Anno 2004

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L'industria della difesa italiana e il Regno Unito

Andrea Tani, 19 luglio 2004

Il recente incontro del 13 giugno fra Berlusconi e Blair a Londra costituisce un'importante e insolita novità nel panorama degli incontri al vertice fra leader europei. Al di là dell'evidente intesa caratteriale fra i due, nonostante le diverse appartenenze politiche, si è constatata una crescente sintonia di fondo fra i due governi, focalizzata soprattutto sulla politica internazionale e i temi relativi alla sicurezza e alla difesa. Ne sono prova la crescente affinità delle due cancellerie su un numero consistente di dossier: processo di consolidamento dell'unificazione europea, rapporti transatlantici, convergenza fra NATO ed eurodifesa, complementarietà sul Medio Oriente e questione israelo-palestinese, collaborazione nel peacekeeeping balcanico e mesopotamico, concordanza su terrorismo, Africa in agonia, proliferazione delle armi di sterminio, etc. I media hanno dato ampio - ma non amplissimo - risalto alle valenze politiche del vertice; meno rilievo ai più importanti temi strategici con risvolti militari. In particolare alla crescente integrazione dei rispettivi comparti industriali della difesa.

Capisaldi di tale integrazione sono le recenti joint venture di Finmeccanica con aziende britanniche, come l'AMS (Alenia Marconi Systems) già costituita e l'ambiziosa Eurosytems in via di costituzione (secondo l'amministratore delegato Testore entro il mese in corso). A tali iniziative comuni si aggiungono le vere e proprie acquisizioni del gruppo italiano nel Regno Unito. Qualche anno fa ciò ha riguardato la divisione militare di comunicazioni della Marconi UK, che è confluita nella Marconi italiana, diventata uno dei maggiori player continentali del settore. Più recentemente è stata prescelta la GKN, già Westland, ossia il champion britannico degli elicotteri. Formerà assieme all'Agusta (con la quale era già associata in modo paritetico) il primo polo mondiale nel settore militare. Si tratterà del comparto industriale a guida italiana di maggior peso nel panorama internazionale, con una presenza importante sul mercato americano; senza epigoni nel passato presente e lontano.

L'importanza di tali operazioni e di quello che sottintendono è veramente notevole, anche se nel nostro paese sono passate inosservate. Innzitutto per il significato abdicativo, se così si può dire, dei comportamenti e delle strategie dell'industria britannica. Quella che una volta era una delle tre prime industrie militari del mondo, il pilastro di un sistema geopolitico imperiale che ha colorato di rosa gli atlanti degli ultimi due secoli, si trova oggi a dover trattare la svendita degli ultimi mobili di famiglia a un'omologa di secondo livello appartenente a un paese di rango inferiore (almeno dalla fine della seconda guerra mondiale). Un paese che - in aggiunta - pratica le discipline strategiche e militari in un segreto quasi catacombale, non potendo esplicitarle per la presenza al suo interno di forze politiche fondamentali che antagonizzano le stesse discipline almeno da mezzo secolo.

Le ragioni di questa svendita sono ancora poco chiare. Nel suo recente viale del tramonto l'industria della difesa inglese si deve essere resa conto che le dimensioni critiche del suo settore, indispensabili per sopravvivere in modo non assistito, erano ormai fuori della sua portata. Per conseguirle si sarebbe dovuta integrare in un sodalizio multinazionale. Scartando inizialmente i possibili pretendenti d'oltroceano, troppo differenti per dimensione e missione, il destinatario naturale delle sue profferte non poteva che essere l'industria francese.

E' risultato subito evidente, tuttavia, che un abbraccio con i colbertisti transalpini rischiava di essere mortale. Non solo per la loro superiorità tecnologica, ma per lo stretto controllo sul ramo da parte del governo di Parigi e le valenze politiche indesiderate - leggasi antiamericane - che una simile alleanza avrebbe assunto. La dichiarazione di St. Malo del dicembre 1998, che sembrava preconizzzare un asse UK-Francia della difesa, non ha mutato questa realtà. Non ha neanche prodotto il riavvicinamento fra i due paesi che sottintendeva. Lo hanno impedito le successive vicende irachene e la dicotomia fra le due rive della Manica che hanno determinato, nonché la refrattarietà del Pentagono, principale riferimento della militarità albionica, a considerare tutto quello che è francese con un sospetto men che inferiore a quello che riserva alla Cina.

Con la Germania sembrava possibile una soluzione di ripiego, che faceva perno sulle numerose collaborazioni anglo-tedesche in vari programmi, Tornado ed Eurofighter in testa. Lo sgarbo compiuto dalla British Aerospace acquistando dall'oggi al domani, con un'offerta irresistibile, la Marconi UK, sulla quale aveva messo gli occhi la tedesca DASA, ha gelato i cugini teutoni. Questi hanno immediatamente ripiegato su un'alleanza di ferro con i citati francesi che corrispondeva peraltro a un disegno politico di ampio respiro, deciso su tavoli istituzionali e seguito da altri importanti matrimoni, come ad esempio Eurocopter. Per inciso, lo sgarbo della BAe ha salvato la DASA dal tracollo finanziario che avrebbe distrutto la Marconi poco dopo, facendo morire di crepacuore il padre padrone della stessa, Lord Weinstock, forse perchè scozzese e contemporanemente ebreo, come nelle barzellette.

E' rimasta quindi la sola industria italiana. Per quanto molto inferiore a quella britannica e francese, essa ha dimensioni, fatturato e addetti equivalenti a quelli della collega germanica e tutto sommato è assimilabile a questa anche in termini di tecnologie e applicazioni. Pur non godendo delle attenzioni della nomenclatura del suo paese di appartenenza (l'Università, motore della ricerca teorica e applicata di ogni nazione, l'ha sempre snobbata, e buona parte del mondo bancario rifiuta qualsiasi contaminazione in nome di una formale eticità deontologica) l'industria della difesa dell'Italia republicana se la cava discretamente da quasi cinquanta anni.

Durante la Guerra fredda riuscì a ritagliarsi spazi di mercato piuttosto marginali ma sufficienti per crescere quanto bastava, ottimizzando la sua valenza tecnologica e mettendo a segno qualche colpo memorabile. Nella caduta verticale degli ordini seguita al crollo del Muro di Berlino è riuscita a sopravvivere attraverso un'energica cura dimagrante e la razionalizzazione delle sue strutture. Entrambe avrebbero fatto bene anche ad altri. Dopo il risveglio della Storia seguita alle crisi balcaniche e allo scoppio della guerra fra la modernità occidentale e l'oscurantismo islamico, la sua ragion d'essere si è andata energicamente riaffermando assieme alla domanda internazionale.

Quella interna ha continuato a decrescere - paradossalmente - di pari passo con il rilancio vociante del ruolo italiano nel mondo. L'abnorme debito pubblico nazionale ha tarpato anche quest'ala, fra le tante. Il mondo militare italiano così forzatamente parsimonioso di commesse ha assicurato tuttavia alla sua industria un posto al sole nelle coproduzioni internazionali dove vigeva il just retour industriale, proporzionato agli ordini di ciascuna forza armata. Gli ha garantito anche un prezioso collegamento con lo stato dell'arte, desunto e desumibile dalla contiguità con i primi della classe, NATO e alleati occidentali. A questi fattori si è aggiunta più recentemente una specifica benevolenza dell'imperatore americano, che ha dirottato sull'Italia, complice le estemporanee affinità elettive fra Bush e Berlusconi, le deleghe di massimo alleato e rappresentante nel mondo cattolatino originariamente previste per la Spagna di Aznar.

I ben informati narrano che all'indomani della vittoria di Zapatero, conseguita nelle circostanze che sappiamo, Condoleeza Rice abbia telefonato in tutta fretta a Gianni Letta a palazzo Chigi, chiedendo ansiosamente: "Cosa possiamo fare per voi?" Repetita non iuvant. Fra le varie risposte vi sono state alcune richieste inerenti il comparto dell'industria della difesa, che è uno dei pochi ad alto valore aggiunto nel quale gli italiani possono vendere qualcosa agli americani. I risultati sono stati incoraggianti e si sono aperte molte porte che sarebbero rimaste sbarrate. Se sono rose fioriranno; è già abbastanza che le piantine non siano state decapitate immediatamente da un sicario di Rumsfeld.

Questo è più o meno - semplificando molto - il contesto di riferimento. In esso insistono anche motivazioni domestiche non banali. Negli ultimi anni l'estabilishment di Sua Maestà ha portato alle estreme conseguenze, anche nel campo militare, i principi di liberalizzazione di stampo efficientista che hanno improntato l'azione di tutti i governi britannici dalla Tatcher in poi. Pur riservando la massima attenzione allo strumento militare, confermato come mezzo primario di politica estera e simbolo di status internazionale, gli inglesi hanno abbandonato il principio del Buy British (in systems & weapons) a favore dell'ottimizzazione del procurement.

Quest'ultimo processo passa sempre e comunque attaverso l'abbattimento dei monopoli (nel settore militare particolarmente sclerotici e inamovibili) e l'attivazione della concorrenza più scatenata, attingendo a una pluralità di fornitori. Più facile a dirsi che a farsi, ma insomma il trucco è questo. Il ministero della difesa inglese sembra aver perseguito questa strada più radicalmente e profondamente di chiunque altro, peraltro costretto a ciò dalla mediocrità dell'industria della difesa del suo paese. Essa risente della generale debolezza del comparto manufatturero britannico, che è stato di fatto annichilito dalla concorrenza americana, europea e asiatica. Non è un caso che il Regno Unito è il solo grande paese che non ha più una propria industria automobilistica.

Al contrario di quanto è avvenuto nei settori high tech post industriali (bio e nanotecnolgie, servizi avanzati, media, information technology, farmaceutica, neuroscienze, elettronica fine, finanza, infotainment, cultura...) nei quali le posizioni britanniche sono strepitose, all'avanguardia in Europa e nel mondo. Sulla bontà e sagggezza di una tale scelta giudicheranno i posteri, anche se è bene ricordare che sono tre secoli che l'Inghilterra anticipa gli altri nella costruzione del futuro. Quel che importa sottolineare è che la scelta di liquidare la propria manifattura della difesa aprendo al mondo e concentrando gli sforzi su alcune nicchie ad altissimo valore aggiunto - da collegare strettamente con le più avanzate e profittevoli realtà d'Oltreoceano - è strategica e destinata a consolidarsi.

Completamente diverso è il caso italiano. Il settore difensivo è l'ultimo importante comparto di alta tecnologia rimasto in mani nazionali, ovvero il definitivo datore di lavoro di undicimila ingegneri che dipendono dallo stesso padrone per continuare a esprimere la propria qualificata professionalità. La consapevolezza di questa realtà è diffusa e condivisa, forse anche presso gli antichi detrattori sopra menzionati. Si tratta dell'ultimo presidio di una eccellenza industriale un tempo ricca e prestigiosa, smontata e svenduta un po' affrettatamente. Difficile che possa essere anch'esso abbandonato, costringendo le università italiane a non sfornare più ingegneri o a questi ultimi a verificare di persona come "sa di sale lo scendere e il salir per l'altrui scale".

Per l'economia italica non esiste l'alternativa futuribile britannica: le altre opzioni sono solo legate all'effimero della moda, del turismo, del giardino d'Europa, o alla concretezza prosaica dell'alimentare, delle terracotte e dei mobili, finchè i cinesi non ci sbatteranno fuori. Detto con tutto il doveroso rispetto per queste realtà e per il "meno male che ci sono" che non può non seguire. La scelta quindi finisce per essere obbligata per noi come per i britannici, anche se le motivazioni sono diverse. Aiuta il fatto che l'industria della difesa italiana non è egemonica e non è usa a operazioni di pulizia etnica come quella francese (i tedeschi non sono all'altezza, ma se potessero...), nonchè la fortunata circostanza che è piuttosto ricca. Per due motivi: ha alle spalle l'azionista Tesoro e il suo più grande operatore - Fimeccanica - possiede una sostanziosa quota della STMicroelectronics, una multinazionale italofrancese di grande redditività e appeal finanziario, una specie di tesoretto facilmente monetizzabile.

Il resto è l'inevitabile cronaca di questi mesi, aiutata dalla contingenza internazionale che ha avvicinato molto il Regno Unito e l'Italia filoatlantica del governo Berlusconi. Se al posto di quest'ultimo ci fosse stato un Prodi americanofobo o anche un Ciampi germanista ed eurofilo della prima ora, non è detto che le cose sarebbero andate in questo modo. Ma essendo finita così, è piuttosto verosimile che il sodalizio italo-britannico, che può vantare antichi e nobili antefatti (in primis la stessa unificazione della Penisola, favorita dagli inglesi per afflato romantico e realpolitico, come un bastone mediterraneo messo di traverso all'Impero francese di Napoleone III e a quello austriaco di Francesco Giuseppe) diventi una costante bipartisan dei rapporti fra i due paesi. Come è una costante la relazione speciale fra Germania e Francia, che ha altre e più profonde giustificazioni.

La partnership fra gli emotivi papisti ausonici e i sardonici cultori dell'understatement britannico si baserà sopratutto su uno stretto coordinamento strategico e militare, in tutte le sue accezioni. La cosa curiosa è che si tratta di un argomento consueto nei rapporti fra Stati, ma che nel nostro paese è considerato una via di mezzo fra un reperto archeolgico hobbesiano e un virus pandemico dei peggiori. Il solo evocarlo pubblicamente, magari in presenza di minori, rappresenta quanto di più scorretto dal punto di vista politico si possa immaginare. Per l'antica patria di Cesare, Machiavelli, Guicciardini, Andrea Doria, Giovanni delle Bande Nere, Bartolomeo Colleoni, Eugenio di Savoia, Raimondo Montecuccoli, Giuseppe Garibaldi e tanti altri insigni caposcuola del "mestiere delle armi," è veramente un paradosso, ma tant'è. Il paradosso finisce per essere compensato dalla circostanza che nessuno, nel nostro paese, è veramente edotto della vicenda che abbiamo descritto. A parte il solito manipolo di anticipatori un po' utopisti che ha sempre trascinato il paese verso le sorti certe e progressive (quasi sempre facendo la cosa giusta) e che anche adesso ci sta provando.

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