Anno 2004

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Spagna, le lezioni apprese dopo gli attentati

Andrea Tani, 22 marzo 2004

Le guerre si perdono o si vincono a prescindere dalle battaglie perse o vinte, purchè le lezioni delle sconfitte vengano comprese e metabolizzate. A volte è più utile un rovescio valutato in tutte le sue implicazioni che una vittoria fraintesa. Questo vale anche per la guerra al terrorismo fondamentalista islamico, nel contesto della quale l'attentato di Madrid, con le sue conseguenze elettorali, rappresenta un sicuro smacco. Abbiamo letto e sentito un profluvio di analisi sulle ragioni del rovesciamento del risultato previsto nelle elezioni del 14 marzo e presumibili conseguenze. Meno sulle lezioni che potrebbero e dovrebbero essere tratte dall'evento per evitare il suo ripetersi altrove o minimizzarne le eventualli conseguenze negative. Tentiamo una specie di decalogo in tal senso, sfidando le ovvietà.

E' assolutamente necessario che i leader politici si assicurino il più elevato grado possibile di fiducia dai propri rappresentati quando devono gestire grandi questioni di sicurezza e strategie internazionali dalle valenze epocali, che coinvolgono i loro popoli per generazioni. Soprattutto se non facilmente interpretabili. Questo era il caso dell'intervento militare spagnolo in Iraq e dell'atteggiamento spavaldo che Aznar ha tenuto all'inizio della campagna mesopotamica, proponendosi come uno dei membri della troika liberaldemocratica che avrebbe liberato il mondo dall'idra terrorista iniziando dal suo massimo complice. Troppi spagnoli non hanno capito la lugimiranza della sua azione, davvero rimarchevole ma piuttosto per iniziati. Con il suo attivo appoggio a Bush e Blair, Aznar forse cercava di far compiere al suo Paese un audace balzo in avanti che avrebbe riposizionato la Spagna come una delle grandi potenze planetarie. In rappresentanza di quell'ispanità transcontinentale che potrebbe essere associata ai popoli di lingua inglese nella leadership del mondo occidentale (e del mondo tout court). Le posizioni filo americane e anti-carolinge in Europa rappresentavano un'altra faccia della stessa medaglia. Gli è andata splendidamente bene per otto anni, e sul filo di lana del trionfo finale è scivolato su una metaforica buccia di banana. Chi poteva immaginare che la comprensibile demonizzazione di una organizzazione piuttosto mortifera come l'ETA avrebbe potuto avere conseguenze così devastanti? Se ciò è successo, è forse anche perché…

…non bisogna sottovalutare le specificità della cultura dalla quale si trae la legittimazione a governare. Di fronte alle grandi emergenze, non tutti si comportano allo stesso modo. Lo spagnolo è un popolo orgoglioso, ombroso, ipersensibile e tendente al cupo. Prende tutto tremendamente sul serio e non potrebbe essere più lontano dallo stereotipo all'italiana, effimero e mediterraneo, al quale viene assimilato da chi non sa. Di fronte alla tragedia di Madrid ha creduto che i suoi governanti stessero cercando di approfittare elettoralmente dell'accaduto. Si è profondamente risentito. Può darsi che non fosse del tutto così e che la mossa di Aznar e compagni cercasse di evitare che ad approfittare fossero i loro antagonisti, come poi è avvenuto. La concitazione del momento non favoriva la chiarezza. I socialisti hanno giocato molto duro, strumentalizzando con spregiudicatezza le ambiguità governative. Ma non avevano lo stesso grado di esposizione del governo e non avevano forzato i propri concittadini sull'Iraq. L'epilogo ha premiato sopratutto la loro prontezza di riflessi.

Il premier spagnolo non ha tenuto in debito conto neanche i gravami del passato, che in Spagna non sono del tutto superati, soprattutto da parte della sinistra. La dialettica fra le forze politiche non è come in Scandinavia, e le vecchie ferite non sono ancora del tutto rimarginate. Non lo sono in Italia, dove la guerra civile è finita da quasi sessanta anni. Figuriamoci in un Paese dove ogni famiglia ha un congiunto che ha subito danni reali, fisici, dalla contrapposizione fra le due Spagne, la Falnge e il fronte popolare. Gli arrestati da Franco e da Carrero Blanco liberati dall'avvento della democrazia sono in buona parte ancora in vita, grazie al moderno sistema sanitario iberico. Ogni regolamento di conti politico, soprattutto da parte della sinistra, ha ancora un po' del sapore di quelle antiche faide.

L'arroganza del potere non paga. Aznar è stato molto abile nel suo doppio mandato, ma alla fine, come spesso accade, si è creduto un demiurgo infallibile. Ha pensato che l'evidenza dei successi spagnoli e le cifre macroeconomiche bastassero a porre la sua fazione al riparo da ogni infortunio. Non è stato così e non lo sarà per alcuno dei casi consimili, soprattutto dove l'opinione pubblica che determina gli indirizzi generali è così facilmente manipolabile. Occorre mettersi al suo livello e accattivarsene i favori seguendo le regole del gioco mediatico che determina ogni scelta, da quello del detersivo per la lavatrice a quello della reazione ad un'emergenza.

In una contesa interna, prevale sempre il particulare. La globalizzazione e Internet non modificano questo assioma. Il mondo è sempre visto in politica con le lenti delle specificità locali, delle quali le elezioni rappresentano il momento catartico. Zapatero aveva fatto la promessa del ritiro dei soldati spagnoli entro il 30 giungo per attirare consensi elettorali, ritenendo forse improbabile una vittoria alla prima uscita, che né Gonzales né Aznar conseguirono ai loro tempi. Il suo vero obiettivo era il 2008. Gli eventi hanno deciso altrimenti, e nessun hidalgo spagnolo di quarantatré anni si può permettere di essere troppo realpolitico appena colta una vittoria incredibile e solo parzialmente meritata. La coerenza ha talvolta costi terribili.

E' stato comunque un errore confermare le elezioni nelle circostanze del passato week-end a Madrid, anche se il regista Almodovar non la pensa allo stesso modo (ma è stato querelato dai popolari). Il risultato è stato condizionato oltre il tollerabile dall'emotività e da banali contingenze, come la mediocre resa dei leader governativi nelle conferenze stampa. Il rovesciamento traumatico dei pronostici che si è verificato costituisce un invito a nozze per chi voglia ripetere l'esperimento in futuro. Due buoni motivi per impegnarsi ad evitare che possa succedere ancora. Non sarebbe inopportuno una presa di posizione in tal senso da parte dei Paesi dell'Unione Europea (gli altri si regolino come credono).

Il ridotto appoggio europeo alla politica dell'amministrazione Bush, nel quale l'evento Spagna rappresenta una drammatizzazione non poi così casuale, poteva essere evitato con un approccio più aperto e lungimirante da parte americana nei rapporti con l'altra sponda dell'Atlantico. Un sondaggio effettuato dal centro ricerca indipendente Pew pubblicato sul International Herald Tribune del 17 marzo e su Christian Science Monitor del 18 mostra quanto la disaffezione europea sia aumentata, nonostante gli indubitabili progressi della ricostruzione irachena e il ruolo non insignificante ricoperto dagli europei nel processo. Negli ultimi mesi il presidente Bush ha impresso una correzione di rotta elettorale per neutralizzare il fattore K, ovvero l'effetto Kerry, ma la mossa è scopertamente interessata e non ha sortito grande effetto. Non riguarda direttamente le elezioni spagnole, ma è stato evidenziato anche da queste.

La divisione non paga. Chiunque sia responsabile - e responsabili lo sono un po' tutti - l'immagine che l'Occidente ha dato al mondo è di una disunione molto più accentuata di quanto non sia sul piano operativo, anche se nessuno dei leader è disposto ad ammetterlo in pubblico. Tutto sommato si discute il come, non il cosa. Gli sfidanti apparentemente più insolenti all'iperpotenza americana, Germania e Francia, collaborano strettamente con la loro supposta avversaria nella lotta antiterrorismo, nel campo intelligence, in Afghanistan, in Africa Orientale (dove le forze speciali USA sono basate nell'enclave francese di Gibuti) e persino in Iraq (la polizia tedesca sta già addestrando quella irachena). Sul mare poi la cooperazione è piena ed esplicita, in Mediterraneo, Mar Rosso, Golfo Persico e Oceano Indiano. In realtà non c'è una vera discrasia fra i governi, quanto fra questi e una cospicua parte delle rispettive opinioni pubbliche, che condizionano gli atteggiamenti esteriori di tutti i leader. Ma si tratta di un gioco delle parti che il terrorismo ogni tanto fa finta di ignorare, conferendo ai suoi massacri una valenza discriminatoria che esiste solo se i diretti interessati, ossia gli occidentali, credono all'equivoco. Come sembra aver fatto Zapatero. Un po' più di chiarezza e di esplicito coraggio non guasterebbero. Le fortune elettorali non valgono stragi procurate per alimentare equivoci.

La geopolitica e la grande strategia non sono oggi facilmente comprensibili dalle masse. Occorre spiegarle e renderle commestibili. Tutta la vicenda della guerra al terrorismo e delle campagne centro-asiatiche risente di questa carenza di intelligibilità e comprensione. Dopo le drammatiche e lucidissime immagini dell'undici settembre tutto è diventato sempre più aggrovigliato, almeno per le opinioni pubbliche occidentali. Nessun leader si è preso la briga di spiegare le cose come scaturivano dalle lucide anticipazioni che determinavano gli indirizzi strategici. Chiarendo bene, in particolare, il cruciale collegamento fra la guerra in Iraq e quella al terrorismo, che costituisce l'argomento principe degli oppositori ad Iraqi Freedom. Facendo anche capire alle masse europee in generale - e spagnole in particolare, così oceaniche nel loro dissenso - che un feroce Iraq banditesco accanto a una fragile Arabia Saudita quasi al collasso era intollerabile, una torcia sotto un barile di benzina. Soprattutto quando entrambi totalizzano il quaranta per cento di riserve petrolifere mondiali. Quelle stesse riserve che sono messe in tensione da un semplice e pacifico ingresso dalla Cina e dell'India nel novero dei paesi industrializzati, responsabile dell'aumento dei prezzi del greggio di queste settimane. Né ha fatto capire il leader di pocanzi che qualsiasi sistemazione della questione mediorientale sarebbe stata pura utopia prima di aver neutralizzato l'attivo appoggio ai vari terrorismi da parte dei regimi canaglia e falliti (Afghanistan, il citato Iraq, Iran, Siria, Yemen, Libia, Somalia). E neppure che solo l'evidenza della forza applicata poteva indurre gli altri micidiali incoscienti del pianeta a recedere dai loro propositi, dallo scienziato pakistano Khan al leader nordcoreano Kim Jong Il.

Forse le armi di distruzione di massa dell'Irak sono state veramente fatte sparire alla fine degli anni Novanta, ma c'è voluta una pressione militare di prima grandezza perché ciò avvenisse e si confermasse senza ripensamenti. Non sono stati i colori dell'arcobaleno a mettere fine alla minaccia atomica piantata nel bel mezzo del massimo accumulo energetico del mondo ma le insegne dei carri angloamericani che risalivano il Tigri e l'Eufrate, agli ordini degli sparuti coraggiosi - fra i quali, indirettamente, il povero Aznar - che hanno avuto l'ardire di contrastare l'infantilismo utopico di opinioni pubbliche immature e incapaci di accettare le inevitabili asperità dell'esistenza. Le stesse opinioni pubbliche forse si meriterebbero le durezze fondamentaliste che si rifiutano di contrastare.

Anche la questione palestinese, apparente chiave di volta dei grovigli contemporanei, non è mai uscita nell'immaginario collettivo dal cliché dei poveri profughi oppressi dal fascismo sionista. Nessuno si è veramente mai preso la briga di gridare l'evidenza, quella di un popolo di disperati sfruttato cinicamente dai correligionari per mantenere acceso un braciere di irriducibile ribellismo arabo che si sarebbe forse già esaurito, se i campi palestinesi avessero seguito la sorte dei loro omologhi storici - alsaziani e tirolesi, turchi ed armeni, istriani e tedesco orientali, pakistani e indù, vietnamiti e sino nazionalisti, coreani e russi, serbi e croati, e chi ne ha più ne metta. Senza contare l'indispensabilità di un realismo che impone la neutralizzazione di tutte le minacce che incombono su Israele, come conditio sine qua non per imporre, dall'esterno, la rimozione della paranoia di un assedio permanente.

D'altra parte, non sempre si può spiegare tutto. Quando Roosevelt realizzò che gli Stati Uniti dovevano fermare a ogni costo la Germania hitleriana - sopratutto perché Germania, cioè potenza egemone dell'Europa, più che hitleriana, cioè politicamente scorretta e moralmente ripugnante - non potè permettersi di sviscerare ai suoi isolazionisti compatrioti tutte le nuances della geopolitica. Non sarebbe stato capito e avrebbe trovato solo rifiuti e contestazioni. Montò una formidabile campagna propagandistica e cercò di provocare le potenze dell'Asse in tutti i modi, scortando i convogli inglesi, attaccando i sommergibili tedeschi nel mezzo dell'Atlantico e tagliando i rifornimenti petroliferi al Giappone. Fu molto più abile di Bush jr. Al livello di un altro smagato professionista come lui, Bush Sr, il quale, infatti, prima di attaccare l'Iraq nel '91 ottenne l'avvallo internazionale e la bendizione dell'ONU. C'è da dire anche che Hitler e il Saddam del '91 erano bersagli più appropriati, per l'esecrazione delle masse, dello sdentato Rais del 2003.

Esaurite le lezioni, un accenno alle conseguenze. Nulla va dato per scontato. Questo vale sia per le previsoni elettorali, come si è visto, che per quelle militari. E' sempre più evidente, infatti, che le minacce di Zapatero, tecnicamente insignificanti ma politicamente rilevanti, potranno essere utilizzate per accelerare lo sganciamento degli Stati Uniti dal teatro iracheno - agognato da entrambi i candati alle elezioni di novembre - e il passaggio di competenze fra la burocrazia di Washington a quella di New York. Già avviato, peraltro, con l'approvazione da parte del Consiglio di Sicurezza della Risoluzione 1511 nell'ottobre del 2003. Di altro non si tratterà, comunque l'operazione venga fatta passare dagli spagnoli e dagli uto-pacifisti, dato che la responsabilità politica verrà assunta a giugno dai diretti interessati, gli iracheni, e quella militare è impensabile possa essere sottratta a Centcom. Al massimo potrebbe essere adottata una soluzione coreana, affiancando all'elmetto in kevlar kaki del suo CinC un casco blu dell'ONU.

Un'altra conseguenza potrebbe essere quella suggerita a Berlusconi da Baget Bozzo dalle pagine del Giornale. Ossia cogliere l'opportunità offerta dalla caduta del più filoamericano dei governi popolari europei per proporre l'esecutivo italiano in sostituzione. Sempre che Bush sopravviva alle elezioni di novembre, il governo italiano alle sue difficoltà, ed entrambi siano in condizioni di onorare gli impegni di una partnership che presenta notevoli rischi, come si è visto. Molto più facile ad auspicarsi che a farsi.

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