Anno 2004

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La spirale di destabilizzazione dell'Arabia Saudita

Andrea Tani, 21 giugno 2004

L'eliminazione di Al Muqrin, considerato il capo di Al Qaeda in Arabia Saudita e l'organizzatore degli attentati che stanno insanguinando il regno da qualche mese, potrebbe segnare un momento decisivo nella lotta per la supremazia ideologica e politica che si sta combattendo all'interno della cupola monarchica di Riad. L'uccisione è avvenuta in circostanze alquanto misteriose. Sembra mentre Muqrin stava cercando di distribuire video della decapitazione di Paul Johnson, l'ingegnere della Lockheed Martin brutalmente assassinato qualche ora prima, dopo un sequestro. L'avvenimento ha suscitato molta impressione, non solo in America ma anche nel mondo arabo. Johnson viveva in Arabia da molti anni, apprezzava il paese ed era benvoluto dai locali.

Comunque siano andate le cose, la casualità delle uccisioni successive - della vittima e del suo carnefice - appare poco convincente. E' la seconda l'elemento cruciale. L'eliminazione di Muqrin, che ha goduto di vaste complicità all'interno degli apparati di sicurezza di Riad, sarebbe il sintomo di un regolamento di conti interno al potere saudita. Si fronteggiano i riformatori, che vogliono estirpare la malapianta del terrorismo wahabita di Bin Laden, venendo incontro alle fortissime sollecitazioni americane, e i conservatori, che hanno chiuso un occhio e anche due sulle gesta del più celebre saudita di tutti i tempi, considerato un eroe nazionale da gran parte della popolazione. Li hanno chiusi dopo aver cercato di blandirne le furie - dirottandole sull'"altrove", che fosse l'Afghanistan, i Balcani, il Sudan o l'Iraq - attraverso un fiume di denaro proveniente dalle organizzazioni caritatevoli, con l'appoggio esplicito degli apparati intelligence dello Stato. Senza menzionare l'assoluta libertà di predicazione eversiva della quale hanno goduto i catechisti wahabiti filo OBL nelle 40.000 moschee del Regno, che è stata utilizzata a senso unico per aizzare i frustrati sauditi contro l'America, Israele e l'Occidente, distogliendoli dalla constatazione delle turpitudini dei loro padroni.

Nella famiglia reale saudita, depositaria di ogni legittimità e autorità, le divisioni sul che fare di fronte all'offensiva qaedista sono ormai esplicite. I principali punti di riferimento dei due partiti sono il principe Bandar bin Sultan, ambasciatore del Regno a Washington dai tempi della prima guerra del Golfo, e suo zio principe Najaf, ministro degli Interni. La dicotomia iniziale, che sembrava un astuto gioco delle parti (e forse lo era), si sta trasformando in una contrapposizione sempre più netta. Bin Sultan ha chiesto ai suoi parenti di Riad, in una intervista alla stampa americana, di mostrare, nella guerra al terrorismo, una esplicita "brutalità" e non "modi da boy scout". Sicuramente sa quello di cui parla, sia per quanto riguarda lo standard repressivo del Regno, sia per la sua levità nei confronti dei fondamentalisti. Solo 1.500 di essi sono stati arrestati (e quasi subito rilasciati) dall'11 settembre. Per il cuore della rivolta jiahdista, non pare un granché. Dal canto suo, Najaf ha sostenuto che i recenti attentati e sequestri non sono altro che provocazioni sioniste, come del resto gli attentati dell'11 settembre. Le eventuali altre responsabilità vanno trovate all'interno degli stessi Stati Uniti. Solo ora l'ineffabile principe comincia a mostrare qualche dubbio, non si sa se per resipiscenza o imbarazzo a negare l'evidenza. Per essere il responsabile dell'antiterrorismo del principale alleato dell'America nella regione non c'è male.

Anche l'altro grandissimo amico dei Bush (il reggente Abdullah) ha ventilato in passato il suo scetticismo sulla matrice qaedista dell'attacco all'America. Più recentemente ha espresso la massima cautela sulla attribuzione di nazionalità dei terroristi che il 29 maggio hanno ucciso una ventina di stranieri (fra i quali lo sfortunato cuoco italiano Amato) a Khobar. Quegli stessi terroristi che, dopo avere tenuto in pugno la cittadina per diciotto ore, sono svaniti nel nulla attraversando una maglia repressiva che è apparsa troppo sbrindellata anche per gli standard locali. Presumibilmente non solo per l'inefficienza degli apparati di sicurezza... Nella vicina città petrolifera di Daharan erano stanziate agguerrite unità speciali della Guardia Nazionale a protezione degli impianti di raffinazione e pompaggio, che non si sono mosse di un passo. Se c'è un dubbio sulle complicità, riguarda solo il livello al quale esse si fermano, ammesso che ciò si verifichi.

L'ambiguità della monarchia saudita si sta quindi svelando in tutta la sua fraudolenta corposità, e ormai non è occultabile dietro alcuna ragion di Stato. Il Council for Foreign Relations, autorevole organo consultivo bipartisan dell'estabilshment statunitense, ha recentemente sentenziato: "L'Arabia Saudita non ha ottemperato al suo impegno di reprimere il terrorismo e la diffusione della propaganda fondamentalista". Le residue cautele sono dovute al sempiterno petrolio e alla inopportunità di svelare in un anno di elezioni americane i trascorsi di affari con i sauditi degli esponenti repubblicani al potere - meno machiavellici di quanto si potrebbe pensare, i suddetti trascorsi, riguardando esponenti della lobby petrolifera americana che ha enormi interessi nel regno dai tempi di Roosevelt. A Washington cominciano a levarsi voci discordi sulla opportunità di insistere nella salvaguardia di una classe di governo assolutamente indifendibile come la copiosa famiglia reale di Riad, anche se di alternative - a parte Bin Laden - non se ne vedono.

Come ha scritto sul Washington Post del 18 giungo Mai Yamani, un autorevole commentatore saudita emigrato, il paese è ormai "in uno stadio terminale di paralisi. Le termiti del terrorismo e della violenza stanno divorando le fondamenta dello Stato. Il potere è impotente: se imposta autentiche riforme, viene accusato dalla maggioranza dei suoi governati di essere servo degli USA" e - aggiungiamo noi - deve fronteggiare in prima persona i cattivi umori e le rivendicazioni dei governati, che fino ad ora ha dirottato all'esterno, sui sionisti, gli sciiti, Bush, i cristiani e quant'altro. "Se non fa nulla, anche i moderati si butteranno nelle braccia dei jiahdisti, che sono nati qui, hanno un largo seguito e sono piuttosto agguerriti". Si calcola che 20-24.000 sauditi siano stati addestrati negli anni Novanta da Bin Laden e i suoi in Sudan e in Afghanistan, e abbiano combattuto dovunque intravedessero segni di Jihiad, veri o presunti. Lo hanno fatto con l'avventata benedizione dei clintoniani - nessuno lo rammenta - e in almeno due occasioni con l'irriflessivo concorso della NATO. A tutt'oggi 15.000 combattenti sauditi sono ancora operativi nei vari teatri (NewsMax.com, 19 giugno). Si tratta del nucleo più consistente di "nationals" della insurrezione fondamentalista. Per inciso, il fatto che molti di loro siano stati fagocitati in Afghanistan e Iraq rafforza gli argomenti a favore delle due campagne. Se la loro furia fanatica si fosse rivolta unicamente contro l'Arabia Saudita, oggi non saremmo alla diagnosi, ma al necrologio.

Fino al marzo del 2003 la famiglia reale non aveva capito che prima o poi la serpe si sarebbe rivoltata nel seno che l'aveva tortuosamente nutrita e ha creduto di poter godere impunemente della rendita derivante dall'essere contemporanemente uno dei fondamentali alleati degli Stati Uniti e la principale minaccia al sistema di valori e di interessi da loro rappresentati. Dopo l'avvio degli attentati che ormai si susseguono con cadenza quasi irachena, appare sempre più evidente ciò che era intuibile sin dall'inizio della vicenda Al Qaeda. E cioè che il principale obbiettivo del fondamentalismo non può che essere innnanzitutto il proprio focolaio nazionale e ideologico, da trasformare in un santuario dal quale partire per una Reconquista islamica del mondo. E' successo del resto anche ad altri, per esempio al sionismo, che all'inizio del Novecento si pose come meta principale (e unica, date le minori ambizioni dell'ebraismo) la riappropriazione fisica delle propie radici, nonchè al Mao della Lunga Marcia, ai Boeri del Trek, etc.

E' iniziata così una vera e propria campagna di destabilizzazione del Regno, che evita per quanto possibile di colpire gli islamici - e quando non ci riesce perde molti consensi interni - e cerca di suscitare la "fitna", ossia il caos politico, spaventando gli stranieri, inducendoli ad abbandonare il Regno e più recentemente minacciando indirettamente gli impianti petroliferi e i porti. Bersaglio principale sono gli americani, che tengono in piedi il paese attraverso la gestione delle infrastrutture energetiche e militari. Sono trentacinquemila. Se fossere costretti a lasciare in massa, sarebbe il collasso. Questo è anche il motivo per il quale due giorni fa Powell ha raccomandato ai suoi concittadini che operano nel paese di tenere i nervi saldi e restare. Anche se nel contempo il suo dicastero, il dipartimento di Stato, ha invitato gli americani che non hanno ragioni insopprimibili per rimanere a lasciare l'Arabia. Un contratto da consultant è del tutto sopprimibile, soprattutto se può determinare la soppressione del contraente.

A questo punto, l'ala filointegralista della famiglia regnante deve aver compreso che una rivoluzione jihadista che prendesse il potere non risparmierebbe certamente chi ha ciurlato nel manico (ignoro l'equivalente in arabo classico) e occasionalmente dato prova di una pelosa carità per salvarsi l'anima e i conti in Svizzera. Ciò a meno di dietrologie di ardua definizione, che al momento ci sfuggono. Potrebbe quindi verificarsi che la liquidazione del luogotenente di Bin Laden, il summenzionato Al Muqrin - che poteva essere considerato il Garibaldi o il Pisacane della situazione, con un Mazzini / Bin Laden fuggitivo e fuoriuscito - rientri in una subitanea presa di coscienza del potere, che sente odore di morte. Della propria.

Solo le prossime settimane e i prossimi mesi confermeranno questa interpretazione. Comunque sia, sembra proprio che in Saudi Arabia si stia cominciando a combattere la madre di tutte le battaglie sul terrorismo. Essendo il Regno contemporanemente il pilastro del sistema internazionale dell'energia, il custode dei luoghi santi della più problematica delle grandi confessioni mondiali e il più traballante paese fra quelli importanti, la posta in gioco e i rischi connessi sono elevatissimi. Escludendo per ottimismo incoercibile l'ipotesi di una presa del potere di Al Qaeda e compagni, che né gli Stati Uniti né - è da auspicarsi - la comunità internazionale potrebbero mai permettere, se l'Arabia Saudita dovesse collassare o semplicemente sprofondare in una condizione "irachena", le conseguenze supererebbero molte immaginazioni.

L'Iraq finirebbe per essere ricordato come un incidente di percorso in attesa dell'evento principale e la stessa Iraqi Freedom una saggia misura precauzionale, al momento un po' controversa. Se finisse così, si comprenderebbero meglio anche tante giustificazioni sulle ragioni di questo e di quello - che oggi suscitano altrettante indignazioni. Apparentemente un po' adolescenziali, campate in aria, velleitarie, bugiardelle, in realtà menzogne pietose per coprire prospettive troppo sconvolgenti per essere disvelate.

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