Anno 2004

Cerca in PdD


L'entente cordiale tra Francia e Stati Uniti sull'Iraq

Andrea Tani, 7 giugno 2004

Con il viaggio di Bush in Europa una ventata di ottimismo è tornata ad aleggiare sull'esito della guerra calda al terrorismo che, secondo il presidente americano, dovrebbe seguire per l'Occidente lo stesso andamento positivo del confronto epocale della guerra fredda. Il parallelo è stato casualmente caricato di un particolare significato simbolico, proprio in questi giorni, con la scomparsa del maggiore artefice dell'evento primigenio, ossia il compianto presidente Reagan, ispiratore e ideologo inconsapevole dell'ondata neoconservatrice che ha portato agli avvenimenti di questi mesi.

La sosta a Roma non è stata la solita sceneggiata di un tempo, descritta da Kissinger nelle sue memorie, e neanche una semplice prevedibile raccolta di consensi elettorali cattolici e italoamericani da parte del candidato repubblicano alle elezioni di novembre. Attività peraltro tutt'altro che da disprezzare in quanto segno di una crescente influenza della Penisola nel processo di formazione del consenso negli USA che molti non possiedono o, come la Spagna, vi hanno recentemente rinunciato.

L'amministrazione americana ha trovato nel Governo Berlusconi un alleato competente, costruttivo e tutto sommato non prono, capace di criticare con amicizia sulle cose ragionevoli senza porsi obiettivi troppo ambiziosi, in particolare sulle way out possibili per il ginepraio iracheno. Il complessivo contributo politico, diplomatico e militare dell'Italia è riuscito a elevarsi ben al di sopra di quanto la mancata partecipazione alla coalizione che ha invaso l'Iraq e l'1,5% italiano del dispositivo militare alleato in Iraq lasciassero presagire. Anche se occorre precisare che la sua caratura sarebbe stata molto minore senza la brillante prova della brigata di Nassiriya e dei reparti in Afghanistan, la battaglia dei Ponti e i morti nei vari attentati - oltre al famoso "Ora vi faccio vedere come muore un italiano" che ha commosso lo stesso Bush. Il medesimo contributo è stato ampiamente rafforzato (e non soverchiato una volta tanto) da quello della superpotenza confessionale dell'oltretevere che ha rettificato alcune sue smagliature iniziali del 2003 per fornire un apporto fattivo e anche utile, diventando "parte della soluzione" come dicono gli americani, dopo essere stata, e non poco, "parte del problema."

La stessa cosa a loro modo hanno fatto anche le opposizioni, non partecipando alle manifestazioni anti-Bush, alcune, e tenendo, le altre, un comportamento responsabile anche se - e giustamente - esemplificativo del forte dissenso dell'opinione pubblica europea alla guerra. La maestà e il fascino della città più carismatica del mondo ha fatto il resto. Anche un texano frettoloso e originario di Midlletown non deve esserne rimasto immune, soprattutto nel momento nel quale si determinano le scelte epocali che influenzeranno il mondo intero nei prossimi decenni, e i simbolismi hanno un grande appeal. Nel complesso, insomma, il contenitore geopolitico italiano (il termine "nazione" sarebbe eccessivo, impreciso e "espressione geografica" troppo poco) ne è uscito bene.

Anche il successivo, più importante e significativo incontro di Normandia, quello fra Bush e Chirac, è andato - parrebbe - nel verso giusto, che è innanzitutto quello di una rapida risoluzione del più acuto diverbio che abbia avuto luogo fra l'America e l'Europa dai tempi della crisi di Suez nel 1956. La rievocazione del D-Day si è trasformata in un vero e proprio summit fra un sovrano non più assoluto (ammesso che lo sia mai stato) ma largamente costituzionale, una specie di Re Artù del Nuovo Ordine Mondiale, e il più importante dei suoi baroni, il Lancillotto della situazione. Anche dal simbolismo della coreografia è sembrato che a sbarcare il 6 giugno del 1944 fossero stati sopratutto americani e francesi, con un codazzo marginale di ausialiari, fra i quali i valorosi dell'Impero Britannico che sostennero sulle loro spalle, più di ogni altro, il fardello più oneroso della lotta alla Germania hitleriana in sei anni di lotta veramente "asperrima". Ed inventarono strada facendo la "Francia Libera" dalla quale i microgollismi successivi, comnpreso quelli attuali, hanno tratto origine e legittimazione. D'altra parte, sic transeat gloria mundi, e tutto il resto. La Francia si è risollevata alla grande e oggi può gestire questa magnifica misiticazione senza che alcuno torvi da ridire.

Tornando ai due inevitabili protagonisti della rievocazione, Bush e Chirac hanno esplicitamente concesso l'un l'altro riconscimenti di elevato significato emblematico e di cospicuo spessore pratico. Bush ha parlato della Francia come la più antica alleata degli Stati Uniti, con tutto il carico di primogenitura che l'investitura comporta, in barba alla "comunità dei popoli di lingua inglese" di churchilliana reminiscenza e blairiano anelito. Chirac, dal canto suo, ha evocato "l'eterna riconoscenza" dei francesi agli americani che, in quanto tale, è presumibile non si debba coinsiderata esaurita all'aprile del 2003, quando ha avuto inizio la contestata Iraqi Freedom.

È sempre più evidente che qualcosa di molto importante sia successo nelle ultime settimane nei rapporti franco-americani. I giornali credono di spiegarne i dettagli ma occorrerà attendere il vero dopoguerra iracheno per conoscere i particolari, e forse non basterà. Quel che è certo già da adesso è che tali rapporti hanno cambiato tono e contenuti. L'accento sembra essersi focalizzato sulle convergenze piuttosto che sulle divergenze. Sostanzialmente gli Stati Uniti sembrano aver ottenuto il definitivo OK di Francia e quindi di Germania e Russia (la Cina per ora tace, ma è difficile che possa dissentire) per il cambio di regime a Baghdad, che a questo punto fa comodo a tutti, oltre che agli Usa.

Corollario dell'OK precedente è l'approvazione dello schema Brahimi (inviato ONU ma anche consuocero del Re di Giordania, il più fedele alleato degli USA nella regione) sulla nuova governance dell'Iraq, nonché la direzione delle operazioni militari residue affidata al Central Command, che oltre ad essere americano è l'unico in grado di gestirle, pur coordinando la propria azione col nuovo govenro iracheno. La Francia ha ottenuto la rinuncia al protettorato americano sull'Iraq, al quale date le circostanze non credava più neanche Rumsfeld, e soprattutto la sua riammissione al ricco mercato petrolifero iracheno, riconsegnato integralmente, sembrerebbe, al governo iracheno, con il probabile codicillo segreto che il mega contratto della Total Fina dell'anteguerra, 70 miliardi di dollari, cancellato dalla CPA dopo l'invasione, sarà riammesso a validità.

Alcuni osservatori anticipano che l'accordo sull'Iraq potrebbe precludere a una vera e propria partnership strategica globale fra Stati Uniti e Francia che potrebbe sostituire quella di volta in volta promessa a Germania, Russia e ripetutamente attuata con la sempiterna Gran Bretagna. Ne sarebbero interessati tutti gli scenari di crisi dell'Eurafrica e del Medio Oreinte, oltre a qualche brandello delle Americhe, come Haiti. Persino la questione israelo-palestinese potrebbe essere gestita da un duopolio fra Washington e Parigi, utilizzando l'influenza speciale che quest'ultima mantiene con i palestinesi e sopratutto la Siria e il Libano, chiave di volta per la cessazione del terrorismo in Terra Santa.

La vera sconfitta del rapprochement franco-americano potrebbe essere - oltre ad una certa idea di una Europa rivale degli USA e forse al Regno Unito, che vedrebbe ridimensionata la sua influenza sull'altra sponda dell'Atlantico (e con essa il suo ruolo planetario "by proxie")- sopratutto la lobby petrolifera statunitense. Essa si vedrebbe sfuggire dalle mani il monopolio del petrolio irakeno, e annesso dollaro di sconto su ogni barile che già riceve dall'Arabia Saudita. D'altra parte se il petrolio è - insieme alle armi di distruzioni di massa, effettive o potenziali - la principale ragion d'essere degli eventi iracheni recenti, come è probabile, si tratta di una motivazione di alta valenza strategica, da non confondere con un abbuono economico del tutto ininfluente. L'Iraq possiede, insieme all'Arabia Saudita e al Kuwait la metà delle riserve mondiali accertate di greggio e la quasi totalità delle eccedenze immissibili nei mercati in caso di crisi. L'Arabia Saudita, a detta degli esperti, è in uno stato pre-comatoso e il Kuwait è dominato dalla più screditata classe di governo del Golfo Persico.

Un Iraq risanato e riabilitato costituisce l'unico puntello possibile al sistema petrolifero mediorientale. Non è detto che riuscirà, ma se il disegno è questo, ha una sua impellente ragionevolezza, che tale rimane anche se non è facilmente pubblicizzabile. I 42 dollari al barile toccati nelle ultime settimane e le evidenti complicità che i terroristi sauditi hanno nell'apparato di sicurezza della monarchia di Riad potrebbero far riconsiderare questa difficoltà di coinvolgimento delle opinioni pubbliche occidentali che sono meno irresponsabili di quanto i loro governanti credano, sopratutto se informate bene e per tempo.

FAI CLICK SU QUESTO LINK ED ESPRIMI LE TUE IDEE NEL FORUM