Anno 2004

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Terrorismo, questa barbarie insensata

Andrea Tani, 6 settembre 2004

Nella settimana della convention repubblicana a New York che ha riconfermato il ticket presidenziale di guerra, il terrorismo internazionale ha fatto il suo maggior regalo possibile a George W. Bush e al suo vice Cheney, attivando una fragorosa serie di attentati e sequestri particolarmente cruenti e odiosi . Strano che la sinistra radical chic non abbia già evocato complotti e provocazioni orditi per rafforzare l'odiato George W. Evidentemente tutto ha un limite, se non altro dal versante del ridicolo. Se qualcuno se lo stava dimenticando, i terroristi del fondamentalismo islamico hanno voluto ribadire che il mondo è ancora dominato da Marte e lo sarà a lungo.

Possibile riflesso condizionato in America: non si cambia il manovratore in manovra, meno che meno il generale in battaglia. Sopratutto se il possibile sostituto è così esitante, chiaccherato e poco professionale nell'arte del comando - tre mesi di precariato trentasei anni fa e disoccupazione permanente in seguito - come John Kerry. Questa potrebbe essere la morale scaturita dalla sinergia fra il Madison Square Garden e le scuole dell'Ossezia, le metropolitane di Mosca, i circhi mediatici di Baghdad, le moschee di Katmandu e gli autobus di Israele. Dalle quali località erompono molte altre lezioni non necessariamente collegate a ciò che accade sulle rive dell'Hudson. Come ad esempio la lampante rivelazione di quanto sia precaria la politica francese - con la tegola dei cinque milioni di islamici e dei sei o sette milioni di xenofobi lepenisti coesistenti nello stesso contenitore sociale - e di quanto profonda sia la crisi di nervi che colpisce i dirigenti parigini appena le circostanze accennano ad agitare lo shaker del problema musulmano nell'Esagono. Magari solo perchè due giornalisti operativi nella terra dei sequestri fra il Tigri e l'Eufrate sono vittime di un prevedibilissimo incerto professionale proprio nella settimana nella quale entra in vigore il divieto del velo nelle scuole.

Si cominciano a capire meglio le tetragone resistenze passate del Quai d'Orsay al pugno duro statunitense verso il fondamentalismo, le capziose dissertazioni storico-culturali sull'unilateralismo yankee, inadatto ad affrontare le mille e una sfaccettatura della civiltà maomettana; persino le rivelazioni in po' imbarazzate - noblesse oblige - sui corposi interessi economici dei transalpini in Mesopotamia. "Comprenez vous, con un contratto di 80 miliardi di dollari appena concluso dalla Fina-Total, che altro ci restava da fare? I villani non siamo noi ma i rozzi petrolieri texani che irrompono in una nostra area di influenza senza alcun ritegno e considerazione per i nostri interessi".

Tutte balle. O meglio vi sono anche questi elementi nel contorno, ma il piatto principale è la stabilità della nazione, minacciata da una contaminazione che non ha eguali nella storia della France eternelle. Quella stessa che sta provocando una reazione di rigetto che potrebbe evocare o persino sopravanzare le grandi scissioni del passato: la notte di San Bartolomeo, la rivoluzione del '79, Dreyfus, Vichy, l'OAS, il Sessantotto, eccetera. Poche tribù hanno una tendenza costituzionale alla zuffa interna così immediata, irragionevole e macroscopica come quella gallica. E' forse il contraltare di un paese benedetto dalla natura e dagli uomini che deve crearsi qualche problema anche quando non ce ne sono. In questo caso ce ne sono e come.

Se attuata, la minacciata uccisione dei due disgraziati giornalisti avrebbe potuto innescare nel cuore della società francese una serie di reazioni a catena che nessuno è oggi in grado di valutare - e domani di controllare - pienamente, svelando le contraddizioni della neutralità nella guerra al terrorismo e l'instabilità del rapporto fra la militanza musulmana più vociante e il governo di Parigi. Lo stesso rapporto è messo già in crisi dall'incauta (forse) legge sul velo evocato dalle minacce terroristiche. Essa rappresenta nient'altro che un pannicello caldo sullo scontro di civiltà in atto in Francia più che altrove, ma che rischia solo di far salire la temperatura del confronto senza effetti rimarchevoli. Sono forse queste le ragioni della massiccia mobilitazione dell'establishment parigino, che non sono certo imputabili solo a ragioni umanitarie. La Francia non si può permettere di perdere i suoi figli in questo contesto e con queste motivazioni.

Per inciso, questa fragilità nervosa dei francesi contrasta con la compostezza e la dignità con la quale, una volta tanto, il governo italiano del momento e anche l'opinione pubblica della Penisola stanno affrontando la difficile prova irachena. Tutti sono pienamente consapevoli che il governo Berlusconi non si aspettava questo marasma post bellico quando ha deciso di mandare le sue truppe a Nassirya. Aveva forse in mente i Balcani, situazioni difficili ma gestibili con l'ordinaria professionalità di alpini, bersaglieri e carabinieri (questi ultimi, sopratutto), e contava sui dividendi geopolitici ed economici che la gratitudine americana avrebbe fatto scaturire a missione conclusa. Non è andata così, come sappiamo, almeno per la prima parte, ma l'Italia non è andata in pezzi per questo. Ha stretto i denti, tenuto duro, pianto con dignità i morti che nel frattempo c'erano stati, forse per incauta generosità, e mostrato una grinta inaspettata.

Lo ha potuto fare grazie soprattutto a un'altra sorpresa, e cioè alle sue forze armate, che si sono dimostrate del tutto all'altezza del difficile compito che le circostanze, più che una politica consapevole e deliberata del vertice nazionale, facevano piovere sulle loro spalle. Sarà stata la lunga militanza nella NATO, non solo passiva come si crede, o il decennio e più dei Balcani, che hanno svecchiato quadri, mentalità, dottrine e mezzi, o anche la professionalizzazione degli effettivi, che ha spedito definitivamente in pensione il lagnoso marmittone e le ancora più lagnose mamme - sia come sia, il soldato italiano di oggi sembra pienamente all'altezza di una difficilissima situazione, come e più dei primi della classe.

Si tratta di un elogio che si è sentito molte volte in passato, quasi sempre a sproposito o a buon diritto solo per selezionati nuclei di élite: Frecce Tricolori, incursori, Amerigo Vespucci o bande musicali. Oggi è pienamente meritato per tutti i reparti e unità, e trova eco in ambienti e contesti per i quali tradizionalmente "italiani" faceva rima con "spaghetti", i nostri soldati erano gli inquilini preferenziali dei campi di prigionia di mezzo mondo dove erano stati rinchiusi a milioni da tutti i loro avversari della seconda guerra mondiale e i carri armati che prima di essere fatti prigionieri avevano fugacemente manovrato erano strani arnesi con tre marce indietro e una avanti.

Il Wall Street Journal, tempio del più fiero conservatorismo Wasp, ha pubblicato il 30 agosto un articolo del noto columnist Jim Heogoland, intitolato "What France doesn't say", nel quale si sostiene testualmente che "France lags ... Italy is demostrating combat military resolve". Erano 2050 anni, più o meno, che qualcuno non sosteneva una tesi del genere e anche allora si era trattato di un abitante della Penisola tendente all'iperbole. Anche se il contesto è polemico e l'autore di oggi è un noto francofobo, la frase ha un suo peso e rispecchia una convinzione abbastanza condivisa al di là dell'Atlantico, e non solo. Non viene espressa per i polacchi, o i giapponesi.

Sui rinnovati rapporti con gli USA, abbiamo visto negli ultimi mesi. Al di là di tappeti rossi e delle gite in automobiline elettriche a Crawford e Porto Rotondo non si tratta solo di ironia dei circoli gauche caviar dei Parioli e di Capalbio. Fra gli Stati Uniti e l'Italia si sono stabilite concordanze e assonanze che forse non vi erano mai state, almeno non così paritarie e concrete sul piano operativo.La Gran Bretagna sta sviluppando una rete di concordanze con il mondo della difesa italiano - militare e industriale - che quindici o venti anni fa sarebbero state impensabili. Anche qui si tratta in parte di tattica geopolitica, di rafforzamento della nuova Europa in contrapposizione con la vecchia, quella carolingia. Ma est modus in rebus. Non si consegna la propria industria elicotteristica e - in parte - elettronica al primo venuto e non si decide uno stretto coordinamento operativo nei trouble spot del pianeta con il conducente del singolare carro armato di cui sopra.

Persino gli avversari transalpini hanno stabilito da anni forti intese con i "macharonì", intese operative, tecnologiche e di equipaggiamento. Non ne ricevono alcun tornaconto strategico nella loro competizione con gli anglosassoni. Lo fanno perchè conviene loro sotto il profilo dei costi-benefici dei loro investimenti militari. La realtà vera è che oggi le forze armate italiane sono diventate finalmente un autentico asset del paese, uno dei più importanti e riconosciuti. Forse l'ultimo rimasto a livello delle macrorealtà. Si tratta di una realtà bipartisan. Chiunque domani prenderà il timone della malandata barca ausonica non potrà non tenerne conto.

Questo appassionato ma - si consenta - doveroso comizio sulla rinnovata valenza del nostro strumento militare ha fatto perdere un po' di vista il tema originale, che riguarda le riverberazioni internazionali dell'ondata terroristica che ha colpito il mondo in questa settimana. Internazionali extra USA, dove le conseguenze solo talmente evidenti che non vale la pena di sottolinearle. Archiviata la Francia, non si può non constatare che le stragi sugli autobus di Beesheba, in Israele, hanno annullato in un solo colpo le perplessità delle Nazioni Unite e della sinistra isreliana sulla continuazione della costruzione della barriera di separazione fra i territori palestinesi e la Stella di Davide. I terroristi sono penetrati attraversando un varco del confine non coperto dalla barriera. Il governo ha annunciato che ricomincerà immediatamente la sua costruzione, che a quanto pare era stata sospesa. Non risultava da fonti di stampa, ma comunque il messaggio è chiaro.

La barriera serve a ridurre drasticamente le infiltrazioni di terroristi e quindi il suo completamento è un imperativo categorico per il governo israeliano che come tutti i governi deve assicurare in primo luogo il massimo grado possibile di sicurezza ai suoi cittadini e per tutti gli uomini di buona volontà che non abbiano paraocchi ideologici a senso unico. Il suo tracciato potrà essere ritoccato, separando le legittime necessità di protezione dalla tentazione molto israeliana di approfittare di ogni circostanza per ampliare il proprio territorio, atteggiamento da sempre presente nella psiche di un popolo che conferisce un significato sacrale al possesso della terra della Bibbia (tutta quella in zona, peraltro). Ma la barriera andrà avanti, e quando sarà ultimata si potrà veramente costruire la pace in Palestina.

Molta carne è ancora al fuoco, in primis quella russa, che arrostisce crudelmente sulle fiamme dei numerosi attentati e delle stragi che vengono perpetrati in continuazione ai danni di centinaia di innocenti. Lo spazio è tiranno e non si può liquidare in poche battute la tragedia che è appena avvenuta in Ossezia. E' talmente enorme che toglie il respiro, e anche la voglia di parlarne. Ci torneremo quando l'evento potrà essere giudicato nella prospettiva di un capitolo particolarmente crudele dell'impazzimento fondamentalista dell'Islam estremo.

Vale la pena di sottolineare in sua vece l'inquietante episodio che è accaduto a Katmandu in seguito alla strage di una dozzina di poveri lavoratori nepalesi in Iraq compiuta da terroristi fondamentalisti (o semplicemente delinquenti senza legge e cuore; l'etichetta ideologica rappresenta una qualche forma di nobilitazione, che non tutti i banditi tagliagole all'opera in Mesopotamia meritano). Nessuna cancelleria influente si era mossa in loro difesa, nessun riscatto miliardario poteva essere pagato. La Lega araba e il papa forse neanche lo sapevano. Sono stati trucidati come bestie da colleghi del terzo mondo in nome di una farneticazione senza senso né diritto di cittadinanza. Forse erano colpevoli di cercare di procacciarsi un pezzo di pane lavorando onestamente dove è possibile invece di rapinare o scannare il prossimo.

I loro compatrioti, migliaia di chilometri più a oriente, hanno reagito in un modo assolutamente poco corretto dal punto di vista politico ma umanamente liberatorio. Hanno distrutto l'unica o la principale moschea della capitale, annientando il simbolo della follia. E' solo un piccolo e preliminare esempio di cosa potrebbe succedere se dovesse continuare questa barbarie insensata, questa guerra di religione del più oscurantista nazismo islamico contro tutti e tutto. E cominciassero a esserne interessati non solo i colti e comprensivi occidentali ma l'ordinario cittadino del mondo che non ha tempo, voglia e pazienza di capire le altrui psicosi e non è disposto a offrirsi come capro espiatorio di presunte colpe passate. Se l'irrazionalità dovesse prendere piede presso tutte le parti lese, e non solo presso chi picchia di più (per il momento), le previsioni di Huntington potrebbero sembrare timidamente ottimistiche. Speriamo che qualcuno ci rifletta.

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