Anno 2004

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Il summit a tre di Berlino: una drammatica opportunità

Andrea Tani, 23 febbraio 2004

Il significato del summit della triarchia europea di Berlino del 18 febbraio è stato sviscerato dalla stampa europea (e non americana, significativamente) in tutte le sue sfaccettature. L'accento è stato posto soprattutto sulle devianze che l'incontro ha rappresentato rispetto ai consueti formalismi comunitari, con gelosie degli esclusi, ripicche, rassicurazioni di rimando - insomma tutta la coreografia di simili rappresentazioni. Questo approccio è sicuramente valido per vendere i giornali, soprattutto in tempo di campagne elettorali, ma ha uno scarso significato sostanziale. Non rappresenta il piano dei reali rapporti di forza e delle innovazioni possibili nel percorso dell'Unione Europea, che poi sono quelli che contano.

Più interessante potrebbe essere il provare a riflettere sull'evento senza lenti eurofocalizzanti, ma come un importante avvenimento politico a sé, con connotazioni proprie che hanno riverberazioni in Europa, ma non solo. Sotto questa prospettiva, un elemento balza immediatamente agli occhi: Berlino potrebbe marcare l'inizio del superamento della discrasia fra le due tradizionali anime europee. Quella continentale, dirigista, colbertiana-fedriciana, corporativa e burocratica rappresentata dal nocciolo carolingio franco-tedesco, e quella marittima, liberista-liberoscambista, internazionalista, cosmopolita e lobbistica incarnata dal Regno Unito, "on behalf" dell'intero mondo anglosassone. Si tratta di una risoluzione sempre auspicata ma mai concretizzata pienamente.

Se si consolidasse, si tratterebbe di un evento storico che pone fine a quasi tre secoli di lotte e contrapposizioni fra la Gran Bretagna e le potenze che di volta in volta hanno cercato di dominare il continente o di catalizzarne l'aggregazione: Francia e Germania. Tale evento permetterebbe di riequilibrare l'assetto europeo attorno a un baricentro mediato e non a quello perennemente oscillante fra gli oceani e le masse continentali attorno al quale si è sviluppata la gran parte delle guerre europee.

La vera Europa potrebbe cominciare adesso, su basi molto più robuste, stabili e condivise dell'acciaio e del carbone che i Padri fondatori previdero inizialmente, e anche del burro e del latte che seguirono. Le conseguenze andrebbero ben al di là del semplice ambito europeo. Gran Bretagna significa mondo anglosassone, nella connotazione transatlantica, rappresentata dagli Stati Uniti, e transcontinentale simboleggiata dal Commonwealth e dalla cultura universalista inglese, collante e veicolo della globalizzazione planetaria. Una Europa con il baricentro fra Calais e Dover - o se si preferisce nel Mare del Nord, data la cospicua gravità geopolitica del colosso germanico - costituirebbe la premessa indispensabile per quella polis occidentale, di cui quella NATO data per morta dopo la caduta del Muro - più che la UE - potrebbe paradossalmente rappresentare una anticipazione.

Si tratta di un progetto ambizioso, ma apparentemente più aderente ai bisogni dell'oggi di quello rappresentato dalla costruzione comunitaria. L'Europa di Bruxelles e Strasburgo è una struttura chiusa, autarchica, ottocentesca, evocata dagli agitatori politici quarantottardi come sviluppo ulteriore delle nazionalità su una base continentale, più che come un loro vero superamento. La risoluzione della rivalità franco-tedesca che ne costituì il motore sembrò un evento straordinario, e lo era, dato il pregresso. Si trattava comunque di un fatto localizzato, con un orizzonte relativamente limitato e modalità realizzative piuttosto anguste.

Chiunque abbia frequentato gli ambienti della Commissione di Berlyemont capisce cosa si intende dire. Ben altro respiro e ben altra flessibilità avrebbe una comunità transatlantica aperta alle altre cittadinanze libere del mondo e alle esigenze di una comunità di derivazione o colleganza europea che arriva agevolmente al miliardo di anime (la massa critica per giocare un ruolo di primo piano nei rapporti di forza di domani, secondo Huntington e il buon senso). Un miliardo di musulmani, altrettanti cattolici, un miliardo e mezzo di cinesi, più di un miliardo di indiani, quasi un miliardo di africani: perché non anche un miliardo di occidentali liberaldemocratici e coesi?

Naturalmente si tratta di una prospettiva affascinante più che imminente, ma se l'incontro di Berlino (che è poi il terzo di una serie piuttosto positiva) avesse un significato strategico e conseguenze proporzionati al clamore che ha suscitato, esso potrebbe rappresentare un passo in tale direzione. Ancora non è chiaro se si sia trattato di un disegno consapevole o dell'utilizzo opportunistico di una contingenza storica che spinge l'uno nelle braccia dell'altro tre leader in crisi per ragioni differenti. Non ha poi molta importanza. "Anni formidabili" e duraturi sono scaturiti dal caso e dalla necessità.

D'altra parte, anche senza volerla caricare di aspettative millenaristiche, Berlino è stata determinata dalla grave crisi nella quale versa l'attuale Europa, la peggiore della sua storia. La costruzione mostra l'età e l'angustia del progetto originario, e si trova alla vigilia di un allargamento che potrebbe rivelarsi un allagamento o un autentico tsunami. L'intera costruzione rischia di franare sotto il peso di aspettative crescenti e troppo ingenti per poter essere soddisfatte. I pilastri dell'Europa, la politica agricola comune e i finanziamenti comunitari alle zone più arretrate dei Paesi membri non potranno continuare a sussistere nella forma che ha tanto beneficiato gli attuali cittadini della UE. Il progetto di Costituzione è naufragato forse definitivamente e il patto di stabilità è stato violato dai membri più antichi e importanti dell'Unione. L'Euro non ha certo aumentato la competitività del Vecchio Continente, a prescindere dalle polemiche nostrane, e comunque la Gran Bretagna e altri membri non vi hanno aderito.

La tanto sbandierata difesa ha fatto qualche passo avanti, ma molto inferiore rispetto alle ambizioni. L'Eurocorpo di 60.000 soldati ipotizzato ad Helsinki si è miniaturizzato in qualche brigata franco-inglese e franco-tedesca di pronto intervento, con sporadiche velleità marittime mediterranee. Il comando europeo co-located presso la NATO si è rivelato una modesta cellula di pianificazione ospitata (e presumibilmente "auscultata") da SHAPE. L'indipendenza strategica dagli americani si è rivelata - come prevedibile - una chimera.

La politica estera comune non ha superato le crisi e le guerre post 11 settembre e l'unica mossa europea significativa nell'agone internazionale è stata rappresentata dal pressing anglo-franco-tedesco sull'Iran di qualche mese fa, che ha apparentemente indotto Teheran a più miti consigli. (Anglo-franco-tedesco, non UE. Ossia, "Berlino"). Di assai più significativo c'è stata la frattura fra la Vecchia e la Nuova Europa alla vigilia di Iraqi Freedom, con tutte le amarezze che sappiamo. Il processo decisionale ha messo in luce le prevedibili carenze che saranno esaltate dall'allargamento di maggio. Il progetto di istituire cariche decisionali forti, come un presidente del Consiglio coabitante con il presidente della Commissione e un ministro degli Esteri, sembrano scivolate nel politicamente inopportuno. Potrebbero essere coinvolte nella slavina della Costituzione, se si formalizzerà.

Ma l'Europa non è sola nel suo disagio. Berlino è anche figlia delle crisi esistenziali delle singole nazioni che ne fanno parte. Soprattutto delle protagoniste dell'incontro, che hanno più forza e visibilità delle altre ma spesso anche più problemi, proprio per gli oneri del potere. La Gran Bretagna con il suo ruolo di alleato troppo fedele di una Iperpotenza inarrivabile che non accetta consigli, e allo stesso tempo favorito da una geoeconomia che la spinge verso un'Europa che ha un estremo bisogno della sua esperienza e del suo carisma strategico. La Francia che non riesce a stare sulla scena mondiale come vorrebbe e ha capito che ha molto da perdere dall'esplicita sfida con gli Stati Uniti che ha incautamente lanciato. La Germania, con il suo eterno problema di identità, e di troppa potenza da contenere sotto mentite - anche se sinceramente sentite - spoglie. A queste difficoltà si somma il contingente disagio politico dei tre rispettivi leader che sentono di aver molto da perdere dalla mancanza di fantasia.

Berlino, quindi, potrebbe tornare utile a molti. Come è stato detto, è un tentativo non un errore, nè tantomeno una prevaricazione velleitaria e confusa. Al di là dei suoi possibili sviluppi ulteriori oggi è soprattutto una drammatica opportunità. L'ultima chance prima di un fallimento che avrebbe conseguenze gravissime, non solo per l'Europa. In politica, come nella vita, occorre non dar mai nulla per scontato.

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