Anno 2004

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Elezioni USA, grandi cause e colpi bassi

Andrea Tani, 30 agosto 2004

Con la convention repubblicana che si apre oggi a New York, le elezioni americane stanno entrando nelle semifinali, per usare una metafora olimpica molto comprensibile in queste settimane. I due competitori sono testa a testa, secondo le ultime indagini demoscopiche. La politica estera è diventata l'argomento principe sul quale la contesa si sta focalizzando. Non era mai successo, in nessun'altra elezione. Tengono naturalmente banco l'Iraq, la guerra al terrorismo e le difficoltà che l'America sta incontrando nel venire a capo dell'una e dell'altra questione. Nonché la maggiore o minore idoneità dei due contendenti a gestire le problematiche connesse.

Il presidente Bush si presenta come il comandante in capo in carica, il generale che sta combattendo una battaglia vitale per la sicurezza degli Stati Uniti e la stabilità del mondo. La sua azione è stata improntata al massimo decisionismo attraverso la conquista della iniziativa strategica e il suo mantenimento nelle mani degli Stati Uniti. Al suo attivo può vantare l'eliminazione del santuario terroristico afghano, la defenestrazione del maggiore nemico istituzionale degli interessi americani nel Medio Oriente e risultati incoraggianti nella riduzione dei pericoli della diffusione delle armi di distruzione di massa.

La Libia e l'Iraq sono stati cancellati - con diverse modalità - dalla lista delle minacce immanenti, l'Iran è sotto monitoraggio stretto da parte dell'AEIA e persino dell'Europa - oltre che del Centcom statunitense che ne ha avviluppato le frontiere. I due giganti proliferatori del subcontinente indiano (India e Pakistan) stanno stemperando i loro contenziosi e raggiungendo accordi diretti per evitare attivazioni non intenzionali dei rispettivi deterrenti nucleari.

Persino la schizoide Corea del Nord, che è rimasta ai margini dell'attenzione della amministrazione Bush, è comunque sotto sorveglianza da parte di un gruppo regionale multinazionale che, pure se non prende ordini da Washington, procede sulla via di un ridimensionamento dell'attivismo nucleare di Pyonyang. E quindi in definitiva fa anche i suoi interessi.

I passivi sono quelli che si leggono ogni mattina sui giornali. L'Afghanistan non è pacificato, tutt'altro: sta diventando un'unica piantagione di oppiacei. Ignoriamo se questo esito era stato messo in conto, ma è chiaro sia il cui prodest (la grande criminalità internazionale, non viene a mente altro) sia chi ne sarà più danneggiato (l'Occidente affluente in crisi di valori e di autodisciplina). Dello stato maggiore generale di Al Qaeda nessuna traccia, nonostante alpini del Montana e del Friuli, Royal Marines, pashtun di Islambad occasionalmente tracimanti al di qua della frontiera con il Pakistan e l'onnipresente Network Centric Warfare.

L'Iraq è vicino a trasformarsi in quel Vietnam mignon che tutti i dirigenti americani avevano giurato non sarebbe mai diventato. Con tutte le cautele del parallelo si tratta ormai di un paese sconvolto da una guerriglia aggressiva e anarchica che non lascia presagire risoluzioni a breve. Se qualche ideologo neocon sperava di trarre per il suo paese benefici economici - oltre che quelli strategici, indubitabili - dalla defenestrazione di Saddam Hussein è stato brutalmente contraddetto, e con lui gli Stati Uniti nel loro complesso.

Se per adesso il bilancio geopolitico è certamente favorevole a Washington, con lo stabilirsi di una massiccia presenza dei dispositivi militari stellati nell'area più cruciale del mondo, il conto economico è salatissimo. Poco petrolio (che peraltro sarà gestito dagli stessi iracheni in modo abbastanza trasparente e aperto alla concorrenza internazionale) per l'attivismo dei guastatori sciiti, sunniti, baathisti e qaedisti. Costi per la ricostruzione iperbolici; spese militari alle stelle, crisi di overstretching dei dispositivi militari.

Se Francia e Russia hanno perso con Iraqi Freedom il loro principale cliente mediorientale, Washington ha guadagnato un mare di problemi tutt'altro che autofinanziati. Senza contare i danni indiretti: la crescente collera della masse più fanatizzate dell'Islam, la sottrazione di risorse contro il terrorismo, le difficoltà delle autocrazie arabe, l'impatto sul prezzo del petrolio, la cautela che la situazione mesopotamica impone alla politica americana un po' dovunque, gli incidenti di percorso come Abu Grahib, le diatribe Atlantiche, eccetera.

Su queste difficoltà lo sfidante democratico alle elezioni di novembre, il senatore John Kerry, ha impostato gli strumenti fondamentali della sua strategia. Il suo messaggio è semplice e sempre più definito. A parte i noti dossier economici e sociali sui quali - egli sembra sostenere - i democratici hanno da sempre le idee più chiare dei repubblicani, è proprio sul cavallo di battaglia del GOP (la politica estera e di sicurezza) che è necessario un deciso cambio di rotta.

Solo una nuova amministrazione non compromessa con gli errori del passato - democratica, naturalmente - può assicurarlo. In particolare è il vertice presidenziale che deve essere sostituito al più presto prima che faccia altri danni, quel tycoon texano nei modi oltre che nella formazione che ha caricato la sacrosanta reazione americana all'11 settembre di contenuti e significati eccessivi e fuorvianti. Gli stessi che hanno messo gli Stati Uniti in gravi difficoltà, oltre che in rotta di collisione con gli altri protagonisti della scena internazionale, alleati e non.

Si tratta di un leader che non ha esitato a scatenare conflitti unilaterali e pretestuosi, con giustificazioni quasi fraudolente, nonostante non abbia mai provato di prima mano la terribile realtà della guerra, come del resto quasi tutti i suoi principali collaboratori (solo Powell, in effetti, si è trovato fisicamente in combattimento; Cheney non è mai stato un militare, nonostante sia stato il ministro della Difesa di Desert Storm; Rumsfeld era pilota di marina, ma non ha mai combattuto). "Se George W. avesse visto il sangue e le sofferenze della battaglia da vicino, come è capitato a me - è Kerry che parla - sicuramente sarebbe stato più cauto".

Su questo tasto lo sfidante democratico ha battuto con insistenza appena ha realizzato che il tradizionale elettorato moderato sostenitore del GOP lo stava cominciando in parte ad abbandonare, deluso e spaventato dalle difficoltà che la politica dei neocons aveva provocato. Se fosse riuscito a catturarne una parte, la vittoria sarebbe stata veramente a portata di mano. Il senatore del Massachussets si è quindi simbolicamente riappropriato delle medaglie del Vietnam che nel 1971 aveva rigettato platealmente nel corso di uno dei suoi comizi con Jane Fonda, sbarazzandosi in pari data della tuta blu da metalmeccanico.

Indumento che faceva in verità un po' fatica a indossare, dato che ogni volta rischiava di scompigliare la celebre chioma che il suo parrucchiere personale gli scolpisce a - si dice - 500 dollari a taglio, anche in piena campagna elettorale. C'è chi porta la bandana, chi la detesta. Valli a capire questi miliardari. Da un certo punto in poi - diciamo dalla convenzione democratica di luglio - Kerry è quindi diventato soprattutto un prode veterano, un uomo di pace che ha fatto la guerra con onore e valore ed è molto più qualificato a reggere il timone della repubblica degli imboscati che oggi hanno combinato tutti questi guai per interesse travestito da ideologismo.

La manovra sembrava avere successo e i potenziali elettori parevano assecondarla quando - circa tre settimane or sono - è accaduto uno di quei fatti apparentemente minori che a volte scombinano il corso della storia. Una associazione di veterani dei battelli fluviali della US Navy sui quali Kerry aveva costruito al sua reputazione di reduce eroico (la Swift Boat Veteran for Truth) ha scatenato una violenta campagna mediatica per ridimensionare il passato militare del senatore. E' uscito fuori di tutto. Invece dell'anno canonico, che nel lontano 1968 i militari americani passavano come minimo in zona d'operazioni in Vietnam, Kerry è stato solo quattro mesi (dei quali uno nelle retrovie, in addestramento nella baia di Cam Ramh). Un'inezia.

Alla sua terza ferita riportata in azione - quasi superficiale, come le altre del resto - ha fatto domanda di rientro in patria, avvalendosi di una norma desueta che nessuno utilizzava. La cosa aveva destato un particolare risentimento nei camerati perchè nessuna delle tre ferite - per ognuna delle quali l'allora sottotenente di vascello era stato insignito della decorazione Purple Heart - aveva determinato un ricovero in ospedale, neanche un giorno di degenza. Lo ha sottolineato con una certa indignazione anche l'autorevole senatore repubblicano Dole, del tutto estraneo all'associazione degli Swuift Boats, ma eroe mutilato della seconda guerra mondiale e molto rispettato nell'establishment statunitense.

La prima e la terza ferita erano state oltretutto autoinflitte per errore e le Purple Heart vengono assegnate solo se causate dal nemico. Anche su un'altra delle cinque decorazioni complessive che Kerry aveva conquistato nei suoi frenetici tre mesi al fronte - una Bronze Star - sono state fatte rivelazioni più o meno controllabili. L'azione eroica di Kerry che l'avrebbe determinata - il recupero di un commilitone caduto nel Mekong - non era avvenuta sotto il fuoco nemico, come recitava la motivazione, ma in condizioni ordinarie.

Il suo eroismo, quindi, era praticamente nullo. Sono uscite fuori altre sgradevolezze, come la negazione del fatto che Kerry e il suo equipaggio avessero mai passato il Natale del '68 cinque miglia all'interno della Cambogia, su ordine illegale del loro comando, come aveva sostenuto il senatore in decine di occasioni e in particolare in un discorso al Senato nel 1986. Il 25 dicembre il suo battello si trovava in realtà cinquantacinque miglia all'interno dei confini vietnamiti, come risulta da carte ufficiali assolutamente attendibili.

Insomma fango a quintali, in gran parte verificabile anche se non tutto, rilasciato nel momento elettoralmente più propizio. Non si è trattato solo di una manovra politica, tuttavia. Molti dei veterani del Vietnam a suo tempo ce l'hanno avuta a morte con Kerry per il suo discutibile comportamento nei famosi tre mesi ma soprattutto per quello che ha fatto dopo il congedo. Oltre a diventare uno dei massimi leader antimilitaristi dei tardi anni Sessanta, nel '71 dichiarò sotto giuramento davanti a una commissione parlamentare che i militari americani in Vietnam avevano "violentato, mutilato e ucciso civili innocenti con la connivenza dei loro superiori". Il che è avvenuto, ma ha riguardato una parte molto circoscritta di un esercito serio, civilizzato e professionale come quello americano.

La generalizzazione era sicuramente eccessiva e diffamatoria, anche se forse in buona fede. Kerry aveva allora ventisette anni molto confusi e i tempi erano assai particolari. Jane Fonda, poi, con la quale il giovane reduce pare abbia avuto una storia, doveva essere all'epoca un argomento molto trascinante. Una regina Elena aveva fatto ben di peggio tremila anni addietro. Dopo tanti anni la maggioranza dei reduci aveva dimenticato quasi tutto, ma quando l'antico incendiario ha rivestito con marziale cipiglio i panni di un tetragono pompiere e accampando glorie inesistenti ha tentato di dare la scalata alla massima magistratura americana è scattato negli antichi combattenti un riflesso condizionato che, se anche ha avuto uno spregiudicato utilizzo politico, mantiene comunque una sua giustificazione e moralità fondamentale.

Il risultato è stato una pubblicità a livello nazionale conferita con trentacinque anni di ritardo a ciò che tutti nell'ambiente sapevano. Con qualche inevitabile esagerazione e forzatura. I risultati sono stati abbastanza devastanti. La sua credibilità è stata lesionata, anche se molti lo hanno difeso. Ma i fatti incontrovertibili parlano da soli: le ferite superficiali e autoinflitte premiate con decorazioni fuori misura, i tre soli mesi in azione, la domanda di rimpatrio, l'abbandono dei propri uomini mentre lo "spirito di nave" si stava formando, l'autoglorificazione nei rapporti di combattimento, la storia dello sconfinamento in Cambogia, l'inopinata virata pacifista di uno che sapeva veramente come stavano le cose.

Niente di cui andare particolarmente fiero, meno che meno argomenti con i quali costruire una carriera pubblica di massimo livello. In pochi giorni, secondo i sondaggi, Kerry ha perso il diciotto percento delle preferenze dei reduci del Vietnam, decisivi per la competizione. Fino a quel momento tali preferenze si erano mantenute abbastanza in equilibrio fra lui e il suo avversario che - com'è noto - deve farsi perdonare il suo imboscamento nell'Air National Guard del Texas e dell'Alabama di quegli stessi anni.

Per lo stesso imboscamento, peraltro, potrebbe venir fuori un altro scandalo. Dagli archivi della Guardia Nazionale dell'Alabama è scomparso il dossier relativo del sottotenente pilota George W. Bush relativo ai sette mesi nei quali i gossip sostengono che la sua presenza ai richiami periodici fosse molto poco assidua per ragioni collegate a una eccessiva contiguità con il bourbon del Kentucky. Questa può essere anche la ragione per la quale sembra che i vertici dei due partiti, repubblicano e democratico, si stiano accordando per non utilizzare i passati "marziali" dei rispettivi boss come arma elettorale, indirettamente o direttamente.

Se dovesse prendere corpo un accordo in tal senso, esso finirebbe per danneggiare più Kerry che Bush, perchè il presidente è comunque il comandante in capo della guerra in atto e non può essere certo tacciato oggi di fellonia, l'unico motivo per il quale si sostituisce un generale impegnato in battaglia (non lo si fa certo per eccessivo decisionismo). Kerry invece è tutto da provare, e forse non è il momento più adatto per sperimentazioni. Soprattutto dopo quello che si è saputo.

Il ragionamento è difficilmente confutabile. Se il senatore del Massachusets non ce la dovesse fare a novembre, come invece sembrava probabile qualche settimana or sono, potrà ringraziare il suo mito John Kennedy, ispirandosi al quale chiese di comandare una motovedetta fluviale, simile alla famosa PT 109 che il primo JFK aveva condotto in battaglia contro i giapponesi. Dovrà anche ringraziare la sua spregiudicata ambizione di allora e forse di adesso, la propensione al calcolo - "qualche mese, tre o quattro medaglie che mi daranno perchè sono uno dei pochissimi figli di papà a venire in questa schifezza di posto, e poi via, a casa, a capitalizzare, come il mito" - forse Jane Fonda, e ancora più forse una disinvoltura politico-caratteriale che nel dubbio è meglio si tenga il più possibile lontana dall'ufficio ovale della Casa Bianca.

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