Anno 2004

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I successi in Asia della politica estera di Bush

Andrea Tani, 20 settembre 2004

Proprio mentre la situazione irachena sembra avvitarsi in una spirale di violenza senza fine e le prospettive di una rappacificazione appaiono allontanarsi sempre più, e in Europa si consolida, con il neonato triumvirato fra Parigi, Berlino e Madrid, il fronte critico alla politica americana, un articolo del Washington Times del 15 settembre intitolato "Bush asian alliances" mette in evidenza come il bilancio della politica dell'amministrazione repubblicana nell'Asia che conta, quella a oriente degli incubi mediorientali (che d'ora in poi chiameremo Asia e basta per semplificare), sia da considerarsi incredibilmente positivo.

Dopo un avvio goffo e scivoloso nel 2001, con il declassamento della Cina da partner a competitore strategico e l'immediata conseguenza della crisi del velivolo intelligence della US Navy costretto ad atterrare sull'isola di Hainan dopo una collisione con un caccia cinese (fatale peraltro a quest'ultimo), il governo Bush ha focalizzato le peculiarità e corretto la rotta, dando prova di una saggezza e moderazione che sarebbero state utili anche altrove. In nessun posto l'antico governatore del Texas è stato così poco texano come in Asia. I risultati parlano da soli.

Gli Stati Uniti hanno oggi rapporti fecondi e costruttivi sia con la Cina che con Taiwan, avendo messo bene in chiaro verso chi vanno le loro simpatie ideologiche e verso chi gli interessi concreti - dove hanno il cuore e dove il portafoglio - e al contempo diffidato sia Pechino che Taipei da avventurismi eccessivi. Mantengono un interscambio record con Pechino e un rapporto cordiale con la sua nuova dirigenza, senza interferire nella contesa fra la vecchia guardia e i giovani tecnocrati (per lo standard cinese) al potere. Anche per questa non inferenza la contesa sta evolvendo verso una transizione indolore, come dimostra anche il passaggio di consegne annunciato ieri fra Jang Zemin e Hu Jintao come chairman della commissione militare, il virtuale Supremo delle forze armate.

Allo stesso tempo l'amministrazione Bush ha ribadito più volte che il problema di Taiwan non può essere risolto con la forza. Per rafforzare il messaggio ed evitare equivoci, il Pentagono ha promesso a Taipei le maggiori forniture militari dai tempi di Quemoi e Matsu, nel 1958, quando la minaccia di un'invasione cinese di Formosa sembrò materializzarsi, e lasciato credere a Pechino che una esercitazione globale della sua Marina prevista per quest'estate, la Summer Pulse 2004, fosse in realtà un avvertimemto nei suoi confronti.

Con la Cina è anche in atto una importante operazione di disinnesco coordinato della bomba nordocoreana, ereditata dalla precedente amministrazione democratica. Ai suoi tempi Bill Clinton aveva cercato di comprare la rinuncia al nucleare di Pyongyang in cambio di aiuti economici, nell'ambito del cosiddetto Framework Agreement. Dopo il fallimento dell'accordo, con la scoperta da parte dei servizi statunitensi della sua non osservanza da parte dei dirigenti nordcoreani, questi hanno messo in atto una serie crescente di provocazioni, culminate nel 2003 nel ritiro del paese dal Trattato di non proliferazione nucleare.

A quel punto l'amministrazione Bush ha evitato una possibile drammatizzazione della crisi, sagacemente ricercando la via della sua internazionalizzazione. Ha arruolato Pechino, Mosca, Tokio e Seul in una iniziativa diplomatica tesa a esercitare un energico forcing su Pyongyang. Il coinvolgimento della Cina, alla quale è stata virtualmente conferita la leadership del gruppo e della iniziativa, è stata particolarmente lungimirante e sta dando i suoi frutti. La patata radioattiva dell'inquieta penisola coreana - nella quale anche Seul ha fatto una sua parte minimale ma significativa, come si è sorprendentemente scoperto di recente - è ormai nelle mani di Pechino.

E' giusto che sia così, dato che si tratta dell'unica capitale che può seriamente influire sugli stalinisti di Pyongyang e condizionarne l'azione. Dal canto suo il governo americano sta contribuendo in modo diretto alla riduzione delle tensioni con l'annuncio del ritiro di quindicimila GI dislocati a ridosso della linea demilitarizzata del 38° parallelo, che divide in due la penisola dal 1953. Tutte queste iniziative hanno costretto persino il liberal e surrettiziamente filo-Kerry New York Times a riconoscere l'accortezza dell'amministrazione Bush nel gestire il problema coreano, con un recente articolo del 15 settembre:"What Bush did right on North Korea".

Analoga accortezza è stata dimostrata nei confronti del Giappone, invitato a ricoprire un ruolo più incisivo nell'arena internazionale e favorito nel superamento della sindrome colpevolista degli orrori della seconda guerra mondiale. Il premier Koizumi ha risposto con slancio e convinzione alle sollecitazioni di Washington, facendo passi significativi in tale direzione. Sono state inviate unità da combattimento in Iraq, naturalmente col pretesto di proteggere attività umanitarie. E' stato dato il via a una riforma della costituzione, che tra l'altro dovrebbe ribattezzare Forze Armate le pudiche Forze di Autodifesa nipponiche. E' stata iniziata la costruzione di una vera e propria portaerei, seppure di tonnellaggio contenuto (ma maggiore della nostra Garibaldi) e di denominazione ancora fuorviante: "Cacciatorpediniere elicotteristico d'altura" per non urtare i complessi equilibri psicoanalitici del Sol Levante.

Questa ultima iniziativa, apparentemente minore e di natura tecnica, è assai significativa, per il simbolismo che le portaerei avevano a suo tempo alimentato nell'ambito dell'espansionismo giapponese nella Sfera di Coprosperità Asiatica del '42-'43. Tanto è vero che in Europa nessuno l'ha notata, ma in Asia ha destato alti clamori. Soprattutto nella menzionata Cina. Anche in questo caso Washington è intervenuta sommessamente per placare le ansietà reciproche e ha invitato i due giganti - la seconda e la terza potenza mondiale per i prossimi decenni, in una successione che presto si invertirà - ad assecondare affinità e coltivare relazioni, mettendo da parte le crescenti rivalità. Negli ultimi anni queste stanno lievitando a dismisura e non solo per le portaerei e le visite dei leader giapponesi ai cimiteri militari dove sono sepolti i contestati capi militari dell'Impero del Tenno nella seconda guerra mondiale - criminali di guerra per i cinesi, patrioti che hanno servito il paese per i loro connazionali. Le eterne realtà della geopolitica potrebbero avere ragione delle migliori intenzioni e delle più accorte esortazioni. Ma a quel punto il problema supererebbe le competenze e le possibilità di manovra di qualsiasi amministrazione americana. Anzi, di chiunque.

Dove invece Washington e l'attuale amministrazione continuano a mietere allori senza chiaroscuri è nel secondo (o primo, a seconda dei punti di vista) grande contenzioso asiatico: quello fra India e Pakistan. Il Pentagono e il suo equivalente di Delhi hanno stabilito importanti intese strategiche che riguardano il contrasto al terrorismo islamico e il Sea Control dell'Oceano Indiano. All'India è stata riconosciuta da parte americana la preminenza strategica regionale e dato il via libera a importanti forniture militari israeliane che contengono massicce dosi di tecnologia US. Il cambio di governo a Delhi non ha modificato apparentemente questa intesa, che prescinde dai colori politici ed è bipartzan in entrambi i contesti nazionali. Dal canto suo il Pakistan, paese molto più preoccupante, è stato cooptato attivamente nel contrasto armato al terrorismo dei talebani afgani che i servizi di Islambad avevano a suo tempo creato. Ciò è accaduto senza che il paese implodesse e il presidente Musharraff fosse estromesso dal potere. Almeno fino a ora.

I due colossi del Subcontinente hanno avviato colloqui seri sul Kashmir, i primi mai tentati, ristabilito rapporti commerciali inesistenti da sessanta anni, e attivato una Hot Line per evitare incidenti nucleari e minimizzare possibili lanci accidentali dei rispettivi missili. Entrambi i dispositivi di deterrenza hanno accettato consulenze statunitensi, consigliate per aumentare il grado di affidabilità di protezioni e sicurezze. Di fatto l'America e l'Occidente hanno accettato lo strappo proliferativo di entrambi i paesi e lo scandalo è stato condonato. Nessun leader importante menziona più i nucleari indiano e pakistano come un ulteriore passo vero l'Armageddon, anche se poco è cambiato da quando le cassandre si stracciavano le vesti.

Un analogo disgelo sta avvenendo fra Cina e India, anche se meno drammatico per le minori implicazioni pregresse. Non con la diretta mediazione USA, ma comunque favorito dal nuovo clima distensivo incoraggiato da Washington. In particolare i rapporti economici fra i due continenti-nazione sono passati di trecento milioni di dollari del '94 ai dieci miliardi del 2004, con una triplicazione dei numeri solo negli ultimi tre anni. Anche le relazioni con gli altri principali paesi del Pacific Rim (Singapore, Malaysia, Indonesia, Australia) si sono intensificati e hanno dato frutti, soprattutto nella lotta al terrorismo. Sono asiatici e australiani i principali contribuenti di reparti militari alla coalizione anglo-americana in Iraq (esclusa l'Italia) e sono asiatici i maggiori risultati nel contrasto attivo a movimenti fondamentalisti islamici già scesi sul piede di guerra.

La pericolante Indonesia non è franata, e la Malaysia non è diventata antiamericana come minacciava. Il solo vero insuccesso americano si è verificato con le Filippine, che hanno ritirato il loro irrisorio contingente dall'Iraq in seguito a un ricatto terroristico. Il ritiro viene continuamente evocato e giustificato dal presidente Arroyo, che è diventata lo Chirac asiatico e ha rifiutato platealmente una richiesta americana di inviare in Iraq lavoratori filippini al posto dei soldati. Dato quello che è successo ai nepalesi, è più che comprensibile. Ma forse si tratta più di scena che di sostanza, dato che i marines americani continuano a snidare i terroristi islamici Moro nelle isole meridionali dell'arcipelago filippino, facendo anche un grosso favore al governo di Manila, il quale si guarda bene dal chiederne il ritiro.

Questi successi asiatici contrastano come più non potrebbero con le difficoltà che la linea Bush ha incontrato in Europa e sono stati ignorati dalla stampa americana (non parliamo di quella europea) e stranamente dalla stessa campagna elettorale repubblicana. Forse anche perché gli occidentali in genere ritengono che il baricentro degli affari mondiali risieda da qualche parte in mezzo all'Atlantico e che quello che succede altrove non sia poi così decisivo. E' il caso di ricordare sommessamente che i soli Pakistan, Giappone, Cina, India combinati totalizzano una popolazione che è sette volte superiore a quella dell'intera Unione Europea (più di cento volte quella dell'Iraq).

Tutta l'Europa non arriva a metà della Cina e dell'India. I maggiori scambi commerciali del mondo interessano il Pacific Rim, dove si stanno localizzando i due terzi delle attività manufatturiere del pianeta. Chiunque abbia avuto a che fare con giapponesi, cinesi o indiani istruiti - fra breve la maggioranza - sa bene quanto si tratti di contesti nazionali intelligenti, determinati, disciplinati, frugali e sovente aggressivi che riescono a "fare sistema" come gli occidentali non sembrano più in grado di fare e su una scala alla quale questi non sembrano in grado neppure di avvicinarsi . Un maggior senso delle proporzioni e della misura e una conoscenza più puntuale di un semplice atlante non guasterebbero.

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