Anno 2004

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Elezioni USA, strategie planetarie e tattiche elettorali

Andrea Tani, 15 marzo 2004

Si cominciano a delineare i principali campi di battaglia sui quali si deciderà la contesa presidenziale americana di novembre. A detta degli esperti e del buon senso essi sono soprattutto di carattere economico. Corrispondono all'autentica partecipazione popolare del melting pot statunitense nell'esercizio di una antica democrazia rappresentativa. Con tutta probabilità l'uomo della strada dell'America profonda deciderà il suo voto in base a quale fra le promesse dei rivali sembra più convincente nel favorire il suo personale "pursuit of happiness." In un sistema liberal-capitalistico la felicità si identifica soprattutto con la micropercentuale del PIL che finisce nelle tasche del singolo, in una forma o nell'altra: dividendi di investimenti generati dalla riduzione della progressività impositiva, servizi sociali resi possibili dall'incremento di tale progressività, salari provenienti da nuove assunzioni e conferme di quelle vecchie, etc. A ciò si aggiunge, su un piano più aulico, l'adesione di milioni di Mr Smith alle formule che sembrano più appropriate per risolvere il doppio maelstrom che ha colpito l'economia statunitense negli anni recenti, il deficit abissale della bilancia dei pagamenti e quello non meno spropositato del bilancio federale.

E' presumibile che il candidato più persuasivo su questi temi porterà nel proprio campo il risultato finale, anche perché le loro implicazioni vanno ben oltre la tasca del suddetto Mr. Smith. Il resto finirà per contare relativamente, compresa la difesa e la grande strategia, che già da ora vengono adoperate più come armi per screditare l'avversario che come lauri da accreditare a propria gloria. Questo utilizzo improprio riguarda anche il ragguardevole capitale di credibilità che il Presidente Bush ha conquistato resistendo con grande fermezza alla catastrofe dell'11 settembre, contrattaccando con successo il maggior fenomeno terroristico dei tempi moderni, e vincendo due guerre molto difficili da dichiarare - oltre che da fare. Impostando con ciò le premesse per una risistemazione complessiva del Medio Oriente, la piaga purulenta che impedisce alla convivenza internazionale di ristabilirsi in modo meno precario di quanto è stato possibile fino ad ora.

L'Amministrazione repubblicana è anche riuscita ad attaccare alla radice la piaga della proliferazione nucleare, il massimo pericolo della contemporaneità, attraverso una manovra a vasto raggio che ha coinvolto con successo le maggiori Potenze e i più incalliti proliferatori. Un bilancio stupefacente, che ha trasformato l'America dal massimo custode dello status quo conservatore del mondo nel suo motore progressista, nonché portabandiera delle più sconvolgenti istanze rivoluzionarie per tre quarti della sua popolazione, i diritti dell'uomo, la democrazia, le pari opportunità, il liberalismo politico ed economico. Invece di riempire di orgoglio e consapevole fierezza le masse americane tutto ciò è servito soprattutto ai democratici per demonizzare l'attivismo presidenziale, mettendone in luce le energiche modalità attuative piuttosto che il profondo significato sul piano della costruzione di un nuovo ordine internazionale (il leit motiv della prima presidenza Bush e forse la base ideologica del movimento neocon che si è coagulato attorno alla sua seconda edizione).

Le medesime modalità, riprese peraltro dallo stesso senatore Kerry quando ha affermato (La Stampa, 9 marzo) che vuole riconquistare per il suo Paese una posizione di leadership morale oltre che militare attraverso un "multilateralismo muscolare" che non potrebbe essere più contraddittorio. Il sostantivo "multilateralismo" richiama esplicitamente condivisione di oneri e onori, partnership, diplomazia, chiaroscuri, smussamento di angoli, appeasement, ottimizzazione dei rapporti internazionali. L'aggettivo "muscolare" è il suo evidente contrario. Non ha bisogno di spiegazioni ma neanche di eccessivi consensi. "Chi non è con noi è contro di noi" proclamò Bush all'indomani dell'11 settembre. Non aggiunse "ma vogliamo che tutti siano contenti e insieme a noi cantino God Bless America". Il messaggio poteva risultare sgradevole per qualcuno, ma era chiarissimo per tutti. Non altrettanto quello di Kerry, che corrisponde peraltro ad una ben nota mancanza di coerenza del personaggio in tutta la sua ventennale carriera politica al Congresso.

Naturalmente si tratta di slogan, e non di enunciazioni politiche articolate e tantomeno attuate. Ma esprimono, soprattutto il primo, il "multilateralismo muscolare", un approccio programmatico che si basa unicamente sulla negazione aprioristica di una linea avversaria chiaramente perseguita, non fornendo giustificazioni profonde ma basandosi unicamente su una anedottica di facile presa. Senza elaborare alternative altrettanto circostanziate e credibili. Si tratta di banali semplificazioni concettuali ed etimologiche, ad usum delphini mediatici, e non sempre delle più felici. Come non lo sono le rivelazioni di Kerry sui presunti incitamenti che avrebbe ricevuto da leader alleati a defenestrare l'attuale inquilino della Casa Bianca (The Guardian, 10 marzo, ed altri), goffaggini che sembrano fatte apposta per revitalizzare i calanti sciovinismi dell'americano medio. Se non è d'accordo su tutto quello che fa il suo esecutivo, questi non ama certamente ricevere imboccate dal primo Chirac o Fisher di passaggio.

Insomma il livello del confronto sui temi di sicurezza e politica estera non è all'altezza della gravità delle vicende che un mondo in difficile transizione sta attraversando. Mentre sul piano economico le differenze fra le posizioni di democratici e repubblicani sono chiare e intelleggibili, su quello della geopolitica non lo sono affatto. Forse ciò è dovuto dalla consapevolezza che comunque vadano le cose l'11 settembre è per l'America uno spartiacque, ed indietro non si torna, come ha messo in luce anche l'influente storico britannico Robert Keegan (Financial Times, 12 marzo) Che agiti una bandiera, o badi più cautamente ai fatti senza enfatizzare le proprie mosse, il gigante americano è stato bruscamente risvegliato - come disse l'Ammiraglio Yamamoto all'indomani di Pearl Harbour. Non si darà pace prima di aver combattuto e vinto la sua battaglia, di vita e di civiltà. Su questa realtà esiste negli USA una consapevolezza bipartisan che forse deve essere minimizzata per non svuotare di significato la competizione elettorale, riducendola ad una mera disputa contabile.

D'altra parte, a condurre la battaglia dal ponte di comando della fregata americana vi è oggi una pattuglia di Master & Commander che appare particolarmente agguerrito, per un caso della storia o un indimostrabile disegno pregresso. Il gruppo di neoconservatori che guidano la politica dell'Amministrazione, il cosiddetto "War Cabinet" di Churchilliana reminiscenza, efficacemente evocato da James Mann nel suo "Rise of the Vulcanos"(edito da Vikings) - Cheney, Rumsfeld, Rice, Powell, Wolfowitz e Armitage - rappresenta una squadra di condottieri carismatici e professionali che ha pochi riscontri nelle vicende decisionali di uno stato moderno. L'unica analogia possibile può essere trovata nella leadership congiunta anglo-americana nella Seconda Guerra Mondiale. Normalmente sono le contingenze a svelare e favorire l'emergere di leader eccezionali, ma in questo caso siamo al cospetto di un'equipe che si è trovata in campo, ben equipaggiata ed allenata, addirittura "prima" che la partita decisiva avesse inizio. Su questa circostanza alcuni hanno elaborato ipotesi dietrologiche che non è il caso di evocare. Esulano completamente dal nostro tema. Forse il meno carismatico era proprio il comandante in capo, il presidente George W., che ha avuto comunque il notevole merito di coordinare bene la squadra e evitare eccessive frizioni fra i pivot. I risultati si sono visti. Ci vuole veramente l'impudenza della mistificazione più manipolata per contestarli, affermando ad esempio, come fa Kerry, che "l'amministrazione Bush ha condotto la politica estera più arrogante, inetta, spregiudicata e ideologica(?) della storia moderna degli Stati Uniti"(Financial Times, 12 marzo).

Il problema è che se i "Vulcanos" dovessero essere travolti da una sconfitta del loro capitano (o portavoce, se si preferisce) non si vede con chi potrebbero essere sostituiti. Kerry non ha oggi alcunché di paragonabile. Potrebbe mettere mano alla riserva dei "Beltway Bandits", come vengono denominate i frequentatori delle think tank di Washington, situate in genere lungo il suo raccordo anulare. Oppure recuperare qualche veterano della Presidenza Clinton, Richard Holbrooke, Sandy Berger. Ma si tratterebbe di un'operazione di patchworking, priva dello spessore intellettuale, ideologico e di coerenza della squadra repubblicana. Cambiare con energia il mondo, imponendo la modernità in certe sue parti che non l'hanno mai conosciuta e la rigettano a priori - danneggiando se stesse prime delle altre - non è un'operazione di maquillage politico, da riconfigurare all'occorrenza secondo i manuali di gestione organizzativa. Occorrono un enorme vigore propositivo, una tenacia quasi epica e una convinzione assoluta sulla giustezza e moralità della propria causa, tutte qualità d'altri tempi che sopravvivono solo dal lato repubblicano dello steccato elettorale. Almeno per questo genere di problematiche.

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