mezzi d'informazione. Probabilmente a torto, dato che in questo continente, o meglio nella sua porzione centro-meridionale, si sta giocando il futuro di un complesso di etnie fondamentali dell'umanità: ottocento milioni di anime, aggredite come mai prima e altrove dalle più virulente piaghe dell'Apocalisse (guerre, malattie, carestie) e apparentemente incapaci di difendersi, almeno fino a qualche tempo fa. Se l'Africa dovesse sprofondare, è difficile che il resto del pianeta eviti lo tsunami geopolitico e morale che ne deriverebbe. Nessuno è immune alle sue vicende.

La consapevolezza di questa realtà è uscita dal ristretto ambito degli analisti più consapevoli per diventare uno dei più condivisi assiomi che dominano la scena internazionale. Nonostante che siano altre le apparenti priorità del momento, l'Africa è sempre di più percepita come il massimo problema dei nostri tempi in una raccapricciante gara con la proliferazione delle armi di sterminio. Qualsiasi notizia dal continente deve essere accolta con la massima attenzione; qualsiasi buona notizia, con il massimo sollievo. E questo avvio del 2004 ne offre incredibilmente più di una.

Per la prima volta da decine di anni nessuna deflagrazione maggiore insanguina il continente. La grande guerra del Centro Africa, che ha coinvolto per cinque anni sei Paesi dell'area e prodotto oltre tre milioni di morti e devastazioni inenarrabili è finita. Un governo di coalizione è stato formato a Kinshasa, la capitale del Congo, sotto la decisiva mediazione del Sud Africa. Gestirà le prime elezioni democratiche del Paese dal 1960, anno dell'indipendenza dal Belgio. Nelle province orientali continuano residue attività di guerriglia e banditismo, con il coinvolgimento più o meno surrettizio di Rwanda e Uganda, ma non sembrano in grado di riattizzare il falò principale. Sono monitorate da forze di pace dell'ONU, i 10.800 uomini del MONUC, che hanno temporaneamente passato la mano nel corso del 2003 a un dispositivo militare della UE capitanato dalla Francia: la prima iniziativa "out of area" della costituenda Unione militare.

Anche gli altri focolai maggiori sono sotto controllo. In Liberia è operante una forza dell'ONU di 15.000 uomini, la maggiore dell'organizzazione in Africa - e nel mondo - che sta gradualmente prendendo il controllo dell'intero territorio. Compra le armi dei ribelli (75 dollari per un AK 47) e reprime i tumulti residui e occasionali, dovuti spesso alle proprie carenze di cassa. L'ex presidente Taylor ha lasciato il Paese ed è in esilio in Nigeria. Rischia un processo per crimini contro l'umanità per l'insensata e crudelissima repressione contro gli oppositori, interrotta solo dall'intervento dei marines americani, propedeutico al peace-enforcing internazionale.

Analogo intervento è avvenuto in Costa d'Avorio ad opera dei legionari francesi, che hanno arrestato la dissoluzione del paese e fermato il consueto bagno di sangue fra fazioni rivali. L'ONU sta organizzando una forza di pace inter-africana - per ora di 1.200 soldati, che si aggiungono ai 4000 francesi - per dare continuità alla tregua in atto e conferire una patina di internazionalizzazione a quello che è iniziato come un salvataggio degli ingenti interessi di Parigi nel Paese. Si tratta del maggiore produttore mondiale di cacao, con un porto-capitale (Abidjan) che è il più capace dell'Africa occidentale. Anche per questo tutti i Paesi dell'area hanno interesse che la guerra civile finisca, non solo la Francia. Un accordo fra le due parti in lotta ha già portato a un ritiro delle armi pesanti dalla linea del cessate il fuoco e alla promessa dei ribelli di aderire a un governo di coalizione guidato dal presidente Gbabgo.

In Burundi è in corso un tentativo per arrestare la guerra civile che ha provocato 300.000 morti in dieci anni. Il conciliatore è questa volta l'Unione Africana; il pacificatore effettivo è il solito Sud Africa. 2500 soldati del suo esercito sono nel paese e hanno costretto il Fronte di Liberazione Nazionale ribelle a firmare un armistizio il 16 novembre scorso. Nonostante la tregua sia rotta in continuazione, con attacchi ed eccidi di ogni tipo (nel corso di uno dei quali è stato ucciso il 29 dicembre l'inviato del Vaticano, Monsignor Courtney), la pacificazione sembra reggere.

In Sudan è stato firmato da qualche giorno un accordo fra il governo musulmano di Karthoum e i ribelli cristiani e animisti del sud, che dovrebbe aver posto fine a una faida che ha massacrato due milioni di civili. La mediazione è stata americana, anche perché il Sudan è in odore di fondamentalismo ed è sotto stretta sorveglianza CIA. L'accordo prevede anche una clausola economica, che ripartisce fra le diverse fazioni i proventi del petrolio recentemente scoperto. Nel 2005 il Sudan potrebbe produrne mezzo milione di barili al giorno, in gran parte esportabili.

La Repubblica Centroafricana sta apparentemente cercando di arrivare alla pacificazione con i propri mezzi. Nel marzo 2003 un colpo di Stato dell'attuale presidente Bozize, che ha formato un governo di coalizione, ha posto le premesse per un ristabilimento dell'ordine e della sicurezza. I combattimenti sono diminuiti ma non cessati. La crisi finanziaria che ha colpito il Paese, stremato da anni di devastazioni, mette in forse la solidità della ripresa, anche perché la burocrazia statale che dovrebbe guidarla non riceve praticamente alcun salario. Bozize ha lanciato un SOS all'ONU. Annan ha risposto con un appello alla comunità internazionale per aiuti finanziari e militari. Si spera nel consueto interventismo umanitario di Johannesburg.

Offre novità interessanti pure il Rwanda, che non è stato interessato da conflitti recenti, anche se nel 1994 vi ebbe luogo il genocidio di 800.000 Tutsi che dette il via alla deflagrazione dell'Africa Centrale. Nel settembre 2003 sono state tenute le prime elezioni multipartitiche della storia del Paese (e dell'area tout court: l'Uganda sembra voler seguire). Il risultato è stato sorprendente: gli eletti sono per il 50% donne. Potrebbe costituire un precedente di straordinario interesse. Non si tratta solo dell'ovvia ripartizione di onori e oneri fra le due metà del cielo, ma dell'accesso a un potere sempre negato della componente più pregiata e responsabile del contesto sociale. In Rwanda come altrove in Africa; e non solo.

Se i principali conflitti sono stati domati, ne rimangono attivi alcuni minori. La Somalia continua a essere terra di bande senza alcuna autorità centrale. L'Etiopia e l'Eritrea sono ancora una volta sull'orlo di un conflitto territoriale assurdo quanto sterile. Il Congo Brazzaville è nel pieno della sua guerra civile. L'Angola non ne è uscita del tutto. Ma Roma non è stata fatta in un giorno. Quello che è accaduto in pochi anni - addirittura pochi mesi - ha del miracoloso.

Oltre a una nuova consapevolezza dei potentati della terra (soprattutto gli USA, preoccupati del possibile proselitismo di Al Qaeda in terre parzialmente musulmane, che si sono aggiunti a una nuova e sorprendente Germania e ai consueti ONU, Francia e Regno Unito), si sta sviluppando una autentica governance africana a livello continentale. I suoi poli sono essenzialmente il formidabile Sud Africa, degno di un vero premio Nobel per la pace, e la Nigeria, che oltre a sopravvivere in qualche modo aiuta gli altri a provarci. Meno la citata Etiopia e ancor meno l'Unione Africana, che sta rilanciando timidamente l'eredità dell'OUA.

Oltre alla eliminazione della guerra e dei focolai conflittuali, questo fascio di buona volontà si sta focalizzando verso la risoluzione delle carenze intrinseche dell'Africa subsahariana: povertà, sottosviluppo, fame, difetto di rappresentatività politica, incultura, bambini soldati e soprattutto malattie. In primis l'AIDS, l'altra grande sfida in corso, e in un certo modo l'altra buona notizia: gli africani cominciano a fronteggiare attivamente questo flagello, che mina le basi della loro stessa esistenza fisica e sociale. Dei 35 milioni di malati nel mondo, 24.5 sono africani.

Gli occidentali stanno facendo uno sforzo formidabile per rendere loro accessibili le costosissime medicine che ritardano l'esito della malattia. L'ex presidente Clinton si è distinto con una sua fondazione in questa lotta erculea alle leggi del mercato. I risultati sono incoraggianti: riduzioni fino all'80% dei prezzi. Anche la Chiesa africana sta sempre più apertamente rimuovendo il tabù dei profilattici. Il primate del Belgio è stato piuttosto esplicito in tal senso. E' difficile comprendere quale dei due sacrifici sia stato maggiore: la quadratura dei bilanci delle multinazionali farmaceutiche o la fedeltà alle discutibili modalità applicative di un dogma di fede cattolico. Comunque sia, il buon senso sta prevalendo. E non è poca cosa.

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