Anno 2004

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Israele, le iniziative di Sharon e il futuro dei Territori

Andrea Tani, 9 febbraio 2004

Negli ultimi tre anni Sharon ha sempre accennato a "penose concessioni" che Israele dovrà fare nella ricerca della pace. Ha cominciato a rompere un tabù quando si riferì alla West Bank e a Gaza come "territori occupati", cosa evidente per tutti fuorché per gli israeliani. Di recente ne ha abbattuto un altro ben più corposo con la famosa intervista ad Hareetz di lunedì 9 febbraio, nella quale ha annunciato di volere procedere a un ritiro unilaterale da Gaza degli insediamenti israeliani. Il che equivale a rimuovere diciassette degli esistenti ventuno insediamenti, con settemilacinquecento coloni che vivono in mezzo a un milione e trecentomila palestinesi poverissimi.

Oltre allo shock, la sorpresa è stata grande anche presso i suoi alleati più fedeli. I partiti di estrema destra sono insorti minacciando una crisi di governo. Non tutti però: il ministro della Difesa Mofaz, un leader dell'ala estremista del Likud, ha detto che è favorevole al ritiro, anche perché da responsabile di Tsahal è consapevole della indifendibilità dei coloni di Gaza e dell'enorme onere militare che la loro protezione impone all'esercito. I laburisti hanno ironizzato sulla nuova vocazione "laburista" del falco Sharon, mettendo in dubbio la trasparenza della mossa, date le vicissitudini giudiziarie del premier.

Com'è noto, il 5 febbraio la polizia ha interrogato per due ore e mezzo il primo ministro a casa sua su un sospetto caso di corruzione che potrebbe averlo interessato. Suo figlio Gilad ha ricevuto settecentomila dollari da un noto industriale per sponsorizzare in famiglia la costruzione di un villaggio turistico in Grecia. Il ragazzo non aveva e non ha alcuna professionalità, salvo quella di essere figlio del ministro degli Esteri del tempo. Sembrerebbe che ci fosse in ballo anche una intenzione di dare tre milioni di dollari direttamente a Sharon per il suo ranch. Altre accuse riguarderebbero - secondo la stampa israeliana - la fornitura di quaranta consulenti prepagati per la campagna elettorale del '99 a favore del generale. Il premier ha smentito di essere personalmente coinvolto in casi penalmente rilevanti.

Sembrerebbe trattarsi di vicende piuttosto ordinarie, considerato l'ambiente, la latitudine, il noto disinteresse degli uomini d'affari che ruotano attorno ai leader politici e il senso dell'opportunità di molti dei figli dei potenti (non di tutti, l'altro figlio di Sharon è un parlamentare), nonché gli innegabili costi della politica. Siccome in Israele la corruzione è punita solo se è provato un intento criminale, non è detto che l'accusa abbia un seguito. Se il primo ministro fosse riconosciuto colpevole, dovrebbe comunque dimettersi. Il nuovo procuratore generale, Meni Mazuz, deve decidere entro tre mesi se procedere al rinvio a giudizio. In tale lasso di tempo, il ritiro da Gaza può passare dall'enunciato a un grado di preparazione irreversibile.

Qualunque sia il futuro giudiziario del premier, i laburisti israeliani hanno comunque assicurato che se sul ritiro da Gaza dovesse fare sul serio, in Parlamento non gli faranno mancare i numeri per fare seguire alle parole - comunque motivate - i fatti. Com'è noto, i rapporti personali fra Sharon e Peres, l'ottuagenario leader laburista recentemente riconfermato alla guida del partito, sono eccellenti.

Per comprendere la portata dello shock israeliano è opportuno fare qualche passo indietro. Sharon è percepito come il campione della politica degli insediamenti. Appena entrato il politica negli anni Settanta, egli fece della colonizzazione della terra della Bibbia la sua bandiera. Sotto la sua diretta supervisione, come ministro dei Lavori Pubblici e più tardi come capo della lobby che ad essi si rifaceva, fece costruire oltre centoquaranta insediamenti, popolandoli nel tempo con oltre duecentomila coloni. La loro costruzione è andata avanti anche dopo la sua elezione a primo ministro nel 2001. Questo è il motivo per il quale la sua dichiarazione è stata percepita dal partito dei coloni con una incredulità iniziale, seguita da un furore implacabile. Il vecchio generale è ora considerato un traditore e viene invocata per lui la sorte di un altro eroe militare convertitosi al realismo politico: Rabin.

In realtà Sharon non solo e non tanto prepara il suo paese a dare via qualche insediamento (non è la prima volta che lo farebbe: nel 1982, come ministro della Difesa, ordinò l'evacuazione di cinquemila coloni dal Sinai, nel quadro del disimpegno seguito all'accordo di pace con l'Egitto) ma ha parlato anche di rettificare i confini inglobando qualcuno dei più popolosi e difendibili insediamenti nella West Bank, in cambio di qualche centro abitato di Israele abitato dai palestinesi più turbolenti, come Nazareth e Umm el Fahm. Quest'ultima è una città di trentamila abitanti, caposaldo degli integralisti palestinesi legati ad Hamas, da cui provengono gli elementi più radicali del movimento islamico fondamentalista basato in Israele. Metà del milione e trecentomila arabi di Israele (il venti per cento della sua popolazione complessiva) vive nell'alta Galilea, nei paraggi del "triangolo".

Se qualche centinaio di migliaia di essi fossero oggetto di un omaggio disinteressato di Sharon ad Arafat - o più presumibilmente del successore del primo all'erede del secondo, chiunque egli sia - in cambio dei duecentotrentamila coloni ebrei cisgiordani con annesse proprietà, si correggerebbe gran parte del differenziale demografico che entro pochi anni colmerà il divario di popolazione fra gli ebrei e gli arabi israeliani. Ossia la cosiddetta bomba demografica evocata più volte da Arafat. Il differenziale è determinato non solo dal più modesto tasso di fertilità delle famiglie israeliane (ma non di quelle dei coloni cisgiordani, e questo è un altro motivo di interesse) rispetto a quelle arabe, ma anche dall'emigrazione strisciante verso gli USA che ha fatto perdere a Israele un milione di cittadini dall'inizio della prima Intifada, compensati da poco di più di un milione mezzo di ebrei russi. L'onda moscovita si è esaurita, mentre quella dei fuoriusciti verso le Americhe potrebbe continuare. Si tratta di un pericolo mortale per Israele, la vera spada di Damocle che pende sul futuro del giovane Stato - più dei suicidi palestinesi e delle atomiche pakistane.

L'amministrazione americana è stata informata sui dettagli del piano Sharon dal vice premier Olmert, ex sindaco di Gerusalemme, considerato un astro in forte ascesa e possibile successore del generale. Anche se il ritiro fosse unilaterale - e quindi in contrasto con la filosofia della Road Map - si tratterebbe comunque di una iniziativa conforme alla visione complessiva del problema israelo-palestinese del presidente Bush, da implementarsi non prima delle elezioni di novembre. La mossa diminuirebbe i motivi di collisione con i palestinesi e aprirebbe la via per una definizione complessiva dei confini fra la stella di Davide e la Palestina. Anche per questo Olmert ha chiesto all'amministrazione americana un contributo finanziario per la compensazione dei coloni di Gaza che - secondo la radio israeliana (The Times, 4 febbraio) - dovrebbero ricevere cinquecentomila dollari per famiglia. Basterebbe questa cifra a dare il senso dell'irrealtà di qualsiasi prospettiva di un ritiro dei duecentomila coloni dalla Cisgiordania.

I commenti interni e internazionali sono stati di duplice natura. C'è chi percepisce positivamente la mossa di Sharon. Un passo avanti, qualunque sia il motivo, che si aggancia all'accettazione dell'opinione pubblica israeliana dello status dei Territori - terra palestinese occupata da Israele e non più le bibliche Giudea e Samaria in attesa di ricongiungersi alla terra dei padri. Entrambe le vicende si ricollegano anche al recente scambio del 29 gennaio di quattrocento terroristi palestinesi e libanesi con un pugno di israeliani vivi e morti in mano a Hezbollah. Un duro baratto per gli israeliani ma comunque un segnale che si sta trattando. Su questo e probabilmente su molti altri fronti. E' da considerare anche che a Gaza c'è l'acqua, proprio dove sono le colonie e al di là del processo alle intenzioni e alle dietrologie varie un ritiro israeliano consentirà di restituire agli assetati abitanti della striscia di Gaza questa vitale risorsa.

Molti sono i critici. Secondo loro si tratta di un'ennesima manovra di Sharon, che mira a guadagnare tempo, distrarre la stampa dai suoi guai giudiziari (il quotidiano Ha'aretz del 5 febbraio scrive che Sharon non vuole tanto rimuovere gli insediamenti quanto "i titoli che lo riguardano dai giornali") e minimizzare concessioni future in nome di sacrifici prossimi, nonché concretizzare un pegno negoziale da spendere nelle trattative di pace. Sharon vuole apparire come il pacificatore mentre è solo un conquistatore che ha capito che non può andare oltre e vuole trarre il massimo profitto dalla situazione prima del sigillo finale. La combinazione del ritiro da Gaza con la conferma della linea di demarcazione equivale alla erezione di una frontiera de facto con lo Stato palestinese, decisa da Israele in modo unilaterale. Gerusalemme dispone del quando e del come sarà il nuovo Stato e non lo fa attraverso un negoziato con la controparte, come prevedrebbe la Road Map, ma traendo un proditorio profitto dal tracciato che i militari di Tsahal hanno elaborato.

Vi sono specifici commenti arabi, fra gli altri quello del giornale Al Wathan (Oman), secondo il quale la mossa è solo un gioco di prestigio, annunciato in concomitanza con le disavventure giudiziarie del premier e con l'esame della barriera militare israeliana da parte del Tribunale Internazionale dell'Aja sotto il profilo della liceità giuridica internazionale Il tutto alla vigilia del suo viaggio a Washington previsto alla fine di febbraio. I palestinesi diffidano di quello che considerano un noto mentitore e in aggiunta deplorano il cambio di atteggiamento della UE sulla questione palestinese, evidenziato dal parere negativo dei paesi europei a che il suddetto tribunale si attivi.

Il quotidiano Al Ahram (Egitto) ritiene che quella di Sharon sia una mossa molto sospetta, in contrasto con tutto quello che il generale ha fatto finora. La dichiarazione è finalizzata solo a confondere le idee a una amminstrazione Bush che si è molto sbilanciata con la sua Road Map ed è in imbarazzo per gli scarsi risultati che questa ha conseguito in un anno elettorale. La realtà è che Sharon continua a costruire il muro e a tenere i Territori sotto assedio, ammazzando ogni giorno palestinesi. La pace - conclude il giornale - non si ottiene attraverso vuoti comunicati: ci vogliono fatti e azioni concrete. Prima di tutto occorre restituire ai palestinesi i loro legittimi diritti conculcati.

I notabili palestinesi apprezzano la mossa ma la considerano con sospetto. Sono un po' confusi. Arafat ha detto che il ritiro non si dovrebbe limitare a Gaza ma estendersi a tutta la Cisgiordania, dimostrando di continuare a padroneggiare in sommo grado quel senso dell'utopia che lo ha sempre caratterizzato. In verità il rais è un formidabile realista, ma non si esprime in tale esercizio nelle dichiarazioni ai giornali, che per lui sono pura propaganda. Il primo ministro Quereia ha dichiarato che quelle da Gerusalemme gli sembrano "buone notizie", anche se aspetta i fatti dopo le parole. Il capo della sicurezza dell'Autorità palestinese Rajoub ha detto che "Sharon sta vendendo aria", ricordando di quella volta che Ben Gurion disse all'allora giovane e ambizioso ufficiale "Ariel, quando la smetti di raccontarmi frottole?"

I notabili arabo-israeliani, dal canto loro, non hanno apprezzato affatto la sortita del loro primo ministro. Non per il ritiro da Gaza, ma per il corollario di scambio territoriale "insediamenti cisgiordani - focolai palestinesi in Israele" che si porta appresso. La prospettiva per gli arabi israeliani è di essere espulsi da uno Stato democratico dove hanno prospettive decenti di vita per diventare sudditi di una satrapia mafiosa senza legge e senza diritti, povera e malfamata. Nell'odiata Israele essi hanno speranza di uscire dalla disoccupazione cronica dei loro fratelli separati e sanno di poter vivere in uno Stato democratico dove vigono i diritti civili e un moderno sistema educativo e di assistenza sociale. Le ragazze possono portare il velo a scuola, a differenza della civilissima Francia, e andare all'Università, a differenza di molti paesi arabi.

Per inciso, questo la dice lunga sulla saggezza di anteporre l'ideologia al buon senso. Se la maggioranza silenziosa israelo-palestinese che la esprime avesse fatto di più per reprimere le pulsioni fanatiche e irrazionaliste al suo interno, forse oggi non correrebbe questo rischio. D'altra parte anche gli israeliani non hanno favorito questo processo, dato che i loro compatrioti arabi sono stati sempre considerati e trattati come cittadini di serie B con vincoli e vessazioni di non poco conto. I motivi erano sopratutto legati alla sicurezza più che alla discriminazione etnica e religiosa ma potevano essere e sono stati facilmente equivocati.

Per tutti gli osservatori il vero mistero è cosa succederà "dopo" Gaza, ammesso che si attivi realmente il progetto annunciato da Sharon. I palestinesi temono che le "penose concessioni" richieste dal premier ai suoi concittadini costituiscano in realtà il modesto prezzo che egli intende riscuotere per tenersi la maggioranza degli insediamenti cisgiordani. In tal caso gli stessi palestinesi rimarrebbero con molta meno terra di quanta ne avevano all'indomani della sconfitta giordana (particolare che non viene mai menzionato da alcuno) nella guerra dei sei giorni del '67, che ha creato la situazione attuale. D'altra parte se non fosse così, si tratterebbe di uno dei rarissimi casi nei quali un vincitore non trae profitto da una vittoria militare sul campo. Bisogna vedere come tutto ciò sia compatibile con la necessità di disarmare le frange armate. Senza il prestigio di una vittoria, per quanto apparente o fasulla, nessun governo palestinese potrà neutralizzare Hamas e compagni. Il problema è far passare un inevitabile insuccesso per una vittoria. Forse recuperando qualche lembo di terra israeliana e facendolo passare per "il Ritorno…"

Per quanto riguarda gli israeliani, se c'è oggi un singolo leader in grado di assicurare una qualche forma di pace, quegli è Ariel Sharon. La via che sembrerebbe aver scelto (consolidare gli insediamenti in cambio di rettifiche dell'Israele storica, evitando quindi una possibile guerra civile e una OAS ebraica) non è così ovvia nel contesto israeliano, data la sacralità della terra di Israele e la blasfemia insita nella sua cessione a chicchessia. D'altra parte il generale è un nazionalista laico non legato alle correnti integraliste che lo sostengono (o lo sostenevano) e quindi non è tanto sensibile alle motivazioni confessionali quanto a quelle strategiche e di sicurezza. Se dovesse realizzarsi, il suo piano sarebbe il migliore possibile per Israele e tutto sommato anche per i palestinesi, perché darebbe loro molte meno occasioni e possibilità di rovinarsi con le loro mani. Se la salute e l'età lo assisteranno, Sharon potrebbe essere l'unico leader con il carisma e le credenziali in grado di portare a termine un'impresa così erculea come quella della pace in Terrasanta.

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