Anno 2004

Cerca in PdD


Il G8 di Sea Island e dintorni chiari e scuri

Andrea Tani, 16 giugno 2004

I molti avvenimenti che si sono accavallati in questa settimana influenzeranno in modo notevole i principali scenari internazionali, in primis quelli legati alle varie questioni mediorientali. Tralasciamo i risultati elettorali europei, di contradittoria lettura e non facilmente attribuibili, solo o principalmente, al rifiuto dell'opinione pubblica europea delle iniziative americane in Iraq. Vengono analizzati ampiamente in altra parte di queste note. Il loro indubitabile - anche se difficilmente quantizzabile - rapporto con la guerra in Iraq è cosa troppo complessa e collegata a difetti di comunicazione, di cultura strategica, di consapevolezza geopolitica, dall'una e dall'altra parte dell'Atlantico, per poter essere affrontata con poche battute.

C'è solo da osservare che se sarà confermato quanto anticipato da diversi responsabili di governo, in primis lo stesso Blair, ossia che la partecipazione alla guerra in Iraq è stato un misfatto dal quale difendersi in campagna elettorale, vuol dire che il deficit di assertività e di consapevolizzazione delle opinioni pubbliche europee è talmente elevato da indurre l'osservatore a chiedersi se non fosse il caso di lasciare Saddam Hussein al suo posto, considerato anche che nel nuovo governo iracheno, testè inaugurato con tanta fanfara da Brahimi e soci, siedono sei fra gli antichi generali e burocrati del Rais. Sarebbe stato necessario rinunciare definitivamente a stabilizzare il Medio Oriente, a estriparne le velleità proliferative e a cercare di evitare al mondo una crisi energetica simile a quella degli anni '70, ma per le opinioni pubbliche occidentali pare si tratti di un dettaglio.

Oppure era veramente il caso, e non solo "nice to have", di coinvolgere sin dall'inizio tutta la comunità occidentale nell'epilogo della grave crisi irachena, da conseguire magari attraverso altri mezzi e tempi differenti, dedicando la maggiore attenzione possibile a vincere preliminarmente "le menti e i cuori" dei partecipanti all'impresa, prima ancora che degli iracheni. Se un insegnamento si può desumere da quanto è acccaduto, è che al giorno d'oggi non bisogna dare più per scontato che i popoli occidentali assecondino i propri interessi, e forse neppure che ne abbiano consapevolezza.

Non è chiaro se ciò derivi da un afflato neo-francescano su scala intercontinentale o di un rifiuto collettivo della realtà dovuto a maldigestione di ideologie desuete, ma accattivanti, e paura della morte - entrambe condite con una deresponsabilizzazione cosmica. Quel che è certo è che se i governi occidentali hanno compreso che è assolutamente indispensabile cooptare i propri governati nel compimento delle intraprese strategiche e geopolitiche che sono ancora indispensabili, in un mondo tutt'altro che omologato sul francescanesimo di pocanzi, occorre dedicare a questa disperante impresa tutta l'energia che è necessaria. E non negarne stolidamente la perentorietà.

La leadership statunitense, per quanto ancora consapevole delle rudezze della vita, non sembra aver compreso questa evidente realtà. Che è facile ad enunciare, meno facile a gestire, ovviamente, ma l'amministrazione Bush non ci ha neanche seriamente provato, un anno fa. E' andata dritta per la sua strada come aveva fatto per l'Afghganistan, dove aveva persino rifiutato l'aiuto della NATO, fidando sul "can do", la Network Centric Warfare, il blitz, l'invasione snella, e le bandierine ai lati della strada. Ora che persino i critici di allora, i Niet-Peolple del Consiglio di sicurezza del marzo 2003, hanno accettato il fait accompli legittimando il pecccato originale, non è il caso di rivangare, salvo che per essere ben consapevoli che il passato si scorda solo nelle canzoni napoletane, e neanche tutte le volte. Si può essere certi che la riconciliazione fra USA e la Vecchia Europa che abbiamo visto propinata in tutte le salse per una dozzina di giorni è autentica per quello che è sempre stata, cioè una fondamentale - e riconfermata - concordanza di strategie di fondo, ma continuerà a differire su tempi, modi e tattiche, che corrispondono a una differenziazione di interessi che è vasta, profonda e reale.

I risultati del summit di Sea Island sono molto eloquenti in tal senso. Gli unici accordi veri sono stati quelli sulle zone grigie, senza contrasti: Africa, proliferazione nucleare - rimarchevole a questo proposito la severa posizione assunta da europei e russi sull'Iran, anche se forse è troppo tardi - e incoraggiamento a israeliani e palestinesi a riprendere il processo di pace, con l'appoggio ai ritiri, promessi da Sharon, da Gaza e dalla Cisgiordania e l'annunciata convocazione del Gruppo dei Quattro, che dovrebbe catalizzare altre iniziative. Tutte cose che non costano nulla e hanno ritorni mediatici assicurati. Ma sull'Iraq sono stati fatti ben pochi passi avanti rispetto all'approvazione della risoluzione 1546 di qualche giorno prima. Francia e Germania non hanno promesso sostegno militare, e Chirac ha escluso un coinvolgimento della NATO (per il quale occorre l'unanimità dei paesi componenti l'Alleanza). Gli Stati Uniti hanno multilateralizzato in teoria, in pratica mantengono lo stretto controllo dell'unico strumento che conta, quello militare, con annesse le strategie relative. Bush ha fatto forti pressioni sui grandi creditori del vecchio Iraq, Russia e Francia in testa, volte a indurli a cancellare la gran parte del debito, fino al 90%. Ha ottenuto dichiaraziuoni di intenti e belle parole, nessuna promessa. Il vero accordo, negoziato altrove, si è trovato forse sul petrolio, ma non ne è stata data pubblicità, e comunque prima che dia dei dividendi concreti ce ne vorrà.

Sulla questione NATO, in particolare, il presidente francese ha messo in luce che un eventuale impegno Atlantico introdurebbe un simbolismo indesiderato e inopportuno nel complesso tema delle relazioni fra il mondo arabo e l'Occidente euro-americano, senza contropartite di equivalente rilievo. Sarebbe accentuata quella valenza di "scontro fra civiltà" tra Islam e Cristianesimo che tutti cercano assolutamente di negare o ridimensionare. Con una tale obiezione, che certamente non è facilmente confutabile, è dubbio che si possa arrivare ad altre conclusioni, al vertice NATO di Istanbul della fine di giugno al quale la questione è stata rimandata. Probabilmente la NATO offrirà qualche limitato aiuto su specifici temi (addestramento di poliziotti iracheni, sostegno logistico e di comando e controllo ai polacchi) ma è difficile che decida quell'impegno massicico e incondizionato a fianco degli USA e della Gran Bretagna che gli americani auspicano (impegno che peraltro non riesce a mantenere neanche in Afghanistan, dove l'Alleanza è ufficialmente vincolata). Lo auspicano perchè hanno il fiato corto. Lo US Army e le varie Riserve non ce la fanno a coprire gli impegni operativi in Iraq senza sguarnire gli altri scenari e sottoporre le unità in Mesopotamia a turni di dislocazione protratti e massacranti, che avranno conseguenze sul livello di rafferma in servizio dei volontari e quindi in definitiva sull'efficienza complessiva dell'esercito e sulle prospettive del suo futuro.

Il Pentagono ha annunciato il ritiro di un terzo del suo contingente dalla Corea del Sud, proprio quando il contenzioso proliferativo e nucleare con Pyongyang è al suo acme. Una parte dei ritirati verrà trasferita in Iraq. Comunque venga letta la mossa in Asia nordorientale, è difficile spacciarla per un'intensificazione delle pressioni sugli stalinisti nordcoreani. Di fatto, Washigton sembra rinunciare alla politica muscolare nella Penisola, lasciando a Cina e Giappone la gestione della matassa coreana secondo le usanze del posto. Può darsi che la realtà non sia così, e che il Pentagono si riservi gli strumenti più risolutivi e definitivi - deterrente strategico e difesa missilistica - per contenere le eventuali minacce nordcoreane, delegando i tatticismi ai pratici locali. In politica, come nelle relazioni internazionali contano tuttavia più le percezioni - e le interpretazioni - che le intenzioni, o gli enunciati delle dottrine. Proprio la Corea fu vittima nel 1949 di una incomprensione cinese su incaute dichiarazioni del segretario di Stato americano del tempo, la quale provocò in gran parte il colpo di mano di Pyongyang dell'anno successivo, finito come si sa.

Difficile non percepire il ritiro coreano come un inizio di sganciamento. Ancora più difficile non constatare come l'acquisizione di una capacità nucleare, associata a un impantanamento in una qualsiasi parte del mondo del maggior numero possibile di GI, costituisce la maggiore garanzia di un nemico degli americani per mettersi al riparo dalle loro guerre preventive. A proposito delle quali sorge spontaneo un interrogativo: sarà più possibile agli Stati Uniti, nel futuro a breve-medio termine oltre il quale siamo tutti keynesiani, impostare una qualsiasi altra "Freedom" per un qualunque altro motivo? Motivo che non sia ovviamente una minaccia immediata e immanente di proprorzioni ragguardevoli? Naturalmente escludendo gli attacchi chirurgici e localizzati, preventivi o meno, che hanno sempre fatto parte della praxeologia strategica degli Stati Uniti. Ossia, in sostanza, si azzarderanno ancora gli americani a operare - da soli, in quello splendido isolamento che nessuno oserà turbare per il tempo a venire - un altro cambio di regime manu militari, con annesso "nation building" e imposta conversione ideologica?

Ogni previsione è lecita, ma si può essere moderatemente confidenti che, a meno di un colpo di scena inaspettato e molto positivo nelle vicende irachene, che le immediate stragi seguite alla risoluzione ONU non mostrano molto presumibile, le stesse vicende segneranno uno spartiacque nei modelli comportamentali dell'(ex?) Iperpotenza, marcando forse la fine di una supremazia quindicennale - dal 1989 a quest'anno - che ha avuto pochi esempi nella storia. Forse nessuno, come sostengono autorevoli studiosi. Comunque vadano le elezioni e le Costituzioni europee, la crescita dell'economia cinese, il rientro della crisi giapponese, il risorgimento della Russia, la ricompattazione dell'India e le varie vicende di questo complesso pianeta, sarà veramente difficile che gli Stati Uniti possano continuare a vedere il mondo con i prismi esclusivi della loro sensibilità e delle loro esigenze, come una specie di proiezione imperfetta della propria irripetibile epopea nazionale. In un modo da definire e con i tempi più opportuni, è più che probabile che l'America prenderà piena (e matura) consapevolezza della relatività delle varie esperienze storiche, politiche e sociali, partendo innanzitutto dalla propria.

FAI CLICK SU QUESTO LINK ED ESPRIMI LE TUE IDEE NEL FORUM