Anno 2004

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Iraq, il sangue e la speranza

Andrea Tani, 8 marzo 2004

I terribili attentati di Baghdad e di Karbala di martedì 2 marzo sono i più sanguinosi da quando sono terminate le operazioni militari in Iraq e ha avuto inizio la fase più difficile dell'impresa mesopotamica. E' arduo intravedere nelle due stragi qualche segno positivo o di speranza, eppure a ben guardare non manca nè l'uno nè l'altra, naturalmente in prospettiva e se si prescinde dalla tragica vicenda umana delle vittime degli attacchi e delle loro famiglie. E' significativo - positivo sarebbe troppo - il fatto che l'attenzione del terrorismo si stia spostando dai militari della forza di occupazione ai civili disarmati. Ciò significa che le imboscate contro le forze della colalizione sono sempre più difficili, onerose in termini di risorse e deludenti sotto l'aspetto operativo. Significa anche che i reparti alleati sono in grado di condurre le loro attività di controguerriglia con sempre maggior efficacia.

I soldati della coalizione uccisi in attentati in gennaio e febbraio sono stati settantacinque, inferiori del cinquantadue per cento a quelli caduti per lo stesso motivo a novembre e dicembre (centocinquantotto). La diminuzione dei feriti è ancora più accentuata, da seicentotrentotto a duecentosessanta (Financial Times, 4 marzo). Gli attacchi medi giornalieri sono passati dai quaranta di novembre alla decina di oggi. Il sostegno della popolazione civile ai terroristi sta scemando, e lo sta facendo in modo netto da quando viene aggredita la popolazione civile in quanto tale. Persino nel Triangolo sunnita, roccaforte degli irriducibili, ventuno imam hanno proclamato una fatwa che condanna "ogni atto di violenza contro i lavoratori dello stato iracheno, la polizia e i soldati". Non arriva ancora a includere gli alleati, ma è non passato neanche un anno da quando essi erano considerati il demonio.

Il Central Command sta procedendo a una completa rotazione di tutti i suoi reparti con unità fresche e specificatamente addestrate ai peculiari compiti del teatro. La fanteria d'assalto che ha conquistato l'Iraq con la fulminea campagna NetWarCentric della scorsa primavera viene sostituita con un equivalente USA di carabineri, anche se molto più pesantemente armati. Dovranno combattere i terroristi di notte e conquistare le "menti e i cuori degli stremati iracheni di giorno", come è stato scritto. Sono dotati di nuove armi e tecnologie, ad esempio mezzi leggeri e molto mobili, sensori aeroportati per prevenire imboscate, nuove corazze portatili, piccoli velivoli senza pilota in dotazione alla fanteria, veicoli robot telecomandati, "annusatori" di munizioni montati su mezzi pesantemente blindati che apriranno le colonne in movimento, eccetera.

In questi mesi è stato fatto tesoro delle dure esperienze fatte sul campo, le quali sono state comparate con, e rafforzate da l'ineguagliabile esperienza delle fanterie inglesi acquisita in un ventennio di guerriglia nordirlandese. Sempre tenendo d'occhio quello che fanno i maggiori esperti di controguerriglia negli abitati arabi: i maestri di Tsahal. Anche le basi sono state ridislocate fuori dei centri abitati e rese impervie a qualsiasi attacco terroristico. L'attacco di Nassiriya contro il contingente italiano è stato l'ultimo che ha colpito un acquartieramento.

Il concetto operativo è quello di rendersi sempre meno visibili, trasferendo agli iracheni l'ordinaria amministrazione e il contatto con la polazione, mantendo fuori tiro - e suscettibilità delle eccitabili masse locali - unità di pronto intervento di elevata potenza di fuoco, in grado di annientare qualsiasi coagulo di guerriglia che cerchi di superare il livello dell'attentato suicida isolato o l'atto furtivo "hit and run". Si vuole evitare che la guerriglia superi lo stadio terroristico per consolidare quello dell'attacco coordinato accennato qualche settimana fa contro postazioni della polizia irachena. Se questa tendenza si sviluppasse, potrebbe compromettere il controllo del territorio, oggi sostanzialmente nelle mani degli alleati, ad eccezione di localizzate porzioni di particolari città del Triangolo sunnita, vigilate comunque dall'alto, e molto attentemente.

L'impiego coordinato dell'immenso dispositivo aerospaziale americano, in gran parte al servizio del Central Command, è la chiave di volta di tali strategie. Esso consente una copertura molto elevata di tutti i punti sensibili, di giorno ma sopratutto di notte, quando le folle non mascherano e l'infrarosso dà il meglio di sè. Si pensi alle centinaia di satelliti da osservazione della NSA e della DIA che possono essere allocati sui trouble spot dell'Iraq in un manciata di secondi, in aggiunta a quelli già all'uopo destinati, distogliendoli momentaneamente dalla sorveglianza dei consueti obbiettivi militari di interesse. Si può presumere che questo trasferimento avvenga sempre più frequentemente, dato che oggi solo i siti nucleari hanno un effettivo bisogno di continuo monitoraggio. Peraltro non tutti e non in misura lontanamente paragonabile a quanto accadeva durante la guerra fredda. E' difficile immaginare che una Cina che inserisce in forma solenne nella sua costituzione la proprietà privata possa anelare l'Armageddon nucleare come ai tempi di Mao.

Ma gli attentati di questa settimana non sono solo un indizio di debolezza militare. Sono anche un segnale di quella che è stata definita la "disperazione politica" dei ribelli di varia provenienza e bandiera. Connessa - la disperazione - alla consapevolezza che la ricostruzione del Paese e l'irachizzazione delle istituzioni stanno procedendo a marce forzate, con una concordia di finalità e di azione fra le parti interessate che non era facile prevedere solo qualche mese fa. In particolare prima della cattura di Saddamn Hussein, che ha segnato un cruciale spartiacque simbolico dell'intera vicenda.

Invece della rissa generalizzata fra sunniti, sciiti e curdi che quasi tutti paventavano, sta prevalendo la logica della moderazione, del confronto e della trattativa. Essa torna a onore dell'abilità diplomatica del governatore Bremer, dei notabili iracheni, sopratutto del Grande Ayatollah Sistani, massima autorità religiosa sciita, e dell'inviato speciale di Khofi Annan, Brahmini, un vero mago della mediazione, lo stesso che ha condotto in porto la trattativa che ha portato all'accordo tribale di due mesi fa sul futuro dell'Afghanistan.

Per il momento è stata raggiunta un'intesa di massima su una costituzione provvisoria e su un governo iterninale che dovrà sostituire l'Autorità di Coalizione. La prima è stata descritta come una delle più liberali del mondo arabo. Prevede il diritto di espressione e di adesione alla confessione religiosa di scelta, l'habeas corpus, un sistema giuridico libero ed equo, l'eguaglianza dei sessi e il controllo civile sui militari. L'Islam sarà una delle sorgenti di ispirazione legislativa, non l'unica, alla pari con gli altri modelli di riferimento ideologici o religiosi. L'ordinamento del futuro Stato sarà federale, con una ripartizione etnico-religiosa delle milizie locali, che diventeranno una specie di guardia nazionale all'americana.

La gestione della fase di transizione fino alle definitive elezioni nazionali sarà affidata a un governo provvisorio sulla cui composizione si sta ancora discutendo. I contrasti non sembrano tuttavia tali da mettere in pericolo l'essenza dell'accordo, che nasce dalla consapevolezza che non vi è alternativa a un suo raggiungimento, qualunque sia il sacrificio che le varie parti dovranno compiere per il suo conseguimento. Gli sciiti hanno rinunciato alla repubblica islamica e i sunniti hanno accondisceso a elezioni parziali entro la fine dell'anno. Questo darà ai primi la rappresentanza alla quale i loro numeri danno diritto. I curdi hanno ridotto le loro smanie di indipendenza, limitandole al solo Kurdistan iracheno, con l'esclusione molto significativa dell'area petrolifera di Kirkuk.

Rimangono molti punti da definire, come la citata forma del governo provvisorio. E' da confermare, come del resto la sincerità degli impegni sottoscritti. Gli sciiti potrebbero tendere a guadagnare tempo fino all'acquisizione di una maggioranza elettorale che consenta loro di emendare la costituzione e imporre agli altri i loro voleri. I curdi sono sospettati di tener in armi i loro peshmerga in attesa di eventi. I sunniti mettono le bombe e non è detto che vogliano smettere. Tutto è possibile e raramente accordi raggiunti in codizioni così precarie hanno rispecchiato un'assoluta trasparenza di propositi.

E' tuttavia da considerare che gli alleati continueranno a rimanere in Iraq a lungo ed eserciteranno un'influenza fondamentale. Esperienze precedenti dimostrano che essa è quasi sempre risolutiva. Non si possono d'altra parte annullare in pochi mesi secoli di malgoverno, educare masse abbrutite da un'orribile tirannia e cambiare con un tratto di penna le storture che un analogo tratto di penna determinò ottanta anni or sono, con i confini dell'Iraq vergati frettolosamente sulla mappa del Foreign Office britannico in spregio a ogni specificità etnica e religiosa. L'Iraq è quello che è. Gli americani stanno provando seriamente a dargli un'altra chance storica, appoggiati da tutta la comunità internazionale, che ha ormai capito. Non si tratta di nient'altro che della speranza citata all'inzio.

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