Anno 2004

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USA, evoluzione della dottrina militare dopo l'Iraq

Andrea Tani, 26 luglio 2004

Con il simbolico passaggio di consegne della fine di giugno fra l'autorità provvisoria di occupazione alleata e il governo iracheno di Allawi gli americani non sono più i principali attori della scena mesopotamica. Comunque vada a finire la vicenda - un Iraq rappacificato seppure in tempi compatibili con le ambiguità intrinseche dell'antica creatura di Churchill e i milioni di armi esistenti nel paese, oppure una guerra civile infinita e la dissoluzione del paese nelle etnie dominanti - un mese fa gli USA erano "in" e ora sono formalmente"out". Giocheranno un ruolo importante, ma il destino finale dell'Iraq è soprattutto nelle mani degli iracheni. In un certo senso, questa volta è veramente Mission Accomplished, nell'unico modo possibile in un conflitto molto difficile perché generato da una speculazione geopolitica non sufficientemente meditata.

Le ragioni per fare quello che è stato fatto c'erano, e in abbondanza. Quello che non è stato valutato a pieno è stato il complesso di limiti e vincoli che si accompagnava a esse. Ciò è accaduto perchè a Washington sono stati fatti prevalere i pregiudizi ideologici sulla fredda analisi della situazione sul campo. Non è prassi ordinaria del decision making statunitense, in genere piuttosto pragmatico e alieno da astrazioni eccessive, ma questa volta è avvenuto, grazie all'influenza dell'intellighenzia Neocons sull'attuale vertice, che ha permesso di dedurre dall'era reganiana una filosofia politica universale con la quale plasmare l'azione internazionale degli Stati Uniti. Approfittando anche delle eccezionali contingenze del post 11 settembre.

La novità ha funzionato, almeno entro certi limiti, finché ha avuto a che fare con pietraie afgane e sgarrupati talebani. Quando è salita di livello andando ad impattare con l'Iraq multietnico, pluriconfessionale, fascista convinto e intrinsecamente violento, ossia una delle più difficili situazioni sociopolitiche del Medio Oriente, sono cominciati i guai che hanno portato alla situazione che sappiamo. Se da essa non è scaturita per le insegne americane una disfatta analoga a quella di una simile iniziativa anglosassone in queste latitudini (quella della Gran Bretagna fra il 1917 e il 1920) si deve a un complesso di fattori che allora non funzionarono e oggi hanno funzionato. Innnanzitutto la formidabile competenza e capacità del Central Command, non paragonabile alla spedizione abborracciata di allora: un mix di unità coloniali di seconda scelta mal amalgamate e peggio condotte. E poi le differenze storiche fra la generalizzata insurrezione popolare di allora e la guerriglia largamente minoritaria di oggi.

Anche se nella fase asimmetrica del conflitto iracheno il Central Command ha avuto le difficoltà che sappiamo, la situazione operativa che le sue unità si sono trovate a gestire è risultata molto impervia sul piano politico, ossia quello della conquista delle menti e dei cuori, ma tutto sommato non su quello strettamente militare - controllo del territorio, soppressione delle successive insurrezioni di quella e di questa fazione, neutralizzazione del terrorismo - nonostante le apparenze e l'isteria dei mass media che se ne sono occupati. L'aspetto politico e quello militare sono evidentemente collegati ma non necessariamente si vincono le campagne militari solo se si conquistano le menti e i cuori.

Accade molto spesso l'inverso. Nel caso iracheno la battaglia militare è stata se non vinta almeno tenuta sotto controllo e ridimensionata. E comunque, se non si può affermare che i GI abbiano prevalso completamente, è certo che i loro pittoreschi e compositi avversari non hanno mai vinto, in qualsiasi incontro e circostanza. Appena hanno provato ad accennare una strategia più ambiziosa dell'autobomba suicida che ammazza ormai molti più iracheni che americani, i terroristi-ribelli neobaathisti, qaedisti, shiiti, filo iraniani etc. sono stati immediatamente sconfitti e ridimensionati. In alcuni casi costretti a uscire dal gioco o cooptati dalle autorità della CPA prima e del governo iracheno oggi.

Tutto bene, quindi? La più o meno missione compiuta sta a significare che tutto è andato secondo i piani? Tutt'altro. Le forze armate americane hanno recuperato una situazione che un anno fa era considerata stabilizzata, per poi precipitare in una giungla a scoppio ritardato, con uno sforzo erculeo e praticamente totale, impegnando metà delle forze terrestri disponibili e gran parte delle riserve a un costo enormemente superiore a quello preventivato. E' evidente che dovranno essere ripensati mezzi e fini, il cosa e il come. Il Pentagono sta cercando di verificare cosa è andato storto, a parte le premesse politiche e strategiche generali alle quali abbiamo accennato.

In particolare è in corso una profonda riflessione sul modo in cui il dispositivo militare statunitense dovrà riconfigurarsi per affrontare un tipo di impegno operativo come quello iracheno, che rischia di diventare il prototipo dei conflitti futuri. O almeno uno dei più probabili e frequenti. Questo a prescindere dalle strategie politiche che determineranno di volta in volta i vari scenari, le quali costituiscono uno degli argomenti centrali della campagna elettorale in corso ed esulano dalle competenze dei militari. Anche se negli Stati Uniti l'assioma di Clausewitz è sempre valido, e quindi è difficle stabilire i confini delle rispettive competenze.

Per il momento su queste militari vi sono più interrogativi che risposte (anche su quelle politiche, in realtà, ma è un altro dossier). Un certo numero di conclusioni possono essere considerate già acquisite. Una di queste è che la natura dei conflitti sta cambiando più velocemente delle ristrutturazioni che di volta in volta vengono operate per porre in condizioni le forze armate americane di combatterli efficacemente. L'ultima di esse riguarda la cosiddetta "information warfare", che è diventata la base dottrinaria sulla quale si configurano mezzi e tecniche di impiego.

La sua più celebrata derivazione, la "Network Centric Warfare"(NCW), è diventata per il Pentagono un dogma operativo che viene richiamato a ogni pie' sospinto, determinando anche un anelito irraggiungibile per tutte le forze armate del mondo avanzato, che tendono disperatamente a essa senza poterla mai raggiungere. Soprattutto perché difettano delle complesse reti di sensori, centri di comando e controllo, data link real time, mezzi di processazione, mezzi non pilotati e armi precise che la concretizzano. Ma non è detto che per loro sia necessariamente un male.

Infatti, una delle sgradevoli sorprese della guerra irachena è che il magnifico gadget si è rivelato in grado di far vincere rapidamente le guerre convenzionali e simmetriche, ma non serve quasi a niente nei conflitti asimmetrici che seguono sempre le prime. O le surrogano sempre di più, dato che solo pochi possono competere con l'Occidente e in particolare con gli USA in una guerra aperta di tipo classico.

Come è stato detto, un satellite può individuare qualsiasi persona al mondo e indicare anche se è biondo, bruno, porta un turbante o la coppola ma non potrà mai capire cosa ha dentro la testa, se pensa alle rate da pagare, alla ganza che vedrà di lì a poco o al modo migliore per farsi saltare in un autobus. L'incapacità di ottenere questo tipo di informazioni ha costretto un dispositivo militare come quello americano, che da molti anni ha investito quasi esclusivamente in mezzi di intelligence high tech del tutto inadatti alla bisogna, a ricorrere a forme antiche e brutali di investigazione - cattura di masse di sospetti, interrogatori spicci, tortura quando serve, etc - per procacciarsele. Una pratica che si è rivelata non solo inefficace ma anche sommamente foriera di guai.

Ancora. L'offensiva "shock and awe" delle prime fasi di Iraqi Freedom ha permesso la fulminea avanzata del Centcom su Baghdad, determinando la fine delle operazioni convenzionali, ma allo stesso tempo ha spedito in clandestinità centinaia di migliaia di militari e simpatizzanti della causa saddamita con armi, bagagli e una intatta volontà di resistenza, incrementata dall'assenza di qualsiasi perdita significativa in combattimento. Il geniale decreto di scioglimento dell'esercito iracheno del governatore Bremer ha completato il quadro, dando vita a una armata stealth praticamente equivalente all'ordine di battaglia dell'esercito iracheno d'anteguerra. Senza tanta tecnologia e superiorità cibernetica, questo esercito sarebbe stato gradualmente consumato dalla potenza di fuoco americana e i sopravvissuti ne avrebbero avuto abbastanza per continuare l'impari lotta in clandestinità.

Per i popoli normali, non particolarmente fanatici o disperati, il patriottismo è inversamente proporzionale alle tonnellate di tritolo che il nemico riesce a far pervenire sulle sue teste, come ha verificato sulla propria pelle il Regio Esercito del '40-45 (a differenza della Wermacht e dell'Esercito Imperiale Nipponico, che appartengono a quel genere di materiali che più vengono percossi più si induriscono, ma sono un'eccezione). Più che il patriottismo di nazione è poi quello di etnia che deve essere tenuto in considerazione nei conflitti che interessano le nazioni posticce come l'Iraq. Molto di più di quanto abbiano fatto i responsabili statunitensi di Iraqi Freedom, e questo è un altro insegnamento della campagna.

Il Pentagono ha realizzato che il nation building dei paesi del terzo mondo non particolarmente coesi è un processo che deve essere evitato come la peste. Quando si ha a che fare con società rudimentali, non democratiche, con un passato di autocrazia ininterrotta, le cui istituzioni sono state inventate in fretta e furia dalle potenze decolonizzanti - come la quasi totalità di quelle che oggi presentano problemi di convivenza o di sopravvivenza - pensare a una ricostruzione organica di istituzioni e identità nazionali è una operazione velleitaria e che richiede risorse e volontà praticamente illimitate.

Qualunque sia stato l'obbiettivo vero della guerra all'Iraq, i fantamiliardi di dollari che il Tesoro americano avrà speso alla fine dell'avventura irachena e le centinaia di migliaia, forse milioni di GI che avranno servito nel deserto mesopotamico per i trent'anni di presenza ipotizzati a oggi costituiscono un prezzo troppo elevato per chiunque. Nessuna amministrazione potrà permettersi di pagarlo in qualsiasi altra circostanza. Nation building è un neologismo destinato a scomparire rapidamente dal dizionario strategico americano.

Altri insegnamenti sono più ovvii. Ad esempio, dovranno essere focalizzati meglio ruoli e missioni del US Army e del corpo dei Marines. Oggi sono doppioni in competizione fra loro, in sostanza l'Esercito della Marina e l'Esercito vero e proprio. Dovranno essere precisati compiti e funzioni, distinti e complementari, se proprio l'estabilshment militare statunitense non è in grado di ricondurre la fanteria di marina alle sue dimensioni fisiologiche (ad esempio i prestigiosi Royal Marines britannici sono 6000, a fronte di 108.000 soldati del British Army; analoghi numeri per i fusilieres de Marine francesi. I marines USA sono quasi duecentomila, più di un terzo del US Army).

Lo USMC potrebbe focalizzarsi sull'expeditionary, insieme alle forze speciali (altre unità da ripensare) e l'Esercito essere riservato agli impegni oltremare più corposi, alle offensive pesanti corazzate, il controllo del territorio, le occupazioni prolungate. Analoga ripartizione di ruoli e funzioni sarebbero da precisare anche fra le altre forze armate onde evitare - fra l'altro - che queste conducano, oltre che strategie militari, anche politiche estere indipendenti, principalmente per esercitare la propria lobbying. Come sta facendo in queste settimane la US Navy con una gigantesca esercitazione planetaria, la Summer Pulse 2004 che impegna il settanta per cento delle sue unità pronte e che ha molto allarmato la Cina.

Dovrà essere anche risolta la vexata questio se a livello di pinaficazione delle future operazioni sia da privilegiare la dottrina Powell del '91 (obiettivi espliciti, soverchiante uso della forza, chiara strategia di uscita) o quella Rumsfled che ha dato prova di sé in Afghanistan e Iraq, nel bene e nel male (numeri ridotti di forze molto manovrabili, enfasi sulle operazioni speciali e sul potere aereo high tech, NCW).

Molte altre questioni sono sulla graticola, come si può immaginare. Tutte avranno riverberazioni altrove, cominciando dalle potenze con maggiore sensibilità strategica. Ad esempio il Regno Unito, il cui governo ha promulgato proprio nella scorsa settimana una riconfigurazione delle sue forze armate - definita epocale - che si basa essenzialmente sugli insegnamenti delle recenti campagne mediorientali e sulla ribadita indispensabilità di mantenere l'interoperabilità con i colleghi d'oltreatlantico. E non di oltremanica, curiosamente, ignorati sul piano militare anche se poi il governo britannico vota con le rispettive diplomazie la recente discussa censura anti israeliana all'ONU, fortemente avversata da Washington.

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