Anno 2004

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La Russia di Putin nella tempesta

Andrea Tani, 13 settembre 2004

Le analisi scaturite dall'orrenda vicenda della scuola di Beslan concordano su un punto: i terribili fendenti del terrorismo ceceno non colpiscono un organismo solido e robusto come l'America dell'omonimo attacco dell'11 settembre 2001 (commemorato sabato scorso) ma un gigante malato che barcolla sempre di più sotto i morsi di un avversario inferiore di due ordini di grandezza. Per un paese che sessanta anni or sono ha sconfitto la maggiore potenza militare dell'epoca, tenendo testa subito dopo - e per un cinquantennio - a quella che era subentrata, si tratta di una umiliante caduta di rango che esprime le dimensioni e la profondità di una malattia che non ha equivalenti nel panorama internazionale contemporaneo. Se dovesse essere veramente così, sarebbe sempre più evidente che la Cecenia è un sintomo, più che una causa.

In tal caso l'unico dubbio che può sorgere è se si tratti di una malattia trattabile o di un male incurabile. Se cioè la Cecenia sia la Finlandia del 1939 - e Mosca riuscirà a venirne fuori senza arrendersi e senza perseverare in quegli sfracelli che hanno caratterizzato la sua fallimentare politica caucasica dell'ultimo decennio - oppure è un corrispettivo contemporaneo della sconfitta per mano del Giappone nel 1904, della Grande Guerra del '14 e del più recente Afghanistan e, come quegli illustri precedenti, costituisce l'innesco della deflagrazione esiziale. Le recenti dichiarazioni di Putin del 4 settembre dopo il massacro dell'Ossezia non sembrerebbero far propendere per quest'ultima conclusione, ma è ovvio che non potevano eccedere in pessimismo. E neanche in realismo. Non si dice a un malato terminale che ha tre mesi di vita, né ai soldati di una guarnigione assediata che stanno finendo le munizioni e le provviste. Non lo si dice, ma gli esiti sono i medesimi in entrambi i casi. Salvo miracoli. Senza contare che il volenteroso Vladimir può essere in buona fede e non aver realizzato quanto la partita sia compromessa.

Questo subitaneo rovesciamento di prognosi ha sorpreso molti - in Occidente ma non solo - dopo le speranze sorte in seguito alla fine dell'agonia yeltziniana e all'ascesa al potere di un nuovo zar giovane e vitale, accompagnate da un vigoroso incremento delle rendite petrolifere e da una rinnovata consapevolezza della missione della Madre Russia nel mondo, in armonia con il suo contesto culturale di orgine. La grancassa della propaganda governativa ha battuto con molta energia sulla tonalità della rinascita della Rodina - del happy end - e la maggioranza degli osservatori internazionali gli è andata dietro. Solo i russi non hanno creduto più di tanto alla risurrezione, come testimoniavano tutti coloro che hanno avuto a che fare con loro in questi anni, forse perchè in cuor loro non avevano mai creduto nel miracolo che la sottintendeva.

Fuori Mosca e San Pietroburgo in piena euforia anfetaminica, metaforica e reale, la situazione dei rapporti sociali ed economici era ed è disastrosa e lo stato d'animo collettivo del tutto catatonico. Il relativo credito che i depressi sudditi hanno accordato a Putin nelle recenti elezioni è forse stato un equivalente locale del quirita "Hai visto mai?" un atto di disperata speranza nel guaritore non ortodosso ma suadente e simpatico che promette la salvezza contro il responso della scienza e del buon senso. Pienamente consapevoli che alla speranza si accompagna la concretezza della sua labilità, che alla fine potrebbe essere prevalsa, sotto l'inesorabile susseguirsi di una serie di iatture che hanno colpito il paese negli ultimi anni. O meglio che si sono inesorabilmente materializzati appena la caduta del Muro ha fatto cadere i privilegi della superpotenza e il drappeggio che mascherava le crepe della costruzione imperial-proletaria, che poi sono anche quelle di oggi, peggiorate. Proviamo a riassumere brevemente, soprattutto queste ultime.

La situazione geopolitica della Russia di oggi è estremamente precaria, a prescindere dai suoi problemi immediati, da quali siano i suoi governanti e da come venga governata. Il paese rappresenta un residuato, anche se ancora piuttosto corposo, di un impero non molto diverso da quello britannico, costruito più o meno negli stessi secoli da un'altra coriacea stirpe di avventurieri, esploratori e conquistatori. L'unica differenza era fra le steppe e gli oceani che dividevano e collegavano allo stesso tempo i rispettivi domini. E forse anche una maggiore diversificazione culturale e razziale della costruzione britannica rispetto a quella russa. Anche ammettendo che la deriva centrifuga della prima era maggiore, per le distanze geografiche e di civiltà al suo interno, sono comunque passati quaranta anni da quando le ultime importanti vestigia del British Empire si sono dissolte. Quasi sessanta dall'indipendenza del subcontinente indiano. Niente di più fisiologico che la campana della storia abbia cominciato a suonare anche per gli undici fusi orari del dominio imperiale dell'intraprendente Ducato di Mosca.

Lo stesso dominio, dopo la caduta del comunismo, ha perso già il quaranta per cento della sua popolazione e un terzo delle risorse. Era sembrata una mutilazione eccessiva e innaturale di un organismo giustamente configurato. Può darsi che fosse solo l'inevitabile prologo di una decomposizione fisiologica e del tutto inarrestabile, analoga a quella dei tanti imperi multinazionali del passato. Primo di tutti e sommamente emblematico quello romano. Anche perchè alle frontiere dello stesso organismo premono, consapevolmente o meno, giganteschi potentati geopolitici o etno-ideologici. Ad est la Cina, a sud la galassia islamica e a ovest l'Europa e la comunità Atlantica, che anche senza volere (e non si sa quanto la Germania in particolare non voglia) esercitano un'attrazione irresistibile sulle province limitrofe, come a suo tempo è acccaduto a proposito delle otto repubbliche della CSI (undici, se si considera l'ex URSS) diventate stati indipendenti.

Veniamo all'evidenza immediata. La Russia è sottoposta da un decennio al più brutale, reiterato e macroscopico assalto terroristico della contemporaneità, quello degli indipendentisti ceceni in lotta col potere centrale da oltre un secolo e mezzo. Tale assalto si configura in una più ampia - e del tutto ingestibile - situazione regionale, quella del Caucaso e delle varie satrapie anarchiche che vi allignano, nella quale Mosca sta dando il peggio di sé, esprimendo un raro mix di brutalità, incompetenza, e arroganza che conferma i suoi istinti autoritari, scredita la sua immagine e compromette i suoi legittimi interessi. I metodi che ora la fanno sanguinare sono stati introdotti per primi su vasta scala dalle sue forze armate e paramilitari, che continuano a utilizzarli fuori della portata dei sensori mediatici occidentali. Secondo fonti indipendenti, sono duecentomila i caduti ceceni in seguito alla repressione russa di quest'ultimo decenio, fra i quali trentacinquemila bambini.

Le armi e gli esplosivi che provocano le stragi terroristiche di questi mesi sono state in gran parte contrabbandate attraverso le varie frontiere dai servizi russi per destabilizzare georgiani, osseti del sud, ingusci, abkhazi e quant'altro. Girarle ai ceceni è stato un lucroso gioco da svegli ragazzi caucasici. Ogni volta che i loro fondamentalisti mettono a segno una qualche impresa criminal-terroristica si scopre che hanno corrotto qualche poliziotto russo per far passare armi ed esplosivi - non sigarette o hashish. Le dichiarazioni di qualche giorno fa del più alto responsabile della difesa russo, il generale Balujevsky, sulla intenzione del Cremlino di passare all'offensiva preventiva contro il terrorismo dovunque sia necessario nel mondo - escludendo la sola opzione nucleare, bontà sua - fa rabbrividire, non tanto e non solo per le implicazioni giuridisdizionali ed etiche che sono state avanzate - simili a quelle espresse da varie parti per l'invasione angloamericana dell' Iraq - quanto per le conseguenze ipotizzabili su scala planetaria della prevedibilmente sgangherata condotta delle operazioni russe.

Se in casa Mosca non riesce a fare niente di meglio che rispondere a una guerriglia paramafiosa radendo al suolo Grozny con l'artiglieria pesante e facendosi massacrare centinaia di scolari come contropartita, figuriamoci cosa potrebbe fare altrove . Non parliamo poi di quell'accenno alle armi nucleari. La frenetica attività dei responsabili della diplomazia e dell'intelligence russe nello stabilire contatti e coordinamenti operativi con i maggiori campioni dell'antiterrorismo - Israele in primis - lasciano credere che Mosca faccia molto sul serio. E' da sperare che rimangano in massima parte dichiarazioni di intenzioni e non minacce da mantenere, o almeno che gli eventuali alleati nelle operazioni out of area conducano il gioco in prima persona, evitando le goffaggini alle quali abbiamo assistito.

Le stesse goffaggini sono una novità storica. I russi sono stati sempre molto professionali ed efficienti, anche se spesso spietati, nella condotta degli affari strategici. Il fatto è che oggi le loro istituzioni statali si trovano in uno stato pre-comatoso. Non funziona nulla, neanche le forze armate, il pilastro dello stato per cinquecento anni. La pasticciata operazione di "salvataggio" degli ostaggi di Beslan, conclusa nella terribile tragedia alla quale abbiamo assisitito soprattutto perchè i civili armati che fiancheggiavano inspiegabilmente le forze di sicurezza governative hanno aperto il fuoco senza ordini, ha mostrato una confusione incredibile. E' stato mostrato al mondo intero quello che gli addetti ai lavori sanno da tempo, cioè che le armi dei militari russi, quando funzionano e non vengono vendute di contrabbando, non proteggono più il paese ma gli interessi corporativi dei loro proprietari.

Non parliamo della recentemente introdotta democrazia, che per usare un eufemismo è molto "precaria". La libertà di stampa, uno dei suoi pilastri, è continuamente aggredita e ormai si può considerare estinta nei suoi effetti pratici, almeno per la sua componente più strategica, quella dei media televisivi. Se particolarmente scomodi, i giornalisti vengono suicidati, un po' da tutti. Non sempre e non in massa, ma in piccoli nuclei esemplari. Il messaggio generalmente passa. Per sapere le cose si è tornati ai sussurri e grida e ai samiszdat. Del resto perchè stupirsi? Qualche anno fa a Mosca sono avvenuti due putsch a breve distanza l'uno dall'altro, come in Centro America negli anni Cinquanta o in Congo. I carri armati hanno sparato contro un Parlamento eletto. Lo abbiamo dimenticato, ma in un paese europeo e civile si è trattato di una cosa enorme, anche se hanno vinto i "buoni"(ma erano loro i più adatti a governare la Russia?)

Fra i vari poteri che contano - quelli dello stato, degli oligarchi, e della mafia - i confini sono molto labili, nonostante che dall'avvento di Putin sia operante una specie di trattato di non aggressione. La delimitazione delle competenze non è ancora finalizzata. Un esempio per tutti: la vicenda di Kodorkhovsky e della Yukos, dai risvolti a dir poco torbidi, che ha screditato il sistema economico russo e incrementato la tensione sui prezzi mondiali del greggio, come se ce ne fosse stato bisogno. Mettendo in crisi il maggior patrimonio russo oltre al deterrente nucleare - l'unico a valenza economica - ossia le esportazioni di petrolio. A proposito delle quali si può amaramente constatare che il paese che, per bocca di un suo lontano leader, Kruscev, manifestò la certezza di superare entro il 1975 gli Stati Uniti come massima potenza economica mondiale, è oggi ridotto alla stregua di un vicario dell'Arabia Saudita. O di un maxi Kazakistan, un tempo suo vassallo. Il sistema produttivo russo è a pezzi, l'entrata nel WTO è stata rimandata, la riconversione del rigido apparato centralizzato di creazione di beni è servizi in un moderno sistema liberista e distribuito è ancora a da venire. Occorrerebbe fermare tutto, mettere in casa integrazione per una dozzina di anni cento milioni di lavoratori e ricostruire ogni cosa. La Russia è un'unica inefficiente e corrotta Germania orientale dell'immediato dopomuro, senza una Russia occidentale che paghi e si accolli l'onere della rifondazione materiale e morale.

Delle due, è quella morale ad apparire più urgente, per l'unico paese del mondo presentabile dove gli indicatori del progresso regrediscono. Crescita demografica negativa, e non per edonismo imperante come in Italia. Tutt'altro. Per miseria e assenza di prospettive che inducano a infondere una vita miserrima a una propria creatura. Aspettativa di vita in diminuzione. L'alcoolismo rimane una vera piaga. Combinando il tasso di suicidi e omicidi, la Federazione Russa risulta il paese più violento del mondo. Nei secondi è sopravanzata dalla sola Colombia, un campione inarrivabile, ma i primi sono un record planetario e riequilibrano le graduatorie. Gli inquinamenti e i dissesti eco-geologici dell'immenso territorio della Federazione costituiscono il termine di paragone massimo disponibile a livello internazionale, il fondo scala delle misurazioni.

Il nucleare è allo sbando, sia quello delle centrali che quello degli apparati di propulsione delle centinaia di sommergibili che arrugginiscono, colando radioattività, dalle parti della penisola di Kola. Miniere, gasdotti, navi militari, centrali energetiche, torri delle televisioni, impianti sportivi, aerei commerciali, treni: non passa settimana che dalla Russia non arrivi la notizia di qualche disastro. Si tratta dell'unico contesto nazionale interessato dal fenomeno terroristico nel quale quando un aereo cade le autorità esitano a propendere per la matrice dolosa, tanta è la consapevolezza delle labilità manuntentive della propria aviazione civile.

Su questa serie di sciagure regna un gruppo dirigente che dopo aver generato un mare di speranze, concretizzatosi in una specie di plebiscito popolare alle ultime elezioni, sta rivelando una desolante incapacità a fronteggiare anche le emergenze minori. Dando effettivo corpo alle impressioni che molti di noi hanno provato vedendo per la prima volta in televisione il volto schivo - un po' da biondino complessato della III E - del presidente Putin. Impressioni che poi avevamo messo da parte sotto il profluvio di elogi della stampa internazionale. Diciamola tutta: era apparso evidente fin dal primo momento che Vladimir non era un leader carismatico, non era affascinante, nè eloquente e neppure evocante. Nessun magnetismo, nessuna autorevolezza e neanche la terribile grandezza della tradizionale crudeltà degli autocrati di queste latitudini. Non si capiva bene che doti possedesse, a parte l'aver fatto una modesta carriera nel KGB e nel municipio di San Pietroburgo ed essere un discreto judoka, e quindi tonico sotto il profilo psicofisico (qualità da non sottovalutare, dopo le angosce cardiache yeltsinane, ma un po' poco per gestire un impero).

Ormai lo vediamo sui teleschermi da anni: ma chi lo vorrebbe come Master & Commander della propria fregata in mezzo al tifone che sta attraversando la Russia? Di questi tempi sarebbe necessario un titano come Pietro il Grande, o Josif Stalin, e non di un apparatcick di seconda scelta, che, con tutti i caveat del caso, sembra essere stato scelto da qualcuno perchè omogeneo al sistema e garante dei suoi equilibri, più che aver preso in mano, con cesariana consapevolezza, il destino della Rodina, per salvarla. E' chiaro che non si può ridurre tutto alle qualità o difetti dello zar di turno, né tantomeno alle impressioni superficiali desunte da una serie di apparizioni televisive e commenti giornalistici, ma la Russia - quando ha funzionato - è sempre stata retta in modo autoritario e con il pugno di ferro da personalità eccezionali. Non può essere altrimenti, se si vuol far sopravvivere un impero/nazione di queste dimensioni, eterogeneità e problematiche. Soprattutto in questo mondo così diverso da quello dei suoi tempi d'oro. Il "manico" è essenziale. Quando è scadente, sono guai, e lo si è visto abbondantemente in passato, da Nicola II a Cernienko. Se questo dovesse essere il caso anche ai giorni nostri, la democrazia e le elezioni che hanno incoronato Putin per i prossimi - forse troppi - anni potrebbero essere stati veramente una iattura.

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