Anno 2004

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L'Iran e le sue prospettive nucleari

Andrea Tani, 27 settembre 2004

Il presidente Bush e il suo vice Cheney hanno spesso giustificato l'intervento in Iraq con l'argomento - di facile presa nel loro paese, soprattutto in campagna elettorale - che combattere i terroristi in Medio Oriente significa attirarli in un unico scenario operativo e tenerli lontani da Conus (Continental United States) impedendo tra l'altro un nuovo 11 settembre. Il ragionamento ha una sua legittimità, ma può valere anche per contesti differenti. Per esempio per l'Iran, che ha tutto da guadagnare da un impantanamento delle armate americane in Mesopotamia (e altrove) e da un esito cruento e terrorizzante dell'avventura irachena.

Più le opinioni pubbliche degli Stati Uniti e dei loro alleati rimangono traumatizzate da autobombe, stragi, sgozzamenti, rapimenti e crudeltà inaudite, meno probabile è che un qualsiasi presidente USA si azzardi a tentare una "Iranian Freedom". Né ora né probabilmente dopo le elezioni di novembre, chiunque vinca. Ogni giorno guadagnato sono ventiquattrore in meno dal momento nel quale la Persia potrà trionfalmente annunciare al mondo di essere fuori pericolo, avendo raggiunto la maturazione nucleare, ossia la maturità strategica, tornando finalmente ad essere - nell'immaginario locale - quell'autentica grande potenza che è stata per migliaia di anni.

E' una corsa contro il tempo che secondo autorevoli esperti dovrebbe durare ancora più o meno un anno. Essa aggiunge alle tante inquietudini intrinseche al puzzle iracheno una minaccia esterna più che preoccupante. La posta in gioco non è solo, come per l'Iraq, la delimitazione delle zone di influenza fra i maggiori protagonisti della scena internazionale, il recupero di importanti giacimenti petroliferi e neppure la necessità di tranquillizzare Israele e i satrapi mediorientali. La posta in gioco è la definizione degli equilibri futuri di una delle regioni cruciali del pianeta. Nonché, come corollario percepito soprattutto dalla dirigenza di Teheran e da questa incessantemente denunciato, la sopravvivenza dell'ex Regno del Pavone come entità indipendente e sovrana.

Se non si tiene presente la recente vicenda storica iraniana non si comprende a pieno l'atteggiamento dei suoi leader dell'oggi, e si finisce per attribuirlo solo al loro fanatismo religioso e a un egemonismo mal dissimulato. A dispetto della sua vociante aggressività, l'Iran moderno non ha mai invaso nessuno negli ultimi due secoli mentre è stato ripetutamente violato da tutti gli egemoni del momento: turchi, inglesi, russi, americani, persino iracheni. Lo stato d'animo collettivo della gran massa di iraniani, non solo degli ayatollah, è intriso del timore di essere nuovamente soggiogati da culture estranee alla propria. I giovani e gli oppositori al regime desiderano un maggior grado di libertà e un più facile accesso al buono del quale è portatore l'Occidente, ma neanche loro sono disposti a dare in cambio la loro dignità nazionale. Non accettano di tornare a essere i lacché del potente di turno. Un po' come accade ai cinesi Han, altro popolo di cattivo carattere e di alta opinione di sé, che addirittura ritiene di essere troppo superiore al resto del mondo per mescolarsi con chicchessia , fosse pure per assoggettarlo.

Per entrambi i paesi queste paure possono essere superate solo dal possesso di uno strumento militare protettivo che annulli ineguaglianze e disparità strategiche. Nessuno è tanto efficace in tal senso come l'arma nucleare, definita da qualche immaginifico opinion maker, "The Great Equalizer" della prateria strategica contemporanea, a similitudine della Colt 38 a canna lunga del Wild West di Buffalo Bill. Paradossalmente questa equivalenza "sicurezza-indipendenza = armamento nucleare" è stata enfatizzata dalle prime applicazioni della guerra preventiva di matrice angloamericana, che pareva volta a garantire proprio un mondo emancipato dal terrore delle armi di distruzione di massa. Come è stato detto, se gli scienziati iracheni fossero arrivati all'atomica alla fine degli anni Ottanta (oppure se l'aviazione israeliana non l'avesse impedito), il rais sarebbe ancora al suo posto e il Kuwait la riconosciuta dodicesima provincia dell'Iraq. Le ragioni dei diversi destini del tiranno mesopotamico e dei suoi colleghi nordcoreani, che hanno imparato prima di tutti la lezione, sono assolutamente emblematiche e stanno facendo giurisprudenza.

Il problema è ulteriormente complicato dalla normativa internazionale che regola l'arricchimento dell'uranio, chiave di volta della proliferazione nucleare. Tale normativa si basa su due pilastri, l'agenzia atomica dell'ONU (l'AIEA) e il Trattato di non proliferazione nucleare (NPT). La prima ha come obiettivo statutario non tanto il contrasto alla proliferazione, come molti credono, ma la diffusione dell'atomo per usi pacifici, in accordo con il suo mandato originario. L'agenzia nacque nel lontano 1953 in seguito a una iniziativa dell'allora presidente USA Eisenhower che voleva utopisticamente condividere con il mondo intero i benefici delle nuove rivoluzionarie tecnologie da poco acquisite dal suo paese. Al tempo essi sembravano assai più consistenti di quanto si sono poi rivelati e le implicazioni militari non erano state comprese a pieno. Oppure Ike, che aveva visto troppa guerra per non desiderare qualcosa di meglio per le nuove generazioni, non ne tenne conto in uno slancio di sfortunata generosità.

Il risultato dell'equivoco è che negli ultimi trenta anni ogni media potenza con ambizioni nucleari militari ha potuto perseguirle con l'assistenza diretta o indiretta dell'ONU. E' il caso di Israele, Sud Africa, India, Pakistan, Brasile, Corea del Nord, Iraq e lo stesso Iran. Lo rivela un impressionante articolo dell'International Herald Tribune del 21 settembre, "Proliferation treaty". Qualcuno c'è riuscito, altri vi hanno rinunciato, ma certo non perchè il know how fornito loro non fosse più che sufficiente. Bastava semplicemente tenere un po' più a lungo nelle apposite centrifughe l'uranio debolmente arricchito (per centrali) già prodotto con le stesse macchine, per farne un esplosivo per bomba. Una passata in più nella grigliata atomica, la medesima per le due utilizzazioni.

Collaborarono a questo splendido esito USA, Germania, Francia, Belgio, Olanda, Norvegia, Italia, Canada, URSS (e varie CSI), Cina e Regno Unito. A oggi venti paesi sono in possesso di una capacità nucleare militare allo stato potenziale come diretto risultato di forniture civili perfettamente legittime. Se lo decidono possono arrivare alla bomba nel giro di settimane o mesi, se già non lo hanno fatto. Ma non basta. Il secondo strumento che regola internazionalmente la materia, questa volta dal verso normativo, e cioè l'NPT, ha cercato a suo tempo di parare il disastro proliferativo causato involontariamente dalle utopie di Eisenhower e dell'ONU. Ha stabilito che a tutti i paesi del mondo a eccezione degli originali cinque "Unti dal Signore," USA, UK, URSS, Cina, Francia sarebbe stato vietato di oltrepassare la soglia del nucleare civile benedetto internazionalmente. In compenso i cinque Supremi si impegnavano a ridurre e poi eliminare i loro armamenti, nei modi e tempi da stabilire. Le due proposizioni erano esplicitamente collegate.

Entrambe non sono uscite dal novero delle intenzioni, peraltro tutt'altro che buone, dato che il loro vero scopo era sancire il predominio dei grandi, quegli stessi che siedono in Consiglio di sicurezza come membri permanenti. Chi ha voluto "go nuclear" c'è andato, con il solito sistema dei barbecue centrifuganti di cui sopra. Chi non aveva grossi impedimenti a soprassedere è stato convinto a farlo da argomenti persuasivi o adeguatamente minacciosi. Il solo Sudafrica ha rinunciato di propria volontà al nucleare dopo il cambio di regime a Pretoria, distruggendo sotto controllo internazionale cinque ordigni che aveva fabbricato. Il caso viene continuamente evocato come un esempio edificante da seguire, ma è del tutto fuorviante . Una volta deciso di diventare un soggetto istituzionale africano e non più un fortino boero assediato, non c'era alcun motivo che giustificasse la bomba. Nessun vicino era in grado di minacciar l'unico vero stato del continente a sud del Sahara.

Il Brasile e l'Argentina hanno vagamente dichiarato di rinunciare, ma il primo non ha mai firmato l'NPT e oggi è indicato come il primo violatore potenziale di un altro trattato che interdice il nucleare militare dall'America Latina. L'Argentina è andata in bancarotta e per ora non può. Ma se il Brasile facesse il gran passo, la tentazione di seguirlo potrebbe diventare irresistibile. Altrove abbiamo visto. Israele ha duecento testate - ma chi la tocca? India e Pakistan sono stati perdonati grazie a Bin Laden e all'accettazione del monitoraggio americano sui loro dispositivi. La Libia è stata probabilmente un bluff che Gheddafi si è venduto bene. La Corea del Nord ha tagliato il traguardo; tutti lo sanno ma nessuno lo ammette. Sull'Iraq sappiamo e dell'Iran ne stiamo parlando.

Con tutta probabilità quest'ultimo sarà il prossimo della lista, senza che nessuno possa veramente impedirlo. La giurisdizione internazionale continua a non vietare l'uso delle centrifughe per scopi civili, nonostante tutti gli allarmi sulla proliferazione nucleare. La scorsa settimana l'AIEA ha preso il toro per le corna e ha invitato Teheran a soprassedere tout court dall'arricchimento, rilevando che il comportamento dei suoi scienziati negli ultimi due anni è stato oltremodo sospetto e disdicevole. E' da tener presente che i medesimi scienziati per diciotto anni non avevano notificato all'Agenzia l'utilizzo delle centrifughe, come avrebbero dovuto, negandone persino l'esistenza. Il tono del comunicato AIEA è stato abbastanza conciliante, forse per la relativa debolezza giuridica delle argomentazioni e anche per lasciare alla controparte una via d'uscita praticabile, nella improbabile ipotesi che voglia collaborare. L'omissione potrebbe anche determinare un intervento ONU ad hoc, sul quale il Consiglio di sicurezza dovrebbe pronunciarsi alla fine di novembre (dopo le elezioni USA, una coincidenza?).

E' dubbio che anche allora si possa arrivare a una maggioranza canzonatoria in Consiglio. Molti membri non permanenti sono più arrabbiati con i grandi, che non accennano minimamente a disarmare come avevano promesso e pontificano continuamente su cosa devono fare gli altri, che con un potenza di media grandezza che si arma perchè sostiene di essere minacciata. All'ONU le trame terroristiche di Teheran vengono considerate appoggi a una lotta di liberazione nazionale, e gli scempi alle libertà civili sono talmente condivisi dal settanta per cento degli inquilini del Palazzo di Vetro da essere ritenuti, quando vengono evocati, provocazioni occidentali. Il risultato di tutto ciò è che il 22 settembre 2004 i governanti iraniani hanno sprezzantemente respinto al mittente l'ammonizione dell'AEIA, per bocca del presidente della Repubblica Kathami, una supposta colomba, dichiarando che procederanno per la loro strada.

Se non non si concretizzassero iniziative del Palazzo di Vetro, i maggiori antipatizzanti dell'Iran fondamentalista - Stati Uniti e soprattutto Israele, che si sente gravemente minacciata da una possibile atomica persiana - potrebbero prendere l'iniziativa e cercare di operare un cambio di regime dall'interno dell'Iran o la distruzione dei suoi impianti nucleari. Sostituire il dito sul grilletto nucleare, o eliminare alla radice il problema, come è stato detto. La prima ipotesi è piuttosto remota, dopo il rafforzamento dell'ala dura del regime di Teheran, che appare più solido di qualche anno fa, e le difficoltà militari americane in Iraq alle quali abbiamo accennato. Se di interferenze negli affari interni si deve parlare attorno al Golfo Persico, per ora sembra che si verifichino più da est verso ovest che viceversa. La seconda opzione viene apertamente discussa, soprattutto dai militari israeliani. Essi stanno acquistando negli USA l'hardware necessario per penetrare il sottosuolo dove è situata la maggioranza delle installazioni nucleari persiane.

Un bombardamento mirato rientra nel novero delle possibilità operative, soprattutto americane (le basi aeree israeliane sono un po' lontane e Tsahal non dispone di velivoli stealth). Nel novero delle possibilità operative, ma non si sa quanto di quelle politiche o strategiche, le conseguenze sarebbero pesanti, nella regione e nel mondo. Una cosa è un colpo a sorpresa per distruggere l'unico impianto significativo di un nemico irriducibile ma tutto sommato debole, come lo strike condotto un po' piratescamente dall'aviazione israeliana nel 1981 contro gli iracheni, altra è un'articolata campagna di attacchi per eliminare radicalmente il network di installazioni iraniane, molte delle quali sono fortemente protette. Il tutto con i problemi dell'Afghanistan e dell'Iraq ben lungi dall'essere stati risolti. Nessuno è in grado di dire oggi cosa avverrà. Tutti prendono tempo e gli iraniani ne approfittano.

Si tratta di uno dei contenziosi strategici più pesanti e gravidi di conseguenze che il mondo deve affrontare in un momento nel quale i problemi non mancano. In linea di principio, qualunque sia il disegno che ha in mente chi ha - o crede di avere- l'iniziativa, sarebbe auspicabile che esso fosse ponderato ed eventualmente attuato nel quadro di un'intesa fra le maggiori potenze - gli Stati Uniti, l'Europa e la Russia (la stessa che sta fornendo un paio di centrali a Teheran ma che da qualche tempo mostra segni di resipiscenza). Tale intesa dovrebbe gestire il "che fare" in un modo realistico, rispettoso delle peculiarità di tutte le parti coinvolte e una volta tanto equo.

Facile a dirsi. Ognuno ha le sue idee e i suoi interessi da preservare. Ma questa volta qualcosa deve essere anche fatto, e in fretta, perchè una volta che Teheran avrà acquisito l'arma nucleare gli equilibri del medio Oriente saranno radicalmente alterati. Nulla sarà più come prima. Nel forziere energetico del pianeta il model-case nordcoreano non fa testo. Qui non vi è una muraglia di massicci e severi colossi asiatici a sbarrare la strada agli avventurismi, nè una provvidenziale assenza di materie prime vitali e neanche uno sponsor ideologicamente compatibile che tiene le chiavi della sopravvivenza del paese: se Pechino decidesse in tal senso, la questione nordocoreana sarebbe ipso facto risolta. Sopra lo scandalo geologico del Golfo Persico nessuno può vantare la carta decisiva. Tutti dispongono sopratutto di labilità. E' da augurarsi che, come a volte accade quando la prognosi è pessima, prevalga l'istinto di sopravvivenza della specie, e con esso la saggezza.

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