Anno 2004

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Siamo alla vera guerra irachena?

Andrea Tani, 13 aprile 2004

Comunque la si voglia chiamare (Intifada mesopotamica; Capitolo III della guerra irachena; Iraqi Freedom: ora della verità) è indubbio che la settimana passata ha significato un importante salto di qualità dell'impegno degli americani e dei loro alleati in Iraq. E'ancora presto per giudicare se si tratta di una riedizione locale di una offensiva del Tet, come qualche immaginifico storico ha osservato o semplicemente della concretizzazione di una delle tante aspettative pessimiste che molti esperti avevano preconizzato da tempo: l'entrata in campo delle fazioni sciite più irriducibili e meno disposte alla collaborazione con gli americani.

Comunque sia, risulta evidente che l'impresa di creare una decente creatura istituzionale che si collochi nello stesso contenitore geopolitico dei più o meno orridi Iraq precedenti è molto più ardua di quanto preventivato. Questa percezione si è fatta strada sia fra coloro che un anno fa hanno dato l'avvio a questa vicenda, per le ragioni sulle quali si dibatte ancora con molta asprezza, sia nell'ambito più generale dell'opinione pubblica occidentale, vagamente pacifista ma in realtà sbalordita da una ripresa così violenta della guerriglia organizzata e dai risultati anche simbolici che essa ha conseguito.

In pochi giorni i media hanno mostrato città espugnate e tenute sotto controllo da invasati feddayn, carri Abrahms che bruciavano su autostrade percorse da un traffico frenetico e quasi distratto, raduni religiosi di proporzioni oceaniche controllati dalle milizie confessionali, senza l'ombra di un soldato occidentale o di un poliziotto iracheno. Il tutto in presenza di un'apparente saldatura - negli effetti, se non nelle intenzioni - dei principali filoni eversivi (sunnita, scita e terroristico), saldatura che si è espressa in una proliferazione di attacchi sull'intero territorio iracheno, tracimando da consueto ridotto sunnita fra Tikrit, Falluja e Baghdad.

Tutto ciò è molto diverso dalla fulminante vittoria della primavera 2003 e anche dal terrorismo baathista e fondamentalista dei mesi scorsi, tutto sommato contenuto. Un conflitto che veniva sostenuto o avversato sopratutto per ragioni morali e politiche, spesso assai distanti dalle latitudini irachene, è stato riportato nella concretezza dei fatti d'arme dei quali ogni guerra è espressione. E' chiaro che a questo punto l'unica ipotesi accettabile, qualunque sia la posizione di partenza, è di rimandare a tempi migliori le introspezioni causali e portare a termine nel modo più efficace e indolore il nation building iracheno. Magari de-enfatizzandone i significati palingenetici che gli sono stati attribuiti da questo e da quello e delimitando obiettivi e conseguenze. Occorre innanzitutto vincere la guerra, che non si è affatto esaurita il primo maggio del 2003 ma ha solo cambiato pelle, e stabilizzare il Paese, pacificandolo con la gradualità che sarà possibile. L'alternativa sarebbe un caos che nessuno si può permettere.

Un caos tale da destabilizzare non solo il Medio Oriente ma la convivenza internazionale nel suo complesso. Il mondo intero. Nessuno ne sarebbe immune. La consapevolezza di questa realtà è ormai diffusa in modo uniforme, almeno presso la maggioranza dei decision maker, che sono obbligati per mestiere alla ragionevolezza. Gli utopisti parolai continuano a proclamare i loro slogan insensati, e purtroppo le ottanta elezioni, o giù di lì, che si stanno svolgendo nel mondo di questi tempi ne amplificano gli effetti. Si tratta di un fenomeno di gravità crescente, per le conseguenze che comporta e gli zapateri che fa zampillare. Ma ormai anch'esso ha poca influenza sul problema iracheno, che dovrà essere affrontato nell'unico modo ammissibile, ossia con fermezza, anche se potranno variare le modalità e le mani che la eserciteranno.

Dovendo quindi prendere atto della realtà e sfrondare miti e fantasie, non sarebbe inutile provare a riflettere sulle cose che non sono andate come dovevano e potevano, anche per contribuire alla rettifica di strategie e tattiche. Fermo restando che non tutto è da correggere, come potrebbe sembrare da una lettura frettolosa e impressionata degli eventi di queste settimane. L'importante nelle guerre non è vincere tutte le battaglie ma portare a casa il risultato finale, capitalizzando in particolare sulle sconfitte che a volte sono più utili delle vittore. Purchè i loro insegnamenti vengano ben compresi. Proviamo a fare qualche esempio.

Il governo americano non ha avuto sufficiente pazienza nella fase propedeutica della crisi che ha portato ad Enduring Freedom. L'assennato insegnamento di Bush padre nel '91 - l'assoluta necessità di procedere alla raccolta della coalizione più ampia possibile quando si deve operare un passo così grave come la guerra ad un importante stato in una zona cruciale del mondo - non è stato compreso e applicato. Qualunque fossero le ragioni per troncare gli indugi e andare avanti senza il consenso degli alleati e dell'ONU, si è trattato, col senno di poi, di un vero azzardo, dettato da necessità di rassicurare il fronte interno dopo l'11 settembre, ma anche da ideologismo, presunzione, eccessiva sicurezza, scarsa conoscenza dei termini del problema iracheno e esagerata irritazione per il comportamento degli alleati. Quest'ultima ha giocato forse un ruolo sproporzionato e va ascritta anche all'altezzosità di certe critiche, soprattutto francesi. Tuttavia, non si può negare la loro parziale fondatezza, al di là dell'inutile enfasi con la quale venivano formulate.

Sempre col senno di poi, è difficile confutare la tesi che sarebbe stato meglio rimandare la guerra all'autunno del 2003 o, al limite, continuare con le sanzioni e le ispezioni, piuttosto che procedere in modo unilaterale. Se l'unilateralismo americano (gli inglesi hanno seguito obtorto collo) avesse avuto successo, le lesioni alla compatezza dell'alleanza occidentale sarebbero state ricomponibili. Niente ha più successo del successo. Così come è andata, le stesse lesioni hanno rinvigorito la resistenza irachena e reso arduo il rafforzamento del dispositivo militare in Iraq che appare improcrastinabile.

A questo proposito, è sempre più evidente che l'approccio innovativo che Rumsfeld ha adottato per Iraqi Freedom - impiegando un corpo di spedizione relativamente ridotto ma molto mobile e aggressivo, sostenuto dall'aria e dallo spazio e robustamente interconnesso dalle tecnologie NetWarCentric - ha funzionato magnificamente nella fase classica del conflitto, ma molto meno nella guerriglia in corso. Le unità sul terreno sono chiaramente insufficienti per controllare un territorio vastissimo come quello irakeno, con tutto il necessario corollario di operazioni di controguerriglia, search and destroy, e soprattutto "conquista delle menti e dei cuori", senza la quale nessuna vittoria può essere veramente consolidata. Sopratutto quando usi e costumi locali sono così differenti dal modello del conquistatore.

La modesta preparazione storica, sociale e culturale dei militari americani nel rapporto con la stessa popolazione è un altro motivo di insufficenza, difficilmente superabile, data la formazione e l'età molto precoce del soldato medio delle divisioni del Central Command (solo nell'ultima settimana sono morti una mezza dozzina di GI di diciotto anni). Ad essa fa riscontro un'analoga difficoltà dei vertici politico-militari a comprendere una realtà tanto difficile e complicata come quella irachena - sommamente ambigua, composita, falsamente univoca, tramortita e corrotta moralmente e intellettualmente da decenni di dittatura brutale.

Molte delle decisioni adottate dal governo americano e dai suoi rappresentanti sono state inopportune o controproducenti: dalla sostituzione frettolosa e incomprensibile del primo governatore, il generale Garner, con l'ambasciatore Bremer, alla decisione di sciogliere l'esercito iracheno, trasformando all'istante il più solido pilastro potenziale di un nuovo stato in una riserva inesauribile di aspiranti guerriglieri, all'ambivalenza nel comportamento delle truppe, eccessivamente lassiste nelle prime fasi (la decisione di non colpire i saccheggiatori è stata particolamente dannosa e mal recepita dagli iracheni) e terribilmente dure in altri episodi successivi. Ad esempio nella sanguinosa punizione di Falluja dopo il massacro di quattro americani, non governativi, peraltro.

Gli alleati inglesi hanno spesso accusato i loro colleghi anglosassoni di scarsa sensibilità e di grossolanità tattica, imputando loro il ricorso troppo frequente alle armi pesanti, artiglieria, aviazione, carri armati, come chiave di risoluzione dei problemi sul campo. Gli israeliani, supremi maestri della materia, hanno un approccio molto più duttile e sofisticato nel contenimento della loro guerriglia, quella palestinese. Persino i nostri soldati di Nassirya, nel loro piccolo, hanno dimostrato che il giusto mix fra una fermezza proporzionata alle provocazioni e il mantenimento costante di un qualche dialogo, condito dalla giusta dose di incentivi economici (che certamente non fanno difetto al Central Command) evita molti guai ed è efficace sul piano dei risultati.

L'insufficienza numerica delle truppe americane sarebbe superabile, se fossero disponibili adeguate riserve. L'US Army è la cenerentola delle FF AA americane e ha in linea solo 33 brigate da combattimento, con le quali deve sostenere le strategie americane nei cinque continenti. Oltre metà sono impegnate in un modo o nell'altro nel teatro mesopotamico. Dato il fallimento della politica di coinvolgimento sul teatro di alleati importanti e le lentezze della ricostruzione di un esercito iracheno affidabile, il carico sulle spalle dei GI presenti in Iraq non potrà che aumentare. A breve, bloccando la rotazione prevista dei reparti e prolungando i tempi di permanenza. Nel più lungo periodo, mettendo in opera provvedimenti strutturali che accrescano la forza terrestre in linea (il candidato democratico Kerry propone due divisioni in più, e una volta tanto appare una proposta congrua) e riequilibrino il rapporto di risorse e responsabilità fra le quattro forze armate USA. Le dodici megaportaerei nucleari della US Navy sono di scarsa utilità nelle guerre asimmetriche dei giorni nostri, e per tenere a bada la Cina e la Russia, più che le "flat top" ormai bastano i B2, Internet, il fortissimo interscambio commerciale e la globalizzazione di ogni cosa.

I danni delle discrasie internazionali fra alleati sono notevoli ma ineliminabili. Gli interessi sono spesso diversi e inconciliabili, entro certi limiti. Molto più gravi e del tutto gratutiti sono quelli comportati dalle aspre polemiche interne della campagna elettorale in corso in America. Dovrebbero essere evitati a tutti i costi. L'interesse del Paese è sempre il medesimo, e così più o meno i mezzi per difenderlo. Ma la cosa non risulta affatto chiara all'esterno. Mai come in questa guerra le strategie militari e persino le tattiche sul campo sono diventate motivi di polemica elettorale e di aggressione faziosa, spesso strumentali. I danni alla credibilità della linea politica del governo di Washigton - ma lo sarebbero per qualsiasi governo, nelle stesse condizioni - sono enormi. Sopratutto perchè a diecimila chilometri di distanza certi tatticismi sono facilmente equivocabili e danno luogo a iniziative che hanno come unico scopo quello di utilizzare furbescamente (con la furbizia di un feddayn analfabeta) le dinamiche elettorali americane. Senza rendersi conto che in realtà, alla fine, "wright or wrong is my country", e Kerry non potrebbe mai fare cose molto diverse da Bush.

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