Anno 2004

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L'Iran e la questione strategica del Medio Oriente

Andrea Tani, 31 maggio 2004

Il riposizionamento dell'Iran come una delle principali chiavi di risoluzione del puzzle iracheno è solo uno degli aspetti più eclatanti e inaspettati del nuovo ruolo che il paese sta assumendo nello scacchiere mediorientale. Niente di nuovo sotto il sole della storia, naturalmente: l'impero dei Parti è stato per decine di generazioni un protagonista assoluto di quella parte di mondo, e la sua eclissi è relativamente recente, almeno col metro dei millenni.

Quella che è inaspettata è la rapidità con la quale è stata ribaltata una prognosi infausta che prevedeva l'accentuarsi della stessa eclissi a causa della penetrazione regionale del più recente nemico dell'ex Trono del Pavone, ossia gli Stati Uniti d'America. Enduring Freedom e fino a qualche settimana fa anche Iraqi Freedom sembravano avere stretto Teheran in una ferrea morsa che lasciava ben poco spazio di manovra alla teocrazia al potere.

La prospettiva più verosimile pareva essere diventata una destabilizzazione eteroindotta che avrebbe fatto leva sulle vulnerabilità e instabilità iraniane; in primis quella demografica, generata dal baby boom post-rivoluzionario che aveva fatto del paese uno dei più giovani e dei più impazienti del pianeta. La stretta conservatrice che è stata operata nelle recenti elezioni e che si è rispecchiata nel Parlamento inaugurato qualche giorno fa, il 27 maggio, sembrava riflettere le difficoltà del potere a gestire le minacce esterne e le tribolazioni interne, e probabilmente in parte è così.

Bisognerebbe verificare se si tratta di una involuzione brezneviana, come avevamo creduto di intravedere in una precedente riflessione sull'argomento da queste pagine, o piuttosto della meditata adozione di quel modello cinese di graduale liberalizzazione economica, accompagnata da un assoluto controllo politico sul contesto sociale, che risulta sempre più appetibile a coloro che partono da condizioni accentuate di degrado e devono conciliare sviluppo e stabilità su scala macroscopica, in condizioni non particolarmente rilassate dal punto di vista dei contenziosi internazionali. Non è solo l'Iran a trovarsi in tale situazione ma certamente la descrizione si attaglia perfettamente al suo stato presente.

Può essere quindi che le angherie che il potere degli ayatollah ha compiuto nella censura delle candidature moderate nelle recenti elezioni costituiscano una specie di Tienammen locale, anche se incruenta e legalistica. Un brusco colpo di freno che cerca di salvare il bambino del principio democratico, al quale gli iraniani tengono molto (e anche il clero sciita, perché è servito per dare legittimità alla teocrazia al tempo di Khomeini), buttando via l'acqua sporca della dissidenza e del disordine. Che poi insieme a questi ultimi siano stati sacrificati i fermenti positivi di una società molto vitale e in tumultuosa crescita, può essere stato giudicato un dettaglio o un male inevitabile.

La storia stabilirà della saggezza di questa e simili mosse, che peraltro trovano imitazioni crescenti anche altrove. Solo l'India, fra i grandi paesi in via di sviluppo, persevera nella sua incredibile democrazia totale, ma si tratta della condizione peculiare di un continente che si è fatto nazione e che può sopravvivere - se continuerà a farlo - solo in una forma esplicitamente rappresentativa delle innumerevoli diversità. L'Iran è sempre stato un'altra cosa, un monolito autoritario, l'epitome dell'assolutismo, tanto da avere fatto scrivere a un grande storico che se a Salamina avessero trionfato i persiani, la storia del mondo sarebbe stata profondamente diversa.

La digressione è stata lunga, ma serve forse a fare riflettere sulla consistenza e la legittimità storico-culturale di un gruppo dirigente che viene spesso descritto come un'accolita di ottusi stregoni nazi-clericali e che invece probabilmente esprime la continuità di una linea di leadership che risale molto addietro nel tempo. Prova ne sia che il principale disegno strategico dell'Iran di oggi è quello della egemonia regionale sull'area del Golfo e, in cogestione con la citata India, sull'intero Oceano Indiano. Lo stesso disegno ha avuto origine, dopo la rinascita del paese nel secolo scorso, da una politica concepita e attentamente perseguita dallo Scià Reza Pahlevi. Il quale è anche il padrino storico della bomba atomica, se mai dovesse materializzarsi, il suo primo propugnatore.

Oggi l'egemonia regionale non può essere conseguita dall'Iran senza venire a patti con il tradizionale competitore storico arabo sunnita e senza ridurre l'invadenza delle potenze imperialiste del momento nella sua sfera di influenza. Ieri erano l'Inghilterra vittoriana e la Russia zarista (e andò male alla Persia); oggi sono sopratutto gli Stati Uniti (anche se la qualifica "imperialista" ha perso le sue nobili connotazioni originarie ed è diventata un insulto che nessuno accetta volentieri).

Oltre alle ingerenze esterne, Teheran deve respingere i focolai infettivi della destabilizzazione wahabita, acerrima nemica dello sciismo. Last - but tutt'altro che least - se vuole crescere, l'Iran deve in qualche modo ridimensionare l'effettiva superpotenza militare della regione, e cioè Israele, con la quale non sussiste un vero contenzioso etnico-terrioriale, come accade per gli arabi, ma sopratutto un'autentica rivalità ideologica e geopolitica. Finché Israele è quella che è, le ambizioni iraniane resteranno al palo, a parte le altre questioni.

Il primo risultato (la riconciliazione con gli arabi dopo le ostilità passate) è stato conseguito con il riavvicinamento fra Teheran e Riad nel '96, il Cairo nel 2003 e la Siria nei mesi scorsi. Il secondo (il contenimento degli USA) passa attraverso la mossa precedente, che mira anche a staccare i regimi arabi moderati dall'abbraccio con gli Stati Uniti, nonché ad appoggiare le forze che si oppongono alla coalizione alleata in Iraq, con consigli e soldi agli sciiti moderati di Sistani, manuali tattici e armi agli sciiti arrabbiati di Al Sadr.

L'appoggio deve essere cauto, non solo per le possibili ritorsioni di quella che è sempre una vera iperpotenza militare "simmetrica", capace di sbriciolare le forze armate iraniane nello spazio di un mattino, ma anche perché gli interessi di fondo di USA e Iran non sono così divergenti, a parte la questione dell'egemonia regionale. Entrambi aborriscono l'estremismo wahabita nella sua manifestazione destabilizzante dei talebani e di Al Qaeda e hanno interesse alla stabilità dell'area dove una delle due parti vive e l'altra trae l'energia per vivere. Come ha scritto Oliver Roy sul Le Figaro del 30 aprile: "Enemies jurés, Tehran et Washigton se retrouvent alliés de fait".

Questa alleanza di fatto si ritrova anche nelle vicende irachene, dove le zuffe di questi ultimi mesi non sono tanto un sintomo di un deterioramento catastrofico della situazione quanto un indice del posizionamento di tutte le parti che resteranno in Iraq dopo il ritiro degli americani per la conquista o la spartizione del potere. Con l'internazionalizzazione della soluzione finale, gli americani devono rassegnarsi e cercare di favorire una fazione sciita amica, o almeno che non sia del tutto prona a Teheran.

Comunque vadano le cose, la leadership sciita postbellica è una certezza, se l'Iraq sopravviverà come stato unitario. Potrà non soddisfare pienamente Washington, ma è chiaro che il dispositivo militare americano rimarrà in Iraq ancora per molto tempo, almeno in forma ridotta e lontano delle città, e qualsiasi amministrazione di Washington conserverà un potere di condizionamento non marginale sugli affari iracheni.

Prima o poi gli americani dovranno trattare con Teheran, se vogliono dare stabilità all'Iraq e alla loro presenza nella regione. Già si parla sui giornali americani (es. IHT del 26 maggio) della necessità, per Bush o il suo eventuale successore, di un gesto alla Nixon 1974: un coraggioso e lungimirante viaggio a Teheran per cancellare il passato e ricostruire il rapporto irano-americano sulla base della convergenza di interessi. Come Nixon andò a Pechino e barattò Saigon con l'alleanza antirussa con Mao, così oggi un presidente americano potrebbe barattare Baghdad con un'alleanza strategica con Teheran in funzione antifondamentalista, consolidando così un'area troppo onerosa da gestire direttamente. E' quello che, con altri nemici e obiettivi, avevano fatto entrambe le parti negli anni Cinquanta e Sessanta.

Un problema ancora più serio è invece quello della irriducibile ostilità fra Israele e Iran e il postulato nucleare che si porta appresso. Teheran sta realizzando la bomba, seguendo la sua antica vocazione di superpotenza regionale in cerca di legittimazione e di indipendenza dalle pressioni di chi è ancora più grosso. Pare sia a due terzi del cammino per acquisire un dispositivo simile a quello pakistano. Possiede quattro centri nucleari, miniere di uranio, gran parte della tecnologia che serve, centrifughe in abbondanza, i supporti esterni e la copertura di programmi civili estesi e sofisticati, all'interno dei quali affinare il know how che manca. E' solo una questione di tempo, al di là delle schermaglie con l'AEIA e delle promesse di moratoria degli ayatollah, abbastanza inevitabili ma prive di credibilità.

Oltre a introdurre nell'area strategicamente più importante del mondo uno sbilancio di potere inaccettabile a chi deve garantirlo, cioè i citati Stati Uniti, una bomba iraniana sarebbe sopratutto una minaccia mortale per Israele. Gerusalemme percepisce il proprio nucleare come la sua massima garanzia di sopravvivenza e non accetta equiparazioni sulla valenza strategica dei vari possibili deterrenti. Se Teheran si dovesse avvicinare troppo al suo obiettivo, un intervento di Tsahal che rimandi alle calende greche la scadenza diventerebbe solo questione di tempo. Con Saddam Hussein ha funzionato, ma l'Iran non è l'Iraq e questo avvio di millennio non sono gli sterilizzati anni della guerra fredda. L'unica speranza è che la vicenda irachena catalizzi un riavvicinamento fra Teheran e Washigton che potrebbe allontanare le ansie di tutti. Un altro motivo per un gesto coraggioso da parte di chi maggiormente può permettersi di farlo.

Una riconciliazione fra Iran e Israele è improbabile, nonostante che la geopolitica la suggerisca e la realpolitik abbia già visto una stretta cooperazione fra i due ai tempi dello Scià. C'è di mezzo sopratutto il problema palestinese, con la pesante ingerenza della teocrazia iraniana attraverso gli Hezbollah e tutto il resto, diventati oggi fattori talmente rilevanti sotto il profilo politico e militare da non essere facilmente occultabili dietro un pezzo di carta. E' scorso troppo sangue e le ferite sono profonde dall'una e dall'altra parte. D'altra parte, nel Medio Oriente di oggi si naviga a vista, sotto costa e con lo scandaglio in mano, zigazagando fra le rocce affioranti. Un problema alla volta. Per le traversate oceaniche si vedrà quando diventeranno necessarie e possibili.

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