Anno 2004

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NATO, autorità planetaria per la soluzione delle crisi

Andrea Tani, 4 ottobre 2004

Se una cosa ha di sbagliato l'Alleanza Atlantica di oggi, è l'acronimo che la identifica. Dovunque si trovino i suoi teatri operativi, essi non sono più nella mansueta porzione settentrionale dell'omonimo Oceano e neanche nei suoi dintorni. Se già non ne esistesse un'altra, del tutto differente, la NATO potrebbe anche essere ribattezzata "WTO", "Worldwide Theaters Organization", perché questo sembra essere il suo destino. In attesa del quale ci si potrebbe contentare di un EMETO, (Europe and Middle East Theatres Organization), che corrisponde meglio ai suoi interessi attuali.

Forzando un po', dato che a rigore l'Afghanistan non è Medio Oriente - anche se la delimitazione di un termine così generico non è univoca. Non se ne farà di nulla, naturalmente, anche perchè dopo mezzo secolo gli acronimi acquistano la dignità di un nome proprio, tanto è vero che si comincia a scrivere "Nato", rinunciando alle maiuscole. Qualunque cosa significasse in origine, comunque, nessuno ha dubbi su cosa sia la NATO di oggi.

E' stato scritto che l'Alleanza è vittima del suo successo politico e militare che ne ha decretato l'indispensabilità ben oltre il mandato iniziale. Il successo politico è ben noto e si condensa nell'aver contribuito a vincere la guerra fredda senza bisogno di sparare un colpo ma solo con una poderosa e del tutto credibile "Force in beeing". Tutti ricordano le Star Wars di Reagan, il Papa polacco e Gorbaciov con le sue speranzose velleità, ma senza la NATO a tenere immobilizzata l'Armata Rossa e a terra i suoi euromissili, qualsiasi uppercut decisivo sarebbe stato impossibile.

Il successo militare è molto più recente e ha avuto inizio nel 1999 con la campagna aerea contro la Serbia, seguita da tre lunghi e defatiganti impegni di peacekeeping nei Balcani: Bosnia, Kosovo e Macedonia (part time). La ricostruzione armata dell'Afghanistan è venuta successivamente, assieme a una protratta e poco nota operazione di Sea Control del Mediterraneo, l'Active Endeavour, avviata con poca fanfara all'indomani dell'11 settembre e tuttora attiva . Il prossimo capitolo sembra essere l'Iraq, per ora in forma indiretta ed embrionale ma nel tempo, chissà.

Nei Balcani l'Alleanza ha centrato una serie di successi inaspettati e molto più repentini di quanto preventivato. La democratizzazione della Serbia e il suo recupero nella comunità internazionale, il contenimento - nonostante tutto - del dramma Kossovaro, i prossimi passaggi di mano in Bosnia fra i reparti NATO KFOR e quelli UE - spesso le stesse unità, ma con un "manico" molto diverso, la qual cosa fa la differenza - costituiscono tutti risultati tangibili e piuttosto incontrovertibili. Soprattutto se confrontati con i toni apocalittici con i quali una decina di anni fa veniva anticipato il futuro dei Balcani per il successivo cinquantennio.

L'Afghanistan costituirà il prossimo banco di prova dell'efficienza militare dell'Alleanza, particolarmente rimarchevole perchè si tratta della prima dislocazione di importanti contingenti NATO Out of Area (molto Out of Area), in un teatro operativo assolutamente inconsueto. Come noto tale dislocazione avviene su mandato ONU ed è stata denominata ISAF. Ha avuto inizio nell'agosto del 2003 e attualmente dispone di diecimila effettivi. I pronostici sono incerti, ma lo erano anche nei Balcani. Si può essere confidenti sull'impegno e la determinazione della struttura Atlantica e dei reparti assegnati all'ISAF, che comprendono anche significative aliquote dei maggiori critici della politica americana nell'area, come francesi, spagnoli e tedeschi.

Per inciso, le stesse aliquote consentono al Central Command USA di concentrare il grosso delle sue energie sul teatro iracheno, il che dimostra che molte interpretazioni catastrofiche dello stato dei rapporti fra europei e americani sono per lo meno superficiali. Affiora sempre qua e là un gioco delle parti che potrebbe essere meno casuale e opportunistico di quanto si potrebbe credere.

L'azione NATO in Afghanistan, per ora, è stata accorta e sagace, anche se all'inizio un po' in economia. Non sembra siano stati commessi errori macroscopici sul tipo di quelli che altri hanno compiuto più ad occidente. Il lavoro svolto è molto scrupoloso e va in profondità in varie parti del paese, attraverso gruppi interdisciplinari, militari e civili, denominati PRT (Provincial Reconstruction Team) che operano a livello locale, anche lontano da Kabul, in collaborazione e non in contrapposizione con le ONG. Probabilmente nessuno è in grado di fare niente di meglio, americani compresi. L'Afghanistan potrebbe uscire dalle cure dell'Alleanza Atlantica migliore di quanto non sia mai stato, anche se forse non così democratico come alcuni superficiali demiurghi auspicherebbero.

Nel Mediterraneo le forze navali della NATO hanno conseguito i loro più agevoli allori, sia per la minore pericolosità della minaccia terroristica sul mare, che tuttavia non sarebbe insignificante se non fossero prese le appropriate misure, sia per l'elevato livello di integrazione e interoperabilità delle forze navali alleate, certamente il massimo fra tutte le componenti operative dell'Alleanza. E' interessante notare come Active Endeavour sia stata replicata nell'Oceano Indiano, al largo del Corno d'Africa, ma questa volta dalla UE, nella sua prima manifestazione navale di un certo spessore, nell'ambito di Euromarfor.

Il prossimo impegno fuori area della NATO, l'Iraq, riguarderà l'addestramento delle forze di sicurezza del nuovo e malfermo Stato, sia all'interno del paese che fuori. Altre ipotesi più impegnative sono state per ora accantonate, non si sa quanto definitivamente. Le iniziative avviate sono già molto importanti per il loro significato simbolico e la loro valenza operativa. Le capacità dei paesi Atlantici nella formazione del personale militare e paramilitare sono di prim'ordine e sovraeccedenti le esigenze consuete. Una volta tanto la parcellizzazione delle capacità dei paesi dell'Alleanza torna utile. Le decine di accademie e scuole euro-americane dalla storia prestigiosa e dal carisma indiscusso assicurano un training irripetibile a livello mondiale. I soldati e i poliziotti iracheni riceveranno la migliore preparazione professionale possibile.

A queste affermazioni si accompagnano molte altre iniziative nel campo del confidence building con gli ex nemici della guerra fredda, russi soprattutto, e del disarmo degli stock di armamenti ereditati dalla stessa esperienza. Ad esempio: la Partnership for Peace; l'accordo di Pratica di Mare con la Russia; lo smantellamento di missili e armi chimiche dell'ex Patto di Varsavia (il più recente è la distruzione di 300 SSM in Georgia, sotto l'egida del NATO Partnership for Peace Trust Fund) eccetera.

Tutti questi successi sono connessi all'affinità fra la natura militare e strategica dell'Alleanza Atlantica e il genere di problemi che affronta. La NATO si occupa solo di sicurezza, nella più ampia accezione del termine. E' la sua ragione d'essere e la sua specializzazione vocazionale. Le altre organizzazioni con le quali viene confrontata spesso a sproposito, come l'ONU o la UE, hanno uno spettro molto più vasto di responsabilità, che ingoiano risorse e minimizzano risultati. In aggiunta, la NATO è diretta da militari e dai politici che li governano, i quali hanno un atteggiamento realistico nei confronti dei rapporti e dei contenziosi internazionali.

ONU e UE, invece, sono emanazioni di visioni politico-filosofiche a forte connotazione utopica, e rifuggono istintivamente dalla patologia dei conflitti. Entrambe non amano affatto il mondo e le tematiche militari - non rientrano nelle auspicate palingenesi di competenza - e non hanno familiarità con le problematiche connesse, anche se sono costrette a occuparsene (la prima non fa quasi altro). I frutti di questa discrasia fra aspirazioni e concretezze sono mediocri, quando va bene. La conseguenza è che l'uso legittimo della forza, essenziale prerogativa delle istituzioni collettive, finisce per essere riconfermato agli Stati e non delegato alle istituzioni sopranazionali. Questo vale sia per l'ONU che per la UE.

La NATO, viceversa, cerca sempre di evitare questo sbocco, e quando i problemi da affrontare non sono troppo ingestibili quasi sempre ci riesce. La sua massima aspirazione è sempre stata quella di avocare a sé la valenza militare dei suoi componenti. Anche se non è riuscita a tanto - almeno non su tutte le materie di interesse - ha comunque stabilito la normativa e gli standard ai quali ogni associato si deve attenere. Molti altri organismi lo fanno nei loro ambiti - pensiamo alla UE con le sue normative omnicomprensive - ma è probabile che nessuno abbia ottenuto un grado di omologazione come quella che l'Alleanza è riuscita a far valere nel proprio ambito.

Il risultato è che la NATO si sta affermando come una vera autorità planetaria per la risoluzione delle crisi che altri scatenano, attivandole o credendo di risolverle con una forza spesso irriflessiva. E' accaduto nei Balcani, sta accadendo in Afghanistan - con un po' di fortuna - e potrebbe accadere in Iraq, qualora la pax americana non riuscisse a consolidarsi, per una ragione o per l'altra. Se l'Alleanza Atlantica dovesse continuare nel sua carriera di efficiente ed efficace peacemaker intercontinentale e l'ONU perseverasse nell'abdicazione dalla missione per la quale è stata costituita - evitare o soffocare le guerre - potrebbe essere il caso di integrare le due organizzazioni in modo da fornire alle Nazioni Unite il robusto nerbo militare del quale abbisognano: restituirebbe al Palazzo di Vetro operatività e credibilità a costi praticamente nulli.

Le obiezioni sono tante e ovvie, ma una cosa è adattare una macchina che funziona a compiti nuovi e diversi, ma sempre qualitativamente compatibili con le sue caratteristiche, un'altra è obbligare il coniglio a farsi leone o un cannocchiale a diventare pompa antincendio. Pretendere di spremere dalle rive dell'Hudson un nettare che non è in condizione di dare è più che sciocco: è inutile.

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