Anno 2004

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Pakistan, o la confessione di Khan o i B2 stealth USA

Andrea Tani, 16 febbraio 2004

Le continue rivelazioni sui retroscena dei rapporti di potere interni all'establishment pachistano lasciano allibiti. Il ruolo di personaggi chiave nella proliferazione nucleare nella quale il paese si è distinto sembrano usciti dalla penna di un fervido scrittore di thriller di fantapolitica. E non dei migliori. Prendono sempre più consistenza le ipotesi più inverosimili - quelle cioè che postulano una proliferazione fraudolenta, paramafiosa, legata soprattutto a motivi di arricchimento connessi allo sfruttamento irresponsabile di tecnologie micidiali e collegati a faide di potere locali travestite da motivazioni superiori - piuttosto che l'ovvio che tutti hanno immediatamente sospettato dopo l'ammissione di colpa del padre-padrone dell'atomica di Islamabad, Abdul Qadeer Khan [news]. Ossia una deliberata strategia antioccidentale e panisalmica dello stato pachistano come attore consapevole di politica estera.

Le analisi più accreditate propendono per attribuire una sostanziale veridicità alle affermazioni del presidente Musharraf [news] di questa settimana, confermate dall'autodafè di Khan e da autorevoli dichiarazioni provenienti da Washington. La proliferazione sarebbe stata ideata e portata avanti da una rete di complicità che aveva certamente cooptato le autorità pachistane, le sue forze armate e i servizi segreti, ma che non presupponeva un disegno istituzionale di largo respiro. Trovava riscontro essenzialmente nelle farneticazioni megalomani di un personaggio che dopo essere assurto nel proprio paese ad uno status di padre della patria, un Garibaldi totalmente privo del patriottismo e della schiva dignità del Generale, aveva trovato più conveniente capitalizzare il carisma acquisito, traducendolo in una sinecura smisurata per gli standard locali. In questo processo le pulsioni di avidità si sono rivestite di aspirazioni alla révanche islamica condita con il consueto rigetto della modernità occidentale (che però Khan ha trovato del tutto convenente per i propri fini).

Le prove di questa interpretazione, che non va presa naturalmente alla lettera, perché alle latitudini pachistane nulla è veramente nero o bianco, sono state rappresentate dalla stampa internazionale. In particolare in ampi e documentati servizi di International Herald Tribune (9 e 13 febbraio), Christian Science Monitor (11 febbraio), Washington Times (6 febbraio) e Financial Times (7 e 13 febbraio). Esse riguardano una serie di riscontri abbastanza convincenti.

Le modalità della proliferazione. Khan controllava il programma nucleare pachistano dal 1976 e lo gestiva nei minimi dettagli. In particolare era il massimo esperto delle centrifughe necessarie per ottenere l'uranio fortemente arricchito per le armi. Tali macchine hanno rappresentato l'oggetto di gran parte delle forniture incriminate (e scoperte) verso l'Iran, la Libia, e la Corea del Nord. Senza il suo assenso e coinvolgimento nulla si sarebbe potuto fare. E nessuno dava ordini a Khan, neppure i governi, che lo assecondavano e lo temevano. Era lo zar assoluto del nucleare pachistano.

Il personaggio. Khan è un fervente nazionalista che ha vissuto da ragazzino undicenne il trauma della partizione indiana, con i suoi trenta milioni di trasmigrati e il suo milione di morti. Aveva ed ha un odio profondo per l'India e un risentimento immenso per l'occidente dominato dall'elite anglosassone che dette il via ad una simile tragedia, con la frettolosa e pasticciata indipendenza concessa al subcontinente dal viceré Mountbatten nel '47. Nella sua gioventù, Khan è stato un brillante ingegnere metallurgico impiegato in Olanda in una multinazionale che costruiva anche centrifughe, l'Urenco. Dopo il primo esperimento nucleare dell'India che traumatizzò i pachistani nel 1974, trafugò i piani segreti delle macchine della stessa Urenco facendoli pervenire avventurosamente in patria. Grazie a questa impresa, poco dopo si trovò a capo del programma nucleare del paese e nel giro di pochi anni passò da uno status di oscuro emigrato intellettuale del terzo mondo a quello della maggior personalità pachistana. Con la frode e la spregiudicatezza aveva ottenuto un successo incredibile. L'apprendistato non sarebbe stato dimenticato e la spregiudicatezza sarebbe rimasta una costante della sua personalità.

La scelta dei paesi clienti. Al di là della generica islamicità di alcuni di loro, non vi è una coerente logica geopolitica dietro la scelta delle destinazioni. Sono tutte ampiamente discutibili. L'Iran è un rivale regionale del Pakistan, non certo un alleato. La Libia è un piccolo e insignificante lembo di deserto ricco solo di petrolio, socialisteggiante e in mano a un autocrate erratico. Sospettato di essere una creatura dei servizi occidentali, americani e italiani in particolare, ha sempre perseguitato i fondamentalisti. Anche la recente conversione alla Damasco occidentale può lasciare interdetti. In quanto alla Corea del Nord, se è vero che è un "nemico del nemico" (ammesso che gli USA si possano definite tali per il Pakistan), è ancora più vero che è un paria internazionale, uno stato pazzo nel senso letterale del termine. Costituisce una preoccupazione di prima grandezza per l'Iperpotenza planetaria, un argomento sul quale non scherza affatto.

Un'operazione così azzardata come una fornitura nucleare a Pyonyang, anche se compensata dal baratto con suoi missili Taipong, è talmente imbarazzante e foriera di guai da poter essere esclusa nella prassi comportamentale degli stati. Non parliamo di quegli alleati, come tutto sommato USA e Pakistan sono stati per un cinquantennio, pur fra alti e bassi. E di quelli "affamati", che dipendono dalla carità dei protettori, come il secondo dei due rispetto al primo. Non altrettanto si può dire per i comportamenti di un clan egemonico, fanatico e avido dei petrodollari che le transazioni assicuravano, nonché estraneo alle sensibilità diplomatiche che qualsiasi responsabilità di governo implica. E se non era solo la cupidigia a muovere il meccanismo, era anche qualcosa di peggio: la megalomania di un boss che si faceva passare per insigne scienziato, una specie di Dottor No che si era attribuito un potere immenso senza risponderne a chicchessia.

Nel fare ciò, gli erano rimaste fra le dita briciole di non poco conto. Giocando abilmente sui numeri, si faceva pagare dal suo paese le centrifughe acquistate in eccesso. Le rivendeva usate come nuove ai clienti esteri, magari con qualche imbarazzante traccia di uranio addosso (come è capitato all'Iran ispezionato dalla IAEA), traendo profitti enormi da transazioni fraudolente anche per la sua patria. D'altra parte, non ci si deve stupire più di tanto. Cos'altro facevano le ditte svizzere, malaysiane, tedesche, sudafricane, giapponesi, UAE che hanno partecipato alle forniture e ai traffici, se non pagare per la corda che avrebbe potuto impiccare il loro mondo, come diceva Lenin? L'Europa lucrava a pezzi e bocconi sulla morte che le sarebbe potuta piombare dal cielo. Considerato che, come si è saputo dopo la rinuncia di Gheddafi al nucleare di queste settimane, la Libia aveva in animo - e sarebbe stata in grado - di costruire dieci bombe atomiche all'anno, non si tratta affatto di una metafora.

Comunque sia, Musharraf ha bloccato il meccanismo infernale e gli americani gli hanno tenuto bordone, come si dice. Ci ha messo due anni, dopo le prime segnalazioni della CIA, ma ce l'ha fatta. Per ora. I retroscena a questo punto hanno scarsa importanza. Anche se Khan non ha pagato per le sue colpe - ma undici suoi collaboratori sono in prigione e sotto torchio da parte della polizia pachistana - è stato ridimensionato e apparentemente messo in condizioni di non nuocere. E' stato evitato un diretto intervento militare americano, che sarebbe stato assai probabile appena risolte le fasi più accese della "pacificazione" irachena. E' bene ricordare che il Pakistan si è macchiato contemporaneamente dei due peccati capitali per i quali Afghanistan e Iraq sono stati invasi, almeno ufficialmente: appoggio al terrorismo e possesso non autorizzato di armi di sterminio. Il tutto amplificato da un contesto fondamentalista che trova pochi riscontri in altri paesi islamici. Le premesse per una terza edizione della difesa preventiva dello zio Sam ci sono tutte.

Se non accadrà, è perché Musharraf pare affidabile e sinceramente intento a far indietreggiare il suo paese dal baratro che sta bordeggiando da un decennio a questa parte. E anche perché gli USA hanno bisogno del suo esercito e soprattutto dei suoi servizi intelligence per chiudere la partita con Al Qaeda. Magari in tempo per influire sulle elezioni americane, come alcuni maliziosi commentatori hanno ipotizzato. Un Pakistan nucleare, terrorista e in preda alle convulsioni fondamentaliste è una eventualità talmente apocalittica da permettere altre chance, a Musharraf o chiunque sia in grado di garantire un minimo di leadership autorevole e relativamente laica. Si può essere certi, comunque, che in qualche deserto del Nevada la flotta stealth dell'USAF, B2 e F117, si sta preparando all'ipotesi peggiore.

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