Anno 2004

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La campagna irachena vista dalla Russia

Andrea Tani, 10 maggio 2004

Sull'edizione in inglese della Pravda del 4 maggio scorso è stata pubblicata una ricerca molto interessante sulla campagna irachena, intitolata "Analysis of the twelve months of military occupation of Iraq by the US and coalition forces" [leggi PDF]. L'ha elaborata il "Ramzaj Group", una think tank russa costituita chiaramente attorno a competenze professionali ex-militari e/o ex-KGB. Non è chiaro se la ricerca si propone di disinformare l'opinione pubblica occidentale, seguendo magari le direttive di istituzioni superiori che non si possono esporre troppo, come appare da talune sue divagazioni un po' ardite, oppure mira ad arricchire i privati che possiedono le competenze di cui sopra. In quest'ultimo caso si tratterebbe di un ordinario esempio di capitalizzazione del cospicuo know how acquisito dai custodi del paradiso dei lavoratori in un cinquantennio di guerra fredda. Uno dei tanti esempi del ribaltamento di scienze e coscienze dell'utopia comunista realizzata.

Può anche darsi che il vero obiettivo sia semplicemente quello di fornire un punto di vista obiettivo alla comunità internazionale degli affari che è attratta dalle prospettive del potenziale eldorado iracheno, ma non ha ben chiari i rischi possibili. Essendo nel contempo disponibile a pagare profumatamente per un polso di situazione non falsato dall' inevitabile propaganda di una coalizione in guerra. Se l'iniziativa dovesse aver successo, altre consulenze del genere potrebbero seguire in qualunque altro posto, fino ad insidiare il monopolio che in questo settore hanno le lobby militari anglosassoni. L'URSS è stato l'unico paese, assieme agli Stati Uniti, a possedere nella seconda metà del secolo scorso una completa rete spionistica a livello planetario ed extraplanetario, con adeguate capacità di analisi e valorizzazione. La privatizzazione di entrambe le capacità darebbe luogo a sviluppi inediti e del tutto competitivi con la concorrenza, che peraltro oggi dispone di un vero e proprio monopolio operativo.

Il quesito sulle vere ragioni del lungo pezzo della Pravda rimarrà quindi irrisolto, almeno fino a quando non se ne saprà di più. Il minimo che si possa osservare è che, a parte qualche forzatura, si tratta di un'analisi seria, fuori del coro e non riconducibile a una sola campana (o fabbrica di campane, se si ammette che non tutte le posizioni della galassia anglo-americana finiscono per coincidere, anche se poi alla fine vengono tutte dalle stesse matrici). Le porzioni dello studio che possono essere verificate, perchè note da alte fonti o chiaramente valutabili nel contesto dello stato dell'arte, sembrano del tutto attendibili. Presentano quasi sempre punti di vista originali, a volte penetranti e mai banali. Stupisce il loro grado di approfondimento, considerato che in fin dei conti sono gli anglo-americani a combattere in Iraq e non i russi. Evidentemente non sono solo le direzioni centrali del KGB a essersi riconvertite, ma anche le talpe operanti nei gangli decisionali degli ex nemici, le quali forse arrotondano le loro presumibilmente misere prebende governative con qualche dopolavoro.

Proviamo a vedere qualcuno dei punti di vista meno scontati. La liberazione anglo-americana dalla dittatura di Saddam Hussein dell'aprile 2003 si è trasformata molto presto, nella percezione degli iracheni, in una vera a propria occupazione, in gran parte per la scarsa lungimiranza dei liberatori/occupanti. Invece di dare la priorità alla ricostruzione materiale e morale dell'Iraq la coalizione si è sopratutto preoccupata, nei primi quattro mesi seguiti al "Mission Accomplished" del presidente Bush sulla portaerei Lincoln, di "spartire fra propri componenti le varie sfere di influenze e i contratti relativi, abbandonando il paese a se stesso e al caos" per dirlo con la Pravda. Questo al di là delle buone intenzioni espresse con il progetto di Piano Marshall iracheno, la democratizzazione del sistema politico, l'accordo sulla costituzione, la conferenza dei donors, le immense somme stanziate dal Congresso americano (che peraltro non si sono ancora materializzate), eccetera. Ne è seguita quella che viene definita la "lumpenization"(da "lumpenproletariat") della popolazione, ossia un immiserimento estremo di tutti i suoi strati sociali. L'anarchia sociale e l'assenza di controlli ha favorito il sorgere di uno spontaneismo armato che ha assunto inizialmente il carattere di autodifesa per poi trasmigrare verso velleità di controllo del territorio e competizioni per l'egemonia postbellica da parte delle varie fazioni.

Secondo gli autori dello studio, l'inevitabile conflitto con le forze di occupazione che ne è seguito ricorda quello che accompagnò le prime fasi dell'occupazione sovietica in Afghanistan nell'estate del 1980. Le truppe destinate a difendere il paese dai nemici esterni si fecero coinvolgere nella repressione di gruppi armati locali che minacciavano le amministrazioni pro-sovietiche che gli occupanti avevano istituito. Il parallelo è un po' forzato ma mostra un tentativo di focalizzazione non scontato e attento alle specificità regionali. Suggerisce anche che il progressivo passaggio degli americani da liberatori a oppressori, nella percezione degli autoctoni, è un dejà vu che richiama quello dei loro antichi avversari. E' da augurarsi che l'esito sia differente, anche se in tutto il documento gli autori non sembrano preconizzare altro - e questo forse è un limite alla imparzialità della loro analisi.

Nel corso dei mesi gli spontaneismi ribellistici iracheni si sono coagulati in una specie di insurrezione, limitata inizialmente a specifiche regioni che si stanno ampliando sempre di più, anche se non si può parlare di una sommossa generalizzata. Tale insurrezione non ha trovato ancora un capo, un'organizzazione coerente e un motivo unificante, anche perché è divisa in due filoni principali, quello sunnita e quello sciita. Il primo deriva soprattutto dai residui del regime e si esprime in modalità operative che stanno a cavallo fra il terrorismo e la guerriglia. I reparti sul campo sono composti in genere da 15-30 combattenti dotati di armi leggere e pesanti ereditate dall'arsenale saddamita. L'equipaggiamento non differisce particolarmente anche nei gruppi sciiti, che però sono più robusti (100-150 uomini), determinati e aggressivi. Non si contentano degli attacchi terroristici ma cercano di conquistare porzioni di territorio che abbiano un significato simbolico importante. Talvolta ci riescono. Il loro radicamento locale è molto più forte di quello dei loro rivali confessionali anche perché sono in genere situati in centri di notevole pregnanza religiosa e non ne cedono volentieri il controllo a chicchessia. Il totale dei guerriglieri dei due movimenti impegnati in azione viene valutato in 10.000-13.000 unità (cifre prossime alle valutazioni alleate). Il ruolo delle gerarchie religiose nella guida delle milizie armate e nella loro ispirazione è sempre più attivo. Scrivono gli autori dell'analisi: "L'aver trasformato uno stato laico in una coacervo di fanatici ribellismi confessionali costituisce uno dei risultati peggiori e meno previsti della campagna anglo-americana". Come si vede non viene fatto cenno ad Al Qaeda: un po' perché i russi non ci credono poi tanto, un po' perché in Iraq non ce n'è bisogno. I locali bastano.

Sul piano strettamente militare viene evidenziata nella ricerca la grande efficienza ed efficacia delle operazioni offensive alleate, che hanno portato alla caduta del regime in un tempo incredibilmente rapido e, nel contempo, le difficoltà che soprattutto gli americani incontrano oggi nel contrastare la guerriglia. Soprattutto loro perché sono gli unici che ci provano. Gli altri sono assediati in guarnigioni locali e non prendono iniziative offensive. Molto interessanti e appropriate sono le valutazioni tecniche sulle tattiche e i materiali impiegati in entrambe le fasi della campagna: quella militare classica o simmetrica, e quella repressiva o asimmetrica. Fra i risultati positivi viene annoverata la famosa Network Centric Warfare del Pentagono, sulla quale ormai tutti credono di sapere tutto. A torto, perché le sue limitazioni, messe giustamente in luce da Ramzaj - zone d'ombra di sensori e mezzi trasmissivi della rete tattica globale - sono ancora da valutare. Soprattutto perché Iraqi Freedom si è svolta contro un avversario che non combatteva e non utilizzava le contromisure delle quali disponeva, almeno sulla carta.

Sottolineata anche la qualità degli equipaggiamenti statunitensi, la diffusione omnicomprensiva del mezzo aereo (pilotato e non), i mezzi di guerra elettronica, le comunicazioni, il comando e controllo e i sistemi di navigazione precisa, oltre alla competenza, la tempra e il valore combattivo di quadri e truppa (americana, perché sugli altri non ci sono commenti particolari). Messo in risalto il riuscito acclimatamento del personale alle difficili condizioni mesopotamiche, motivo di notevoli preoccupazioni prima di Iraqi Freedom e causa precipua della impazienza dell'amministrazione americana ad avviare la campagna nella primavera del 2003 in anticipo sui grandi caldi estivi.

Fra le negatività troviamo le contrazioni della disponibilità di personale dovute al combattimento, alle difficili condizioni irachene, ai crolli psicologici e mentali, ai fattori diversi al contorno - malattie, suicidi, incidenti, scadimento della combat readiness, diserzioni, mancate rafferme, incapacità dei contesti familiari di origine a reggere gli stress di un congiunto in guerra, inadeguatezza di molti soldati al diverso contesto socioculturale, eccetera. Al fattore umano si aggiungono le défaillances nei materiali, la vulnerabilità dei mezzi corazzati ed elicotteri alle armi più rudimentali (fuoco di armi automatiche, lanciarazzi e mine), il logorio indotto dalle difficili condizioni fisiche del teatro, gli "attriti" dovuti ai due fattori precedenti, le carenze dell'integrazione fra sensori e armi, le difficoltà del combattimento nei centri urbani e lungo le vie di comunicazioni - gli scenari tattici dominanti, eccetera.

Cominciamo dai lutti, l'argomento più delicato e importante oltre che nervo scoperto delle opinioni pubbliche occidentali. Basandosi sull'esame incrociato di dati ufficiali americani e inglesi con quelli di proprie fonti intelligence - non ultima l'intercettazione delle comunicazioni tattiche alleate, frutto di una presenza Elint (electronic intelligence) russa ancora attiva in Iraq - Ramzaj Group sostiene che il totale dei morti americani è compreso fra 960 e 1.040 unità (a fronte di poco più di 500 riconosciuti), quello dei feriti intorno a 14.400 (a fronte di 3.600), oltre a 500 disertori e 140 arrestati. In aggiunta alle perdite dichiarate dalla coalizione, vengono considerate anche quelle omesse, che riguardano i deceduti dopo il ricovero in ospedale e i caduti di forze speciali e contractor. Il totale supererebbe le 16.000 unità.

Il metodo di calcolo si basa sull'applicazione meticolosa dei criteri definiti dalle pubblicazioni militari statunitensi perché una inabilitazione al combattimento possa essere definita perdita. Le discrepanze con i dati ufficiali derivano anche da una lettura puntigliosa di tutte le fonti disponibili, come ad esempio le dichiarazioni dell'US Medical Command circa il ritiro di 10.840 uomini dal teatro iracheno per ragioni mediche, che vanno a sommarsi ai 3600 ufficialmente dichiarati come feriti in azione. Difficile contestare un simile approccio e i risultati conseguenti, se ottenuti in modo deontologicamente corretto. Analoghe investigazioni operate sui dati ufficiali inglesi portano a ritoccare le perdite britanniche, da 58 morti a 90-95 (dati derivati dal numero delle pensioni per morte in combattimento rilasciate dal ministero della Difesa del Regno Unito) e dai 400 feriti al doppio: 800.

In totale la coalizione avrebbe avuto 1200 caduti e 17.000 feriti, malati o inabilitati per cause belliche. Per i caduti si tratta sempre di un ventesimo delle perdite di un solo giorno di battaglia della Somme nel 1917, o di una frazione ancora minore dei massacri delle più celebri battaglie dell'antichità, da Canne a Waterloo. I tempi non sono più quelli, tuttavia. In tempi di Guerra a Zero Morti i body bags cominciano a essere troppi. Il conflitto del Vietnam provocò 5-6.000 morti all'anno in media. Non siamo a quella cifra, ma l'ordine di grandezza comincia ad approssimarsi. Senza contare i feriti, che si avvicinano molto ai livelli vietnamiti per gli straordinari sviluppi della chirurgia d'urgenza di questi ultimi decenni, che salva molte più vite di quanto non fosse possibile in Indocina - peraltro a prezzo di una pressocché completa mobilitazione delle risorse mediche dell'US Army - e rende incomparabili le statistiche. Il rapporto fra morti e feriti dei combattimenti di oggi è del tutto alterato rispetto al passato.

Per inciso, in tutta la ricerca non è fatto alcun cenno alle perdite irachene, militari e civili: si tratta di realismo militare russo, prosecuzione della citata sindrome afgana, o preoccupazione di non contaminare l'asettico tecnicismo militare con un buonismo compassionevole che viene lasciato ad altri (anche perchè potrebbe indurre facili critiche alla ricerca)?

Un cenno ai mezzi. Situazione meno drammatica - per l'assenza del carico emozionale e delle riverberazioni politiche connessi con le perdite umane - ma ancora più inquietante. Secondo l'analisi Ramzaj, il materiale rotabile, cingolato e aeromobile dell'US Army si è molto logorato nelle condizioni di impiego di Iraqi Freedom e ha subito notevoli perdite per il fuoco nemico. Il possente carro da battaglia Abrams da settanta tonnellate si è dimostrato inaspettatamente vulnerabile, negli ambienti urbani, agli RPG 7 e SPG 9, i rudimentali lanciarazzi portatili ex sovietici diffusi nel contesto sociale iracheno. Ancora di più i blindati da trasporto e ricognizione (il generale Meyers, capo di stato maggiore generale americano si è lamentato tempo fa di non vedere come potesse essere combattuta una guerra in un paese dove ogni famiglia possiede il suo RPG). Venticinque Abrams sono stati distrutti, 60 colpiti gravemente, 110 blindati fuori combattimento, 160 danneggiati. Simile discorso per gli elicotteri, spesso costretti a volare basso per cattiva visibilità. Trenta sono stati abbattuti, con la perdita di 150 uomini. E' stato stimato che il 50% dei mezzi impiegati nella campagna saranno inutilizzabili entro la fine del 2004, per usura e danneggiamenti vari. Si tratta di migliaia di mezzi, dal costo iperbolico, che dovranno essere sostituiti.

Possiamo arrestare qui il nostro succinto compendio dell'articolo della Pravda, prima che arrivi alla fine, nella quale si produce una serie di dietrologie fanta-terroristiche poco convincenti e ancor meno sostenibili. Il pezzo segue i logorroici modelli del giornalismo russo, sempre meno conciso di quello occidentale. Meno conciso ma più completo e approfondito, specialmente nei confronti di un argomento come quello citato. Sul quale permane il caveat di attendibilità che abbiamo menzionato all'inizio. Possiamo solo osservare che se la prospettiva e i dati effettivi fossero sostanzialmente quelli delineati dal Gruppo Ramzaj, le prospettive della coalizione anglo-americana sarebbero decisamente meno fauste di quanto Washington non faccia trasparire. (Londra no, non pecca di ottimismo, ma solo di albionica determinazione, derivante dalla convinzione di Blair che si tratta di un dovere al quale non ci si può sottrarre, costi quel che costi).

Prenderebbero ancora più corpo le opinioni di coloro che sostengono che oggi il maggior pericolo per l'Iraq e il Medio Oriente non viene tanto da un intestardirsi dell'amministrazione americana nella prosecuzione del conflitto, quanto dal possibile sviluppo di una sindrome del "tutti a casa" di fordiana e clintoniana memoria. Soprattutto se a novembre non fosse George Bush a prevalere ma il suo rivale democratico, del quale si stanno svelando i pesanti trascorsi disfattisti al tempo della guerra del Vietnam. Difficile pensare che il giovane tenente di vascello congedato con onore dalla US Navy, che a quell'epoca dichiarò che lo stragismo costituiva il comportamento ordinario dei suoi ex commilitoni impegnati in azione, possa diventare Winston Churchill della Mesopotamia. Soprattutto oggi che è nel pieno dell'età matura, nella quale tutti gli uomini tendono normalmente a rifuggire dalla follia della guerra, anche quando è drammaticamente necessaria.

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