Anno 2004

Cerca in PdD


Dimensione militare della nuova crisi irachena

Andrea Tani, 26 aprile 2004

Dopo aver tentato una soluzione più o meno manageriale, il problema iracheno sta tornando alla sua dimensione militare, in attesa di diventare finalmente una questione esclusivamente politica. Se mai accadrà. L'interruzione dell'ondata di violenza che sta dilagando nel Paese e il ristabilimento di un livello accettabile di sicurezza sono di nuovo la premessa indispensabile per tutti gli sviluppi possibili. Questi ultimi si stanno focalizzando su un passaggio di mano del processo di nation building dall'esclusiva leadership anglo-americana a una cogestione fra Washington, Londra e New York, sede delle Nazioni Unite. Le modalità di questo processo sono in corso di elaborazione fra le tre capitali e sembra sempre più evidente che il ruolo dell'ONU sarà tutt'altro che notarile, come inizialmente auspicato dal governo americano (ma non da quello britannico).

Una riprova evidente è costituita dall'attivismo e dalla baldanza dell'inviato di Kofi Annan, Lakdar Brahimi, antico ministro degli Esteri algerino nonché demiurgo della preliminare pacificazione afgana. Il personaggio è veramente notevole, ma le sue capacità di mediatore ben acculturato sulle specificità della regione nulla potrebbero senza la convinta benedizione del governo americano. Dopo aver avversato una soluzione del genere, Washington sembra vedere in Brahimi l'ultima chance per uscire dal pantano iracheno senza troppi danni e senza dover mobilitare risorse e numeri iperbolici, non certo preventivati quando la vicenda ha avuto inzio. Questo atteggiamento è autenticamente bipartisan. Al di là degli slogan non esiste una differenza sostanziale di approccio fra il Bush di questi giorni e l'eventuale Kerry del dopo novembre. I commentatori e la stampa d'oltreatlantico sono unanimi su questo punto.

Il problema è che qualunque soluzione sia architettata essa non può partire nelle condizioni attuali. Anche perché l'Organizzazione delle Nazioni Unite non è in grado oggi di provvedere alla repressione delle rivolte armate, ma solo fare una mediazione politica, quando tutti i veri protagonisti lo vogliano e la condotta per interposta persona di operazioni di peace keeping siano maneggevoli. Un pro forma. I Balcani sono ancora sommersi dai detriti provocati dall'aver ignorato questa realtà. Lo stesso personale ONU non è arruolato, preparato e disponibile per operare in situazioni di guerra guerreggiata, e neanche di instabilità conclamata. Ha pagato sulla sua pelle, proprio in Iraq, il momentaneo oblio di tale consapevolezza, e non intende ripetere l'esperimento. I sindacati del Palazzo di Vetro sono ancora in causa con le proprie direzioni per i danni e le perdite subite dai suoi dipendenti nell'attentato di Baghdad dell'estate scorsa.

Una situazione simile vale per i grandi contractor che dovrebbero ricostruire il Paese e permettergli di riprendere il suo ruolo di grande esportatore di greggio. Nessun salario (e nessuna assicurazione) consente a un lavoratore civile - ad eccezione degli addetti alla sicurezza, sui quali accenneremo più avanti - di operare nelle condizioni irachene di oggi. Anche i non moltissimi governi fiancheggiatori degli Stati Uniti, che potrebbero essere disponibili a guadagnare qualche punto con Washington nella ricostruzione di un contesto civile devastato, sono bloccati dall'impraticabilità delle loro buone intenzioni. Zapatero è un esempio al limite, ma quanti volenterosi del post "mission accomplished" dello scorso maggio, sulla portaerei USS Lincoln, darebbero ancora prova della stessa disponibilità, se ne fossero richiesti adesso? Una cosa è non ritirarsi perché è disonorevole e peggiora le cose. Un'altra è offrirsi.

La sicurezza, quindi. Sicurezza vuol dire innanzitutto controllo del territorio. Un rapporto del 2003 della prestigiosa Rand Corporation afferma che il rapporto militari/poliziotti per abitante per mantenere un ordine decente in un paese in convulsioni come l'Iraq è come minimo di uno a cinquanta, ossia ventimila effettivi per ogni milione di abitanti. In Iraq ne servirebbero 500.000. Ve ne sono oggi circa 240.000, fra soldati alleati, operatori privati e fiancheggiatori iracheni di nuovo conio. Questi ultimi sono da reputare molto teorici, perché fluttuanti. Come hanno scritto The Washington Times e altri, nelle tre settimane di battaglie a Falluja il 10 percento dei neo-arruolati ha combattuto contro le forze americane, e un restante 40 percento ha disertato o si è rifiutato di sparare ai propri connazionali. I 240 mila diventano così 200 o poco più.

Siamo a meno della metà. Le meraviglie tecnologiche del Pentagono e l'assoluto e incontrastato dominio dei cieli possono ridurre gli "stivali sul terreno", come dicono i sodati yankee, ma non di molto. Diciamo che sarebbe auspicabile che i numeri raddoppiassero. Per gli americani, in particolare, significherebbe arrivare ai 300.000 soldati preconizzati dal capo di stato maggiore dell'US Army, Generale Shinseki, prima della campagna mesopotamica. E prima del suo siluramento da parte del suo capo Rumsfeld per aver sostenuto con troppo vigore questa tesi ("Rumsfeld at War" di Rowan Scarborough, Ed Regnery Publishing Inc.). Il segretario alla Difesa ha avuto splendidamente ragione per la fase "simmetrica" della guerra, esercito contro esercito, ma clamorosamente torto per quella asimmetrica alla quale stiamo assistendo.

E' evidente che quei numeri non potranno mai essere conseguiti, ma non sembra esservi alternativa al provare ad avvicinarvisi. Le vie possono essere svariate. Qualche esempio di quelle più significative dal punto di vista delle quantità e delle qualità.

1. Rumsfeld ha dichiarato recentemente che gli Stati Uniti dispongono di 2.3 milioni di militari mobilitabili, incluse Guardia Nazionale e varie riserve. Gli effettivi in servizio attivo sono 1.4 milioni. Tali risorse dovrebbero consentire di coprire largamente queste e altre esigenze, purchè vengano utilizzate a pieno. Una metafora idraulica dell'immaginifico segretario alla Difesa ha chiarito il concetto: se un tubo di gomma aspira acqua da un recipiente posto in alto e a un certo punto l'acqua non viene più, non è sempre necessario aggiungere liquido al recipiente. Può essere sufficiente spingere il tubo più in basso. Portata al limite, la metafora può diventare però: "Per mandare altri soldati in Iraq occorre raschiare il fondo del barile". Quello che Rumsfeld ha escluso categoricamente è un ritorno alla coscrizione obbligatoria, invocata da molti parlamentari, non solo democratici. Anche l'autorevole senatore repubblicano John Mc Cain, eroe del Vietnam nonché competitore di George W. Bush alle primarie del 2000, l'ha evocata.

2. Le conseguenze dell'infelice scioglimento dell'esercito iracheno dell'estate scorsa, su pressione dei fuoriusciti iracheni e dei notabili sciiti, si stanno rivelando in tutta la loro prevedibile calamità. L'arruolamento di milizie debaathizate né carne né pesce ha dato come risultati molti disertori e troppi guerriglieri. In questi giorni Bremer pare stia correndo ai ripari, anche su consiglio di Brahimi, per aggiustare i danni civili dell'eccessiva debaathizzazione - che ha privato lo stato dei suoi quadri professionali - e limitare quelli militari. Un intero anno è stato perso, tuttavia, e con esso l'opportunità di far transitare in un nuovo esercito iracheno l'intero dispositivo militare del vecchio regime, depurato magari delle unità più compromesse della Guardia Repubblicana e degli ufficiali di grado più elevato. Come è stato a suo tempo per l'Italia dopo la fine della seconda guerra mondiale e anche per la Repubblica Democratica Tedesca dopo la riunificazione tedesca. Persino la Germania hitleriana è stata meno purgata di quanto è accaduto all'Iraq. Il comandante della celebre nave corsara Atlantis, un mito della propaganda di Goebbels, diventò nel dopoguerra capo di stato maggiore della Bundesmarine. Comunque vada, alla fine l'esercito iracheno dovrà essere composto da iracheni e farsi carico del problema sicurezza. Forse Bremer, Negroponte o il prossimo presidente prescelto di Brahimi sono ancora in tempo per ricostruire l'esercito iracheno con armi americane partendo proprio da quelle Divisioni che, previdentemente, si erano ben guardate dall'opporsi agli invasori di Iraqi Freedomi (ma non erano state comprese). The sooner, the better.

3. Un cenno ai privateers, una grande risorsa e un'importante innovazione dello stato dell'arte. Sono in Iraq e altrove per restare, è bene non coltivare equivoci. Nella loro connotazione più professionale non si tratta di una specie di guardie giurate, come facciamo finta di credere, ma di vere forze speciali dotate di armi pesanti. Persino di elicotteri gunship. Svolgono i lavori più ingrati e duri, soprattutto in ruolo difensivo, mentre gli eserciti governativi per ora mantengono il monopolio di quello offensivo. Dove consentite, tali forze sono soggette a regole che impediscono sconfinamenti. Rappresentano uno sviluppo fisiologico di un insieme di fattori concomitanti - globalizzazione, outsourcing ad alto valore aggiunto, ripulsa occidentale per la guerra e la morte, pragmatismo anglosassone che non sacralizza troppo mansioni e funzioni, disponibilità di abbondante manodopera qualificata dopo la fine della guerra fredda e l'avvio della pace calda, eccetera. Se in Iraq alleati e iracheni non riuscissero a ridare stabilità al Paese, il numero dei guerrieri consultant potrebbe crescere ulteriormente (si parla già di 30.000 effettivi, il 50% rispetto alle cifre attuali). Sperabilmente non il loro ruolo.

FAI CLICK SU QUESTO LINK ED ESPRIMI LE TUE IDEE NEL FORUM