Anno 2004

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India, sorpresa e possibili conseguenze delle elezioni

Andrea Tani, 24 maggio 2004

Nell'ultima decina di giorni l'India ha dato una sorprendente lezione di maturità politica a tutto il mondo e in particolare alla maggioranza delle nazioni in via di sviluppo, oppresse da autocrazie sclerotizzate e incapaci di accettare la modernità e le opportunità che essa offre. Lo ha fatto attraverso un utilizzo massiccio e progredito del metodo democratico di cooptazione delle masse ed espressione del loro volere, proprio nel momento nel quale da più parti si critica il progetto di estensione al mondo islamico della democrazia come antidoto all'integralismo e all'intolleranza. L'inaspettato esito delle elezioni indiane dimostra senza ombra di dubbio la percorribilità del metodo democratico, anche e soprattutto nei paesi in via di sviluppo, nei quali le grandi scelte e gli indirizzi decisivi vanno condivisi dalla maggioranza, come e ancora di più che nei paesi avanzati.

In questi ultimi la maggioranza ha ormai raggiunto un accettabile grado di "felicità perseguibile" che difficilmente può essere limitato dai detentori del potere del momento. Più o meno quello è e quello rimane, a meno di catastrofi o impazzimenti all'argentina, i quali tuttavia hanno cause estemporanee che non fanno testo, legate come sono alla natura tutt'altro che democratica dello specifico contesto sociale. Negli autentici paesi invia di sviluppo, viceversa, una scelta sbagliata può ritardare di decenni l'emersione e l'eliminazione dell'arretratezza. La perizia dei timonieri è essenziale. La rotta che essi assumono va condivisa al massimo grado possibile per assicurare uniformità di sforzi, autenticità di intenti e trasparenza dei processi gestionali, tutte proprietà indispensabili per assicurare efficienza alla gestione della cosa pubblica. L'alternativa è l'autocrazia e il totalitarismo - cinesi, ad esempio - che privano vertici autoreferenti della convinta partecipazione della base e occultano le carenze. Difficilmente potranno essere mantenuti a lungo nel mondo globalizzato di oggi.

La recente esperienza indiana sembrerebbe assumere pertanto un ruolo emblematico nell'approccio a scelte istituzionali in situazioni analoghe. Il condizionale è d'obbligo perché se i recenti avvenimenti indiani sono stati sconvolgenti e anche affascinanti, la prognosi sul futuro del subcontinente che essi hanno determinato è tutt'altro che scontata. Ricapitoliamo i fatti. Il 22 maggio un illustre e rispettatissimo economista sikh, Manmoanh Singh, ha giurato come primo ministro di New Delhi - premiership all'inglese, quindi con estesi poteri - in seguito alla vittoria elettorale conseguita dal Partito del Congresso, laico, razionalista, socialisteggiante, dirigista e contrario al sistema delle caste surrettiziamente ancora in vigore nel Paese. Partito antico e prestigioso guidato da Sonia Gandhi, "donna", in un contesto sociale dominato dai maschi, nata e cresciuta in Italia, cristiana, imparentata con la più illustre famiglia del subcontinente e assurta ai fasti del potere non per meriti suoi ma per una successione dinastica, dopo che i vari regnanti che si erano alternati erano stati assassinati. Il primo di essi, Indira Gandhi, da soldati della sua guardia del corpo, appartenenti allo stessa fiera etnia del nuovo premier.

Com'è noto, Sonia Gandhi ha rinunciato al potere formale che le competeva come leader vittorioso nella competizione elettorale per evitare al paese una lacerante spaccatura sulla sua idoneità a guidarlo in quanto straniera di nascita, nonché - ai suoi figli - l'immensa angoscia di vedere una madre molto amata esposta alla stessa minaccia della nonna e del padre. Nel paese delle rinunce e dei forti legami familiari il gesto è stato molto apprezzato e ha aumentato a dismisura il carisma di Sonia. Le elezioni hanno portato a una sequela di risultati simbolicamente pregnanti. I tre principali leader del paese sono oggi ascrivibili a tre confessioni diverse, nessuna delle quali è appartenente al firmamento indù, come i fondamentalisti del BJP (Bharatiya Janata Party, Partito del Popolo Indiano) estromessi dal potere. Il presidente della repubblica e il neo primo ministro sono seguaci di religioni alle quali gli indù sono ostili, ma personalmente sono molto apprezzati dal complesso della società indiana. Il primo, islamico, è il padre della bomba atomica nazionale; l'altro della rinascita economica del paese, come ministro delle Finanze nel 1991 e autore della prima decisiva inversione delle teorie e delle prassi economiche che hanno portato alla "Shining India" rivendicata dal BJP. Sullo scintillio della quale il settantanovenne ex premier Atal Mehari Vajpayee ha creduto di poter impostare un consolidamento delle fortune della sua politica, anticipando le consultazioni federali di sei mesi a mo' dello Chirac di due elezioni or sono, e perdendole clamorosamente allo stesso modo.

E' stato sconfitto perché ha sottovalutato il risentimento delle masse derelitte dei contadini sottosviluppati che vivono nei villaggi con meno di un dollaro al giorno a testa, i quali vedevano da lontano lo splendore dei poli tecnologici dell'outsourcing globalizzata e dell'informatica ma non ne ricevevano alcun beneficio. Oltre ad arricchire i relativamente pochi - per gli standard indiani - che la padroneggiavano, secondo il Financial Times non più di ottocentomila persone (altre fonti parlano di cinque milioni di softweristi, sempre una frammento del miliardo e più di indiani), l'high tech di Bangalore e dintorni ha contrbuito a distruggere le fortune elettorali di chi la rappresentava, in quanto ha consentito di dar voce alle masse dei poveracci delle campagne e delle bidonville. Il voto elettronico, che in Europa e in particolare nel nostro paese è considerato una diavoleria futuribile pronta a cadere in mano al grande fratello di turno, ha fatto il suo trionfale ingresso nel paese che ospita le maggiori masse di poveri al mondo, 370 milioni o giù di lì. Invece della manipolazione autocratica, ha consentito una autentica sovranità popolare su scala mai sperimentata.

Se non è democrazia questa - sconvolgente, entusiasmante, credibile democrazia - non si sa cosa e dove possa essere. Come ha scritto Philip Stephens sul Financial Times del 21 maggio, non vi è traccia in India delle vetuste e ambigue schede perforate che hanno determinato tante polemiche e sospetti altrove. Sicuramente si sono avuti massicci brogli e irregolarità nelle tre settimane di complicate procedure che hanno dato voce alle molte centinaia di milioni di votanti; ma le nuove tecnologie hanno senza dubbio rafforzato la credibilità del voto e hanno reso possibile il suo utilizzo da parte di milioni di derelitti che sarebbero stati tagliati fuori o preda di manipolatori assoluti.

Il compiacimento potrebbe tuttavia fermarsi presto. La comunità degli affari ha reagito alla vittoria di un partito che avrà bisogno dei sessantadue seggi comunisti in Parlamento per governare con il massimo crollo in borsa della storia indiana, solo parzialmente recuperato dopo l'incarico a Singh. Quest'ultimo appartiene ad un'etnia che rappresenta solo il due percento degli indiani e non ha esperienza di leadership politica. Dovrà tenere insieme il Triciclo locale, i cui componenti sono divisi su tutto e spesso lottano gli uni contro gli altri nei governi degli stati dell'Unione, per esempio nel Kerala il Congresso e i comunisti. Gli sconfitti del BJP hanno preso molto male l'inaspettata disfatta e creeranno tutte le difficoltà che potranno, attizzando anche le spaccature confessionali. I musulmani hanno votato in massa per il Partito del Congresso, polarizzandosi politicamente, cosa che non avevano mai fatto. L'India rischia di spaccarsi in due mega blocchi, un laburismo para-blairista, interclassita, cosmopolita e interconfessionale, con forte presenza musulmana, sikh e cristiana, e il BJP fondamentalista, castale e suprematista sotto il profilo dell'etnicità.

In aggiunta, se le aspirazioni dei diseredati non verrano soddisfatte con una certa sollecitudine - ed è difficile che lo possano, a detta dei più esperti India Watchers - la loro delusione si farà sentire e potrebbe assumere forme violente e nichiliste. Esiste il concreto pericolo di un fiorire di vari terrorismi di diverso colore e confessione, come spiega il Time Asia Magazine del 24 maggio. A questo punto il problema dell'economia che preoccupa gli investitori e la finanza internazionale diventa il meno, dato che Singh proseguirà nella progressiva apertura dei suoi predecessori, forse riflettendo maggiormente su certe dismissioni frettolose dei gioielli della corona, le aziende di Stato più profittevoli e strategiche. Idem per la politica estera, che dovrebbe continuare più o meno sui binari di questi ultimi anni, a parte forse l'innamoramento per Israele e l'America di Bush della destra BJP, che potrebbe non esssere condiviso dagli epigoni dei neo allineati alla Nehru.

L'India ha sempre perseguito nei decenni una politica se non ostile agli Stati Uniti (come nella Guerra Fredda), non certo simpatetica verso di loro. Anche i suoi militari si sono formati in Russia, in Gran Bretagna e in Francia e non sono filoamericani, come un po' dappertutto al di fuori delll'islamismo integralista. Sono soprattutto dei fieri e arroganti sciovinisti. La collaborazione antiterrorista con gli USA andrà probabilmente avanti: entrambe le parti sono troppo interessate ai suoi risultati. Il nemico di entrambi è lo stesso, ma proseguirà senza quella connotazione di alleanza strategica di civiltà che neocons americani e la destra del BJP volevano fargli assumere. Tutto questo durerà finché durerà. Ognuno può connotare la frase come ritiene più opportuno.

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