Anno 2004

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Iraq, l'assalto degli sciiti e il modello afghano

Andrea Tani, 19 gennaio 2004

Il problema Iraq da essenzialmente militare sta diventando prevalentemente politico. E' un buon segno ovviamente, ma non necessariamente un segno di maggiore maneggevolezza. I veri duri stanno scendendo in campo - gli sciiti e i loro corposi numeri, con le dimostrazioni dei giorni scorsi e la voce grossa dei loro leader (in primis l'ayatollah Sistani, definto da Le Figaro "Arbitre incontournable de la scéne irakienne") - e il gioco si fa oltremodo duro. Il futuro dell'Iraq certamente gli appartiene, come avverrebbe in qualsiasi paese dove un gruppo omogeneo rappresenta il 60% della popolazione e il resto è diviso. La guerriglia baathista e persino quella di Al Qaeda sono schegge fragorose di un passato scomparso con la cattura di Saddam Hussein, nel primo caso, e di un presente sempre più condizionato dal pesante assedio globale che interessa il fondamentalismo militante, nel secondo.

Le masse sciite invece non sono schegge ma robusti tronchi, tutt'altro che superati dagli eventi. La partita che è iniziata con gli imponenti moti di popolo della scorsa settimana è proprio quella che alla fine definirà il loro ruolo nell'Iraq post saddamita: ossia se comanderanno da soli e a modo loro o divideranno il potere con altri. E' difficile pensare che ancora una volta qualcuno riesca a ridimensionarli. La storia e la demografia possono essere compresse anche a lungo, ma alla fine prevalgono e impongono le loro logiche. Poiché il motivo del contendere riguarda l'inevitabilità o meno di un processo democratico immediato - che porterebbe gli sciiti ad assumere la leadership del paese, e con essi un clero assai vicino all'irriducibile teocrazia iraniana - è opportuno tentare qualche riflessione su cosa si può e si deve intendere per democrazia rappresentativa in un paese come l'Iraq.

Innanzitutto c'è da chiedersi quale tipo di democrazia sia possibile nei tradizionali cantoni della nazione araba, cantoni tribali e allo stesso tempo islamici, politicamente e socialmente frazionati e allo stesso tempo totalitari sotto l'aspetto culturale e ideologico. Se lasciato al corso naturale della dialettica democratica alla maniera occidentale, il secondo aspetto della loro natura - il totalitarismo - farebbe un solo boccone delle specificità, come è accaduto dovunque sia avvenuta un'autentica competizione. Una confessione così monopolizzante come quella a sfondo integralista che incarna la rinascita dell'Islam, metterebbe in riga in tempi brevissimi le difformità tribali e i particolarismi. La sua base dottrinaria fu definita millequattrocento anni fa dal Profeta proprio con questo specifico obiettivo in mente e funzionò egregiamente; lo farebbe anche adesso.

Un'esito del genere sarebbe scontato in Algeria come in Iran, Sudan, Mauritania, Nigeria, Yemen, Arabia Saudita (se ci fossero le elezioni), Afghanistan (se gli occidentali lo permettessero), Iraq (se gli eventi prendessero la piega che si annuncia in questi giorni) e Pakistan (siamo a un filo dal suo realizzarsi). Per evitarlo non vi sono che due vie, piuttosto obbligate. Una è quella kemalista, ossia la laicizzazione imposta dalle baionette, realizzata negli anni '90 in Algeria, nonché perseguita con un certo successo dall'incompreso Saddam Hussein per un trentennio (in realtà il Raiss si appoggiava più al partito che all'esercito, ma comunque anche il primo era armato, quindi all'atto pratico non fa molta differenza). Si tratta di un modulo ormai improponibile: la comunità internazionale non lo gradisce e la globalizzazione telematica non lo permette, almeno non sotto gli occhi dei benpensanti. I civili si possono infatti bombardare ma non conculcarne i diritti umani. Oltretutto, nel nostro caso repetita non iuvant. Sarebbe difficile spiegare alle famiglie dei cinquecento soldati americani (nonché diecimila iracheni) caduti in guerra in Mesopotamia come mai a un tiranno ne segue un altro praticamente identico.

Vi sarebbe anche una variante relativamente presentabile di questo modello: quella del nazionalismo socialista nasseriano, che è una mutazione vagamente progressista del kemalismo. E' sopravvissuta solo in Siria. Non meritava forse la fine che ha fatto, considerato quello che è venuto dopo, ma a suo tempo la Siria scelse di schierarsi dalla parte sbagliata della guerra fredda ed è rimasta travolta nel crollo del Grande Protettore. Nell'euforia del momento il vincitore statunitense non dette prova di grande lungimiranza, ma era un tempo nel quale sembrava che la storia fosse "finita" e il modo di governarsi di lontane tribù arabe sembrava veramente un trascurabile dettaglio (almeno finchè il petrolio avesse continuato a fluire…).

Rimane l'altra strada: quella afgana, inventata per la ricostruzione dell'Afghanistan e apparentemente efficace, almeno per adesso e in rapporto alle catastrofiche condizioni di quel paese. Dopo la cacciata di Al Qaeda e la sconfitta dei talebani - l'una probabilmente definitiva, l'altra non si sa ancora quanto - il destino delle fiere tribù pashtun e assimilate era sceso di molti livelli nell'attenzione geopolitica degli Stati Uniti. Impegnati su altri fronti e in altre battaglie, questi erano relativamente paghi del risultato conseguito e preoccupati unicamente di evitare che i talebani riprendessero in mano il paese, sia per lo scorno di immagine che ne sarebbe derivato, sia per la possibilità di ritrovarsi tra i piedi un santuario per terroristi. E' stato più per merito dell'ONU - e soprattutto della NATO, un insospettato outsider in cerca di legittimazione esistenziale - che il processo di nation building si è attivato sul serio, portando a un accordo generale fra più di 500 etnie e gruppi tribali del paese rappresentate nel gran consiglio della Loya Jirga.

Dopo interminabili discussioni, nello scorso dicembre i delegati hanno concordato sul bilanciamento delle istituzioni future (Parlamento, presidente, governo centrale e amministrazioni locali, autorità religiose, gruppi etnici, minoranze, laici (ovvero ex comunisti) e donne (in burka o meno). Ossia tradizione e modernità) e hanno prodotto una bozza di costituzione che è stata definita "una delle più illuminate" del mondo islamico. Nessuno si è giustamente sognato di far precedere questo delicato travaglio di una classe dirigente in formazione da elezioni generali aperte a masse fanatizzate, inconsapevoli e fratturate in una miriade di faglie di appartenenza. Sarebbe stata una catastrofe. Una volta fissato e definito il contesto istituzionale e costruita un'intelaiatura di Stato, sarà possibile procedere anche al passaggio elettorale, ma non prima di aver predisposto i necessari anticorpi verso la dissoluzione e l'anarchia. Non è detto che il meccanismo funzioni, ma è stata operata la scelta più saggia e lungimirante a disposizione.

Analoga via potrebbe - e forse dovrebbe - essere percorsa per l'Iraq, come suggerisce in un articolo sull' International Herald Tribune del 20 gennaio James Dobbins, direttore del Centro per la Sicurezza Internazionale e la Policy di Difesa della Rand Corporation, nonché inviato speciale del presidente Bush in Afghanistan. Dobbins ricapitola i successi dell'operazione Loya Jirga e ne auspica l'estensione metodologica al caso iracheno, facendo anche notare che quest'ultimo si presenta più arduo di quello afgano, contrariamente a quella che è la percezione comune. Infatti in Afghanistan prima dell'esito finale esisteva un poderoso complesso di forze endogene che contrastavano la teocrazia talebana, la famosa Alleanza del Nord, appoggiata da sempre da Russia, Iran e - novità per i non specialisti - India. In occasione di Enduring Freedom gli Stati Uniti hanno fornito intelligence, appoggio aereo, fuoco preciso e forze speciali, ma il grosso del lavoro lo hanno svolto i mujiaiddin armati, addestrati e riforniti dai suddetti sponsor.

Il dopoguerra vede una situazione similare. Per la stragrande maggioranza della popolazione afgana i talebani sono terroristi, non patrioti. Non vi sono nostalgici nella Terra degli Uomini Liberi, ma solo infiltrati dal Pakistan e faide locali. Non si può parlare di una resistenza all'invasore occidentale e neanche di una insurrezione. Sembra incredibile, ma la pacificazione potrebbe essere più agevole qui che in Iraq, se gli afgani decidessero di diventare una nazione e non un insieme di anarchici in perenne vitalistica zuffa fra loro. Il problema principale in Afghanistan è indurre i battaglieri Pashtun a cambiare sport e passione nazionale: sostituire la guerra con il calcio o il polo, contentandosi di trasgredire con il solo contrabbando di oppio. Peraltro assai più remunerativo delle armi.

In Iraq coesistono tre nazioni: i curdi, i sunniti e gli sciiti. Metterli d'accordo sarà certamente difficile, ma potrebbe essere impossibile se prevarrà l'ipotesi delle elezioni prima dell'assemblea costituente. L'esito di una simile iniziativa potrebbe essere quanto di più antidemocratico si possa immaginare. In una situazione come quella dell'Iraq di oggi i voti non si possono contare. Si devono pesare, devono venir fuori da un processo di elaborazione del consenso che permetta di mediare senza strappi più traumatici di bombe e attentati i rapporti di forza fra etnie, confessioni, tribù e interessi. Allo stesso tempo occorre evitare che tutto scompaia nel calderone interclassista, interetnico e trascendente della setta islamica prevalente sul piano dei numeri. L'Iraq finirebbe per essere fagocitato dalla relativa nomenclatura teocratica, determinando una vera e propria riedizione clericale e locale delle dittature totalitarie europee.

Al di là dei rovinosi sconvolgimenti strategici che una soluzione del genere comporterebbe, sarebbero ancora una volta gli iracheni a dover sopportare un destino che tutto sommato non meritano. Non sono opera loro gli accordi Sykes-Picot che dettero origine al paese quasi novanta anni or sono, dopo la dissoluzione dell'Impero ottomano. A quel punto sarebbe forse preferibile - come ha suggerito il New York Times di qualche tempo fa - una tripartizione del paese nelle etnie e confessioni dominanti.

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