Anno 2004

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Israele, perché non è assurda la rinuncia al nucleare

Andrea Tani, 2 febbraio 2004

La strategia seguita dall'amministrazione Bush nei confronti della proliferazione delle armi di sterminio ha consentito di cogliere i successi più significativi del quadriennio repubblicano che si sta chiudendo. Dei peggiori proliferatori del pianeta, effettivi o potenziali (Corea del Nord, India, Iran, Iraq, Libia, Pakistan), Iraq e Libia sono stati depennati dalla lista - con le cattive o con le buone - l'Iran si trova in una condizione molto prossima e i due coinquilini del subcontinente indiano sono stati cooptati nel club occidentale ma messi sotto sorveglianza speciale (o agli arresti domiciliari, se si preferisce). Solo l'India è rimasta relativamente a piede libero, ma di fatto è stata inglobata in una rete di interdizione e monitoraggio controllata dal suo colossale vicino-protettore cinese, che prima o poi dovrebbe portare al disinnesco del suo potenziale dirompente.

In sostanza solo il Pakistan e la Corea del Nord possono ancora essere considerati nuclearmente critici, a causa della loro intrinseca instabilità e di fattori peculiari per ciascuna delle situazioni. Ma è una criticità attentamente seguita, non solo dagli Stati Uniti ma dall'insieme della comunità internazionale. Nella sua aleatorietà si tratta di una situazione relativamente incoraggiante, per lo meno rispetto ai timori e alle previsioni di qualche anno fa. Questo risultato ha fatto sì che negli ambienti dell'estabilishment statunitense si possa cominciare a parlare apertamente - e cautamente - di un altro proliferatore non dichiarato, il più importante e antico anche se politicamente corretto: Israele.

Un articolo del Washington Times del 28 gennaio a firma di Craig Nelson solleva il problema, con il pretesto tutt'altro che peregrino che l'esistenza e la tacita accettazione dell'arsenale nucleare (e chimico e biologico) di Gerusalemme espone gli Stati Uniti all'accusa di tenere un "double standard" nei confronti dei due avversari storici del Medio Oriente. L'accusa è particolarmente pesante - nonché fondata - soprattutto in un momento come questo, nel quale l'amministrazione Bush sta facendo un grande sforzo di mediazione per arrivare a una composizione del conflitto arabo-israeliano. La sua imparzialità di "honest brooker" e quindi l'efficacia della sua azione sono continuamente contestate dai potentati arabi proprio per questo motivo. Ultimo il Gheddafi in versione "figliuol prodigo", che ha tuonato in tal senso in una intervista a La Repubblica del 26 gennaio, ripresa anche dalla stampa internazionale e seguita da un'ennesima presa di posizione della Lega Araba. Tutti i leader islamici moderati che hanno acceso alle capitali che contano hanno sempre sollevato il problema, senza alcun successo.

L'uscita del Washington Times è significativa perché proviene da una testata particolarmente vicina all'attuale amministrazione, oltre che molto autorevole, lontana anni luce dai consueti critici di Israele e del sionismo e particolarmente da coloro che si sono occupati del tema in chiave complottistica e accusatoria (fondamentalisti, sinistra estrema, organizzazioni pacifiste disarmiste a senso unico, stipendiati da Saddam e dai sauditi eccetera). Viene messo in luce nell'articolo che gli stessi generali israeliani, dopo la caduta di Saddam e il ridimensionamento di Siria e Iran, non ritengono più che sussista una vera minaccia sul fronte orientale del loro paese. Il pericolo è interno: il terrorismo e la rivolta nei Territori. La superiorità negli armamenti convenzionali di Tsahal è ormai tale da aver fatto affermare al generale Eivla Gilad che in caso di scontro con la Siria i suoi corazzati "…raggiungerebbero Damasco con la stessa facilità con la quale quelli americani sono arrivati a Baghdad". A questo punto viene da chiedersi: a che serve oggi la bomba con la stella di Davide?

"E' sempre più probabile - prosegue il giornale - che il significato del deterrente israeliano vada oltre lo specifico teatro mediorientale per coinvolgere il complessivo spazio esistenziale degli ebrei, dovunque si trovino e dovunque possano essere soggetti a persecuzioni. Si tratta di una polizza di assicurazione contro qualsiasi velleità di replicare i pogrom del passato, per non parlare della Shoah". Potremmo aggiungere che un approccio del genere potrebbe derivare anche dalla autopercezione del popolo ebraico come un unicum transcontinentale del quale Israele costituisce il focolaio storico, il simbolo, la punta dell'iceberg. Si tratta di un contesto non particolarmente ricco sotto il profilo demografico, ma certamente assai notevole sotto l'aspetto della qualità dei suoi cittadini, della valenza etica dei suoi legami e dell'autorevolezza della sue lobby.

Accettando questa prospettiva, Tsahal andrebbe considerato come il braccio armato di tutta la patria ebraica - non solo della sua formalizzata porzione mediterranea - e il suo deterrente finirebbe per simbolizzare il rango geopolitico della stessa patria, il suo status. Se, come sostiene il Washington Times e altre fonti (si veda la copiosa letteratura Internet esistente sull'argomento), lo stesso deterrente ha superato l'omologo britannico, è anche perché la nazione ebraica nel suo complesso si colloca in una corrispondente posizione nella gerarchia planetaria di potenza e influenza. L'equivalenza ha i suoi limiti, non sempre è difendibile (ad esempio non lo è affatto nel caso della Russia e del Giappone, per ragioni opposte), ma ha un suo appeal.

Non si tratta solo di status geopolitico o di gerarchie, ma anche di concretezze militari. Non esistono solo le armi nucleari. Quelle chimiche e biologiche hanno un grado di pericolosità del tutto analogo per un territorio ristretto e densamente popolato come Israele. Non tutti i suoi tradizionali nemici le hanno eliminate, tutt'altro. Il loro monitoraggio è molto arduo e sono facilmente occultabili. Le resipiscenze dell'Iran non sono del tutto consolidate e così le ambiguità dell'Arabia Saudita, che ha trescato a lungo sull'argomento con Corea del Nord e Pakistan. Quest'ultimo poi rappresenta il più inquietante punto interrogativo. Oggi è relativamente sottomesso a un intelligente amico - per convenienza certo, non per convinzione - dell'Occidente come Musharraff, ma domani chissà. Una repubblica teocratica integralista di Islamabad non turberebbe solo i sonni dei governanti indiani. Non parliamo poi di armamenti NBC provenienti dagli arsenali mal custoditi dell'ex Unione Sovietica, che possono arrivare nelle mani di governi ostili o di organizzazioni terroristiche che si appoggiano a questo o quello.

Insomma è presumibile che Israele non defletterà dalla sua tradizionale posizione di "Security First", al di là di tutte le considerazioni di status nazionale alle quali abbiamo accennato. Washington non è così sprovveduta da ipotizzarlo. Quello che probabilmente si auspica è di riuscire almeno a stanare Israele dalla sua posizione di comodo, come beneficiaria del carisma nucleare senza la responsabilità del proliferatore esplicito. Evitando nel contempo che la propria posizione nei confronti del problema possa essere giudicata ancora una volta di "benign neglet" ("Nuclear Weapons in the Middle East", USPID, 7.9.1998), oppure quella del sostanziale sensale che "guarda dall'altra parte". Se Israele vuole rimanere nucleare, che ci rimanga, assumendosene la responsabilità ma senza pretendere o sottintendere coperture altrui.

Fino ad oggi Gerusalemme non ha mai ammesso il suo status strategico. La guerra fredda è finita da un pezzo e l'US European Command non riceve più alcun beneficio dalle 200 - secondo altre fonti 400 - modernissime testate termonucleari e al neutrone di Tsahal puntate sul ventre molle meridionale dell'URSS. Gli americani hanno ritirato dal teatro euromediterraneo le proprie armi nucleari tattiche, figuriamoci se hanno bisogno delle complicazioni ingenerate da quelle altrui. La gratitudine è durata abbastanza, senza considerare che se si fa il conto di chi deve di più a chi, è difficile che il debitore si trovi al di là dell'Atlantico.

Tutto questo, in teoria; in pratica occorrerà verificare che si traducano in fatti queste timide velleità americane di emancipazione dai legami del passato e dai condizionamenti interni alla propria società. Un articolo di giornale, per quanto ispirato, non è certo sufficiente; è però un segnale. Prima della defenestrazione di dittatori e santoni e del ridimensionamento dei proliferatori, sarebbe stato impossibile anche quello. Come a suo tempo il nucleare di Tsahal costituiva un asset della strategia planetaria di Washington, oggi è un fardello. Bisognerà vedere quanto viene considerato indispensabile dagli stessi israeliani, che tutto sommato sono dei pragmatici realisti.

L'alternativa potrebbe essere una pace certa e generalizzata con il mondo arabo, garantita dagli Stati Uniti, accompagnata dagli investimenti occidentali favoleggiati a Oslo e da un generoso trasferimento delle più aggiornate tecnologie NetWarCentric e NMD del Pentagono, che rendono obsoleto qualsiasi armamento nucleare. Se tutto ciò si verificasse, allora in Galilea potrebbe ripetersi il miracolo sudafricano del dopo Apartheid, l'unica fuoriuscita "spontanea" dal nucleare di un Stato dei nostri tempi. Difficile, forse improbabile, ma non assurdo.

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