Anno 2004

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USA, commissione sul terrorismo e lotta politica

Andrea Tani, 29 marzo 2004

Non è mai successo nella storia che un Paese in guerra sottoponesse la sua leadership istituzionale a una esplicita nonché pubblica corte marziale sulle ragioni di una grave sconfitta, almeno finchè le ostilità erano in corso. La commissione parlamentare americana su Pearl Harbour fu attivata nel 1942, ma svolse le sue indagini in segreto e ne pubblicò i risultati dopo il 1945. Quella italiana su Caporetto si trascinò fino agli anni Sessanta. Le sue conclusioni preliminari determinarono il cambio di comando del Regio Esercito, da Cadorna a Diaz, ma durante il conflitto esse rimasero classificate, per addetti ai lavori. Vichy tentò nel 1942 una riflessione ufficiale sulla disfatta francese del 1940, ma smise quasi subito, atterrita dalle implicazioni.

La Gran Bretagna, che ha inventato la democrazia parlamentare e la trasparenza delle istituzioni, non si è mai prodotta in simili esercizi. Le lesson learned delle sue disfatte, non poche e non di piccola entità, da Gallipoli a Singapore, sono state sempre presentate e discusse in ambito politico oltre che tecnico, ma a porte rigorosamente chiuse. Il pubblico ne sarebbe venuto a conoscenza - e non sempre - ad apertura e declassificazione degli archivi decenni più tardi. Su alcuni fatti non si ha certezza persino dopo secoli. Le tradizioni, elemento portante dell'estabilishment britannico, si costruiscono in centinaia di anni e non sempre traggono giovamento dall'obbiettività. La verità è un lusso strategico che non tutti valutano alla stessa guisa, e comunque la sua ricerca è possibile solo dopo che il fumo delle battaglie e delle passioni si è dissipato. Quando è indispensabile acquisirla in tempo reale, per ragioni contingenti, il buon senso impone che ciò sia effettuato con la massima discrezione.

Le ragioni sono talmente ovvie che non hanno bisogno di essere sottolineate. Dovrebbero esserlo invece quelle che hanno indotto l'amministrazione USA a convocare, in piena guerra al terrorismo e nel bel mezzo di una compagna elettorale incentrata sui temi bellici, la National Commission on Terrorist Attacks Upon the United States, costituita da dieci personalità bipartisan che indagano sulle ragioni dell'11 settembre, sotto una copertura mediatica h24 - quella che si riserva alle occasioni di massima audience. I motivi che hanno imposto un passo così singolare in un momento così inopportuno non sono ben chiari, almeno agli stranieri.

Il principale potrebbe essere quello etico-legalistico, legato alla necessità di rispondere alle legittime istanze dei parenti dei caduti. La loro lobby è diventata potentissima e politicamente determinante nelle elezioni che incombono. Le implicazioni economiche del post 11 settembre sono poi gigantesche: si pensi solo al problema assicurativo, che determinerà l'andamento mondiale del settore per gli anni a venire. Poi forse c'è un aspetto di tipo sociologico-comportamentale: gli americani, figli dell'illuminismo e della rivoluzione positivista, vogliono trovare rapidamente una spiegazione per ogni cosa e pretendono una qualsiasi verità, purchè plausibile e ottenuta alla luce del sole, in modo da costruire su di essa i riti di purificazione che assolvono la loro coscienza collettiva. Un caso classico è quello della commissione Warren istituita dopo l'assassinio del presidente Kennedy, la quale arrivò in pochissimo tempo a conclusioni tanto univoche quanto discutibili, anche a voler accreditare la buona fede dei loro estensori. A distanza di anni le stesse conclusioni hanno perso qualunque credibilità, ma al tempo servirono allo scopo e rassicurarono una nazione smarrita.

Se questa era anche l'aspirazione dell'attuale National Commission, essa è stata totalmente disattesa. Lo smarrimento non è certamente diminuito, tutt'altro. La bipartisanship dell'organismo è collassata di fronte alla polarizzazione della lotta politica in corso e alla diversa percezione degli eventi esaminati da parte dei due schieramenti elettorali che si misureranno a novembre. Gli stessi eventi sono stati illustrati in una serie di testimonianze quasi esclusivamente di parte, commentate con la massima faziosità possibile da parte di media e opinion maker che hanno da tempo preso posizione in vista della battaglia finale di novembre.. Il risultato rischia di essere una specie di gioco al massacro nei confronti dell'esecutivo presente e di quello passato, gioco che probabilmente non vedrà né vinti nè vincitori, ma solo una irreparabile lesione al prestigio delle istituzioni statunitensi nel loro complesso.

Nei diversi ruoli di testimoni chiamati a deporre sotto giuramento - importanti ministri e alti funzionari presenti e passati delle due amministrazioni nonché commentatori (allineati) delle sedute della Commissione - i due schieramenti hanno recitato come da copione. I repubblicani tendono a rappresentare l'11 settembre come la diretta conseguenza del lassismo clintoniano e della sua distrazione verso temi di gravità incomparabilmente inferiore, non ultima la minaccia di impeachment che ha appesantito l'ultima fase del suo secondo mandato. Negli otto anni democratici - sostiene il GOP - al Qaeda ha fatto il suo apprendistato, passando da un oscuro anonimato ai libri di storia. Si è esercitata in una serie di attentati di gravità crescente (World Trade Centre, New York, 1993, ambasciata americana a Nairobi, 1998 e Aden 2000, contro l'USS Cole) ai quali l'amministrazione Clinton reagì con una sequenza di simbolici lanci di missili da crociera, che scalfirono qualche roccia dei deserti afgano e distrussero una fabbrica farmaceutica sudanese, equivocata per impianto chimico sospetto.

Non fu prevista e neanche pianificata una qualsiasi azione di forze terrestri, e neanche di commandos. Il contesto politico-mediatico non lo permetteva, come hanno rilevato tutti i testimoni in una rara manifestazione di concordia. Incombeva il ricordo di Mogadiscio, la dottrina della guerra a zero morti e la percezione della forte scorrettezza politica sull'uso dei mezzi militari per risolvere i guai del mondo. Fattori che non impedirono, peraltro, di scatenare una guerra di aggressione non autorizzata dall'ONU contro i nemici del fondamentalismo islamico nei Balcani, i serbi di Milosevich. Vista da questi anni e da questi arcobaleni, la stravaganza della mossa appare veramente rimarchevole, nonché obliata dagli avversari dei repubblicani, gli eredi di quel discusso presidente Clinton di allora, che oggi viene presentato dalla sinistra internazionale come un profeta, purificato dagli imbarazzi dello Studio Ovale.

Il punto di vista dei democratici, che ha avuto la sua apoteosi nella testimonianza di Edward Clarke, responsabile dell'antiterrorismo della Casa Bianca sotto Bush padre, Clinton e Bush figlio per i primi tredici mesi, prescinde da queste reminiscenze degli anni Novanta. Per loro tutto è cominciato da quando i neo-cons hanno conquistato la Casa Bianca nel 2000. L'accusa è focalizzata in particolare su George W. che viene accusato di avere ignorato la minaccia terroristica finché non si è concretizzata a New York e Washington, e di averla dirottata dopo poco su un Iraq che non c'entrava niente, reo solo di materializzare le ossessioni presidenziali, sicuramente petrolifere e probabilmente neo-edipiche.

Si tratta di un consueto refrain che tuttavia ha avuto un forte rilancio nazionale e internazionale, soprattutto dopo la deposizione del citato Clarke, che nei giorni precedenti l'audizione aveva "casualmente" pubblicato un libro fortemente critico verso l'amministrazione in carica, diventato subito un best seller (come quello di un altro transfuga, l'ex ministro del tesoro O'Neil). Clarke ha sparato a zero sull'ultimo suo ex datore di lavoro, il presidente Bush, con una cattiveria e un'asprezza che ha fatto notevoli danni all'amministrazione ma anche al suo autore. Gli si è immediatamente ritorta contro. Dopo un giorno di verifiche e analisi dei suoi trascorsi, sono apparsi sulla stampa americana (non tutta, solo quella non schierata con i democratici) contrattacchi molto circostanziati. In particolare su Time Magazine e Washigton Times viene messo in evidenza come le sue asserzioni di oggi sono del tutto opposte e antitetiche a quanto aveva affermato in pubblico in varie occasioni durante la sua attività alla Casa Bianca. E come riesca poco ragionevole, a proposito del mancato allarme prima dell'11 settembre, ipotizzare la condanna esclusiva di questa amministrazione e l'assoluzione piena di quella precedente.

Il credito delle dichiarazioni è quindi molto diminuito, soprattutto per chi vuole e sa approfondire. Per i democratici e i loro estimatori internazionali Clarke rimane una specie di eroe, un puro che è passato sopra le sue convinzioni ideologiche (è registrato come repubblicano dal 2000) per la "salus rei publicae", confermando solennemente davanti al popolo americano (le telecamere) che non accetterà mai un incarico in una eventuale amministrazione Kerry. E' presumibile che questo rifiuto non si estenda all'accettazione dei numerosi dollari che scaturiranno dai diritti di autore del suo libro. Ai quali si aggiunge la soddisfazione di aver messo in grave difficoltà quell'amministrazione che l'aveva prima ridimensionato - al momento dell'assunzione di Condoleza Rice dell'incarico di assistente per la sicurezza nazionale e quindi capo dello staff strategico della Casa Bianca - e poi messo alla porta. Le sue credenziali precedenti di zar del mediocre antiterrorismo di Clinton non meritavano di meglio. E tutto sommato anche quelle successive, di oggi.

Al di là di questa vicenda e delle altre che presumibilmente vedremo prima di novembre, è indubbio che la lotta al terrorismo è diventato un tema scivoloso per la riconferma del presidente Bush. Non è tanto l'11 settembre che può preoccuparlo, quanto la motivazione della campagna irachena, che non è così facilmente collegabile alla necessità di contrastare Bin Laden e compagni. Si tratta di una mossa che aveva anche questo scopo, insieme ad altri molto complessi e del tutto condivisibili, ma solo da chi non ha pregiudizi ideologici anti-repubblicani. In America, la metà del corpo elettorale o poco più, secondo i più recenti sondaggi. La vittoria potrebbe dipendere da un soffio, da un Clarke a favore o contro che compare al momento giusto. L'unico elemento che potrebbe evitare un esito così mercuriale - e malinconico, se vogliamo - è un chiaro progresso della ricostruzione mesopotamica. Niente ha più successo del successo. Un Iraq che procede con sicurezza e convinzione verso un domani migliore riuscirebbe a tacitare tutte le critiche, o almeno quelle in buon fede. Per un secondo mandato - un male noto - probabilmente basterebbe.

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