Anno 2004

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Congo, vigilia della seconda grande guerra africana?

Andrea Tani, 5 luglio 2004

Il 30 giugno scorso - quarantesimo anniversario dell'indipendenza del Congo dal Belgio e primo genetliaco dell'omonima Repubblica Democratica nata nel 1994, dopo la fine della grande guerra centroafricana - ha segnato il momento più nero della vita del giovanissimo Stato. I festeggiamenti previsti sono stati annullati per l'acuirsi di una grave crisi nella parte orientale del paese, determinata dall'ammutinamento di reparti militari affiliati alla fazione RCD-Goma e guidati dal generale golpista Laurent Nkunda, accusato di crimini di guerra da organizzazioni umanitarie internazionali. In prossimità del confine con il Rwanda si sono accesi violenti combattimenti fra l'armata congolese lealista e i rivoltosi. Questi ultimi hanno inizialmente prevalso, occupando per qualche giorno Bukavu, il capoluogo del Kivu meridionale. A tutt'oggi devono essere ancora disarmati. La tensione è molto alta, anche se gli scontri sono cessati.

Il contingente dei caschi blu presente nel paese, costituito da diecimila soldati in gran parte dislocati proprio nell'area orientale interessata dalla battaglia, si è dimostrato del tutto impotente a spegnere l'incendio, per incapacità, carenza di mezzi e inadeguatezza delle regole ONU che ne condizionano l'azione. Un equivalente numero di soldati congolesi è stato schierato al confine con il Rwanda, che ha reciprocato, mobilitando a sua volta. Ventiduemila civili hanno abbandonato Bukavu e si sono rifugiati in Burundi e nello stesso Rwanda. Fonti locali riferiscono di vasti movimenti di truppe ai confini: da una parte le milizie Mayi-Mayi e i ribelli Hutu Interahamwe (responsabili del genocidio Tutsi del 1994) si sarebbero attestati vicino alla frontiera, chiusa dal 7 giugno per dar man forte all'esercito congolese; la stessa cosa avrebbero fatto i soldati dell'esercito rwandese, nonostante le smentite del governo di Kigali. L'11 giugno la stessa capitale congolese Kinshasa è stata attaccata con fuoco di armi leggere e razzi. Il Congo rischia di precipitare di nuovo nel baratro dal quale è appena uscito.

La comunità internazionale sta cercando di fronteggiare il pericolo incombente come può. L'Unione Africana ha proposto l'invio di osservatori, raccogliendo il plauso dei rwandesi, mentre la Comunità degli Stati dell'Africa meridionale (Southern African Development Community, SADC) si è schierata a fianco di Kinshasa, offrendo aiuti militari ed economici in caso di guerra. Essa riconosce nel Rwanda il principale responsabile degli sconvolgimenti congolesi, sia direttamente che tramite la tribù dei Banyamulenge, residente in Congo ma originaria del Rwanda, da dove è trasmigrata nell'Ottocento. Come scrive il 1° luglio il Financial Times, unica testata importante ad aver dato il giusto risalto mediatico alla crisi, i Banyamulenge sono affini etnicamente ai Tutsi del Rwanda e vengono considerati dai congolesi come il cavallo di Troia del nemico, che non è tanto e solo Kigali quanto le etnie storiche che vi risiedono. Le rivalità fra queste e quelle che abitano nel Kivu è secolare. Il pericolo di un progrom ispirato da Kinshasa verso i Banyamulenge è reale, e rappresenta una delle tante possibili conseguenze nefaste di questa situazione.Le ripercussioni sarebbero gravissime.

Tutti gli osservatori concordano sul fatto che l'aspro rapporto fra il Congo e il Rwanda, che è un po' Prussia del Centroafrica, costituisce lo scoglio principale sul quale si sta fratturando la convivenza centroafricana (una volta tanto gli europei e le multinazionali c'entrano poco o nulla, anche se in passato hanno soffiato sul fuoco, e a volte qualcosa di più). E questo al di là delle intenzioni degli stessi governi, i quali sono consapevoli che una guerra li farebbe precipitare nel baratro del sottosviluppo dal quale stanno fortunosamente uscendo dopo la pace dello scorso anno. Persino il bellicoso Rwanda si trova in una fase di impetuosa crescita economica determinata da ingenti prestiti esteri che svanirebbero in caso di un nuovo conflitto. Il Sudafrica, mediatore naturale delle perturbazioni centroafricane e cavallo da tiro della economie locali, butta acqua sul fuoco, dopo aver combattuto la grande guerra in prima persona e compiuto uno sforzo erculeo per favorire la pace che l'ha interrotta. Vuole mantenere l'accesso e la libera fruizione delle ricchezze del Congo, che possono dare prosperità a lei medesima e a mezzo continente. Ma è spossata. L'ex superpotenza regionale dell'Africa ha un sacco di problemi - economici, sanitari, strutturali, di riequilibrio fra la maggioranza nera e le declinanti minoranze bianca e asiatica, di esodo delle professionalità, etc. - e fatica a occuparsi degli altri.

A suo tempo Pretoria ha risolto la grande guerra con un approccio fortemente diplomatico e orgogliosamente veteroafricano, una specie di parodia del Congresso di Berlino redatto in swaili. Oggi è necessaria una pace senza se e senza ma, molto coercitiva, imposta con energia. Un diktat che imponga agli inadempienti e agli avventurosi pesanti sanzioni. Per erogare le quali sono necessari sanzionatori credibili e autorevoli. Gran parte di quelli più titolati è impegnata altrove, sotto differenti cieli torridi. Occorrerebbe trovarne di nuovi. Gli unici possibili, competenti e relativamente disinteresssati sono i caschi blu (quasi sempre) e gli europei, singoli o in collettivo UE. Per i primi occorrerebbe procedere a un incremento sensibile degli effettivi di MONUC (la missione delle Nazioni Unite già in zona) modificandone il mandato e le regole di ingaggio. Rendendo l'uno e le altre più aderenti alle necessità operative sul terreno. Non è facile, sopratutto quest'ultimo auspicio. Forse impossibile, dato il modus vivendi del Palazzo di Vetro e la natura delle sue milizie.

Per i secondi, gli europei, occorrerebbero volontà, disponibilità a spendere (in risorse e uomini), convinzione, perseveranza, senso di reponsabilità strategica e disposizione a sfidare l'impopolarità se qualcosa va storto. Ossia refratterietà costituzionale allo zapaterismo. Molto di più di quanto è stato messo in campo nel mordi e fuggi della operazione Artemis dello scorso anno, che peraltro è stata significativa e utile per i tre fugaci mesi nei quali si è espressa. Occorrerebbero iniziative sul tipo di quelle architettate dalle ex potenze coloniali (Francia e Regno Unito) quando sono in gioco corposi ed egoistici interessi nazionali. In Costa d'Avorio e Sierra Leone, per esempio. D'altra parte l'Europa vuole crescere, diventare strategicamente adulta. In Centroafrica ne ha l'opportunità. Ci provi.

Ma non tutto deve venire da fuori, dai vicini o dalla comunità internazionale. La maggior parte dello sforzo lo devono erogare i centroafricani. Sopratutto i congolesi, dalle cui debolezze, ignoranze, coruttele e totale assenza di senso dello Stato derivano gran parte delle irresistibili sollecitazioni di facile bottino che fuoriescono dalla grassa e impotente balena che una volta si chiamava Zaire. Il fatto è che il Congo è un clamoroso errore storico e geopolitico, derivante dagli scaltri maneggi di un regnante come Leopoldo II che, più che un monarca super partes, era un imprenditore filibustiere della stessa razza dei Rodhes e degli Etienne. E' un paese troppo grande e disunito per essere difendibile con efficacia, troppo ricco per essere lasciato in pace dai vicini, troppo frazionato in componenti etniche che non hanno alcun rapporto con le strutture istituzionali che dovrebbero rappresentarle, troppo innocente e primitivo, sfruttato e stuprato dal peggior colonialismo per poter recuperare coscienza di sé in breve tempo.

In teoria la cosa migliore sarebbe ricominciare da capo e squartare la balena in componenti che abbiano un significato etnico e territoriale, analogamente a quanto è capitato per caso ai piccoli e medi Stati africani che - non a caso - funzionano meglio. Ma ciò non è possibile. Molte altre realtà politiche del continente soffrono dello stesso difetto di rappresentatività, incoerenza etno-geografica e autismo istituzionale. Ridisegnare i confini delle decine di paesi che lo affollano è fuori discussione. E poi, chi lo farebbe? L'ONU e Brahimi? L'Unione Africana? Lo European Command del Pentagono ? Le ONG? La Comunità di S.Egidio? Occorre quindi fare i conti con la realtà e adattarvisi, evitando nel contempo che il Congo rimanga nello stato comatoso di oggi, che potrebbe determinare un collasso improvviso e una scissione incontrollabile, al di là di ogni proposito virtuoso. Ne deriverebbe un maelstrom in grado di risucchiare tutta l'Africa centromeridionale.

Per mettersi al riparo da una simile iattura è necessario prima di tutto che i congolesi riparino la propria sgangherata capanna, anzi la riedifichino dalle fondamenta, con tutto l'aiuto che la comunità internazionale sarà in grado di dare. Occorrerà per esempio ripensare gli accordi del 2003, in particolare la formula 1+4 con la quale la presidenza e le quattro vicepresidenze di Kinshasa credono di bilanciare le proprie influenze ma finiscono per rappresentare solo fazioni in perenne lotta fra loro (gli studenti congolesi chiosano sul fatto che il loro è l'unico paese dove 1+4 fa 0). E poi ricostruire l'esercito, riformare le élite, che sono fra le più inefficienti e corrotte del mondo, promulgare la costituzione mille volte promessa e mai concessa, e indire finalmente le elezioni nazionali, le prime dall'indipendenza, che si sarebbero dovute svolgere nell'immediato futuro, e invece chissà quando lo saranno. Sarebbe il caso di pensare anche a un trasferimento della capitale, mettendo in cantiere una Brasilia congolese più baricentrica e vicina al tormentato oriente. Fra Kinshasa, situata all'estremo occidentale del Paese, e Bukavu vi sono 2000 kilometri. I simbolismi hanno la loro importanza e così i tempi di reazione delle truppe governative contro i ribelli del momento.

Insomma tutta l'architettura istituzionale e la fauna che vi soggiorna dovranno essere poste in condizione di gestire un gigante vasto e problematico come il Congo. Se si pensa alle difficoltà che la normalizzazione incontra in Iraq, un paese incomparabilmente più progredito, non si può non smarrirsi di fronte alla fatica di Sisifo che attende chi ci vorrà provare. Ma non c'è altra scelta. L'unica alternativa è la seconda grande guerra del Centro Africa. Nessuno la vuole fare, e nessuno se la può permettere, ma neanche francesi, italiani, russi, americani, e inglesi volevano fare il secondo conflitto mondiale. E si sa come è finita.

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