Anno 2004

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Iraq ed elezioni americane

Andrea Tani, 11 ottobre 2004

L'Iraq continua a tener banco nell'attualità internazionale. I dibattiti presidenziali USA sono centrati essenzialmente sulle sue vicende e non passa giorno che questo o quell'esponente di spicco dell'amministrazione Bush si produca in qualche autodafè, scavalcando a sinistra (o comunque si possa definire la direzione di marcia del partito dell'Asinello) gli stessi sfidanti democratici. Difficile capire se questa tendenza sia ascrivibile a una tattica elettorale che annacqua le munizioni al nemico o a un cupio dissolvi a futura memoria degli storici. Oppure se si tratti della classica sindrome da abbandono della nave che affonda.

Le più eclatanti dichiarazioni della settimana sono senza dubbio quelle dell'ambasciatore Bremer, rese note solo adesso ma esternate il 17 settembre all'università DePaw. L'ex zar della CPA, la Coalition Provisional Authority di Baghdad, ha indicato quelli che lui ritiene siano stati i due principali passi falsi della politica americana in Iraq: non aver inviato sufficienti truppe a gestire il difficile dopoguerra del Triangolo Sunnita, e non avere represso immediatamente ed energicamente la violenza anarchica e i disordini caotici che si sono sviluppati subito dopo il collasso del regime saddamita, soprattutto nella capitale. La loro durata e la relativa impunità della quale hanno goduto gli autori hanno dato l'impressione di una scarsa determinazione dell'esercito occupante e del suo disinteresse sostanziale per le condizioni del popolo iracheno. L'insurrezione successiva di baathisti, sunniti, qaedisti, sciiti, e fondamentalisti esterni ha capitalizzato anche sulla percezione di questi segnali.

Bremer si è dichiarato non responsabile di questi errori, o per alcuni di essi solo in parte, per non aver insistito con sufficiente energia con il suo presidente per la loro correzione. I portavoce della Casa Bianca hanno smentito seccamente che ciò sia mai avvenuto, anche in modo parziale. Non esiste traccia pubblica di richieste di rinforzi dal governatore di Baghdad, salvo una lettera di qualche settimana antecedente il passaggio di consegna con Negroponte, alquanto sospetta dati i tempi e le circostanze. In realtà l'uscita di Bremer sta sortendo l'effetto opposto a quello autoassolutorio perseguito presumibilmente dall'ex governatore. I principali e capitali errori americani in Iraq portano la sua firma: in primis lo sciagurato scioglimento dell'esercito iracheno e il non aver costituito subito un qualsivolgia governo iracheno che assicurasse la continuità del vertice istituzionale e con essa una parvenza di legittimità alla ricostruzione e al contrasto alla guerriglia.

Invece di ispirarsi alla vicenda italiana dell'8 settembre - che a suo tempo garantì, pur con tutto il fango della quale è stata ricoperta, il permanere di uno Stato italiano adeguatamente defascistizzato anche nelle terribili condizioni della fine del '43, facilitando enormemente la ripresa del paese - Bremer a suo tempo scelse di replicare il caso tedesco: azzeramento completo delle istituzioni, scioglimento dell'esercito e dell'amministrazione centrale, de-nazificazione radicale (otto milioni di indagati, due milioni e mezzo di perseguiti), prolungata occupazione militare, ricostruzione integrale dello Stato. Naturalmente elezioni "libere" sotto il diretto patrocinio degli occupanti.

Per la Germania, paese annientato nella materia e nello spirito e disciplinato fino al paradosso, il metodo ha funzionato. Per l'Iraq, caotica autocrazia regnante sulle etnie più disparate, quasi completamente intatta nei mezzi e sommamente frustrata nello spirito, non ha funzionato affatto, ancor prima che dilagasse la ribellione. I primi mesi di relativa calma sono solo serviti a organizzare l'attività Stay Behind preparata da tempo, sulla quale si sono innestati i germogli fondamentalisti. Il resto è cronaca di questi mesi. A quanto dicono gli stessi responsabili dell'amministrazione americana la situazione non dovrebbe cambiare granché neanche con le elezioni prossime venture.

Il coriaceo Rumsfeld, altro protagonista dell'avventura irachena, lo ha detto esplicitamente: non è detto che le elezioni di gennaio 2005 potranno essere tenute in tutte le province. Ha aggiunto che ci vorrà molto tempo per la pacificazione e che le truppe americane potrebbero essere ritirate prima. Non giura neanche sul legame fra Al Qaeda e il regime saddamita, che è diventato uno dei leit motiv del ticket presidenziale repubblicano. In realtà, per sua esplicita ammissione non si aspettava un dopoguerra così aspro.

In questo caso non vi sono autoassoluzioni, nel senso che il segretario alla Difesa commenta gli eventi con il distacco dell'entomologo, come se non lo riguardassero. Non sembra riguardarlo neanche il dettaglio che il piano di guerra per l'Iraq (il Plan of Attack descritto magistralmente da Bob Woodward nell'omonimo best seller) è in massima parte opera sua, nel bene e nel male e sin nei minimi dettagli. Fra i quali spiccano il siluramento del segretario e del capo di stato maggiore del US Army che pretendevano maggiori forze e maggiori garanzie. Quindi se Rumsfeld non rifiuta il plauso della fulminea vittoria di Iraqi Freedom che tutti gli attribuiscono, egli dovrebbe fare qualche riflessione sui tormenti post-bellici che la sua brillante blitzkrieg e l'euforia da essa determinata hanno contribuito a produrre. Farà forse come Mc Namara con il suo Vietnam: scriverà fra qualche anno un bel libro di memorie per venire a patti con il giudizio dei posteri.

Powell tace, ma non ha bisogno di parole nè di interviste. La sua contrarietà alla guerra e al modo nel quale è stata deliberata e condotta sono ormai storia americana. Se si legge il summenzionato Plan of Attack viene da chiedersi perchè ha condiviso e sottoscritto le scelte dell'amministrazione alle quali è stato messo di fronte come a un fatto compiuto. Probabilmente per il riflesso condizionato di un soldato cresciuto professionalmente negli ambienti di vertice, Casa Bianca e affini, che non può non credere sempre che "right or wrong is my president". E forse anche perché non voleva essere sospettato di sabotare per rancore professionale l'approccio Rumsfeld alle guerre moderne, il blitz networkcentric così diverso dalla cauta dottrina che porta il suo nome, impiegata da Bush padre nella Guerra del Golfo. Con maggior successo - o almeno saggezza - a quanto è dato di vedere.

Altri interventi si sovrappongono, in una gara autocritica che deriva anche da una sapiente focalizzazione mediatica. La grande stampa sa che l'ora della verità è imminente e fa quello che può per favorire i democratici, tradizionalmente più vicini a gran parte di essa. L'intervento più importante fra i personaggi non di primo piano è quello di Charles Duelfer, un uomo CIA di fiducia dell'amministrazione Bush scelto come capo del team statunitense per la verifica delle armi di distruzione di massa di Saddam. Il risultato della sua indagine, contenuto in un rapporto al Congresso della scorsa settimana, è stato pubblicato sulla stampa mercoledì 7 ottobre e certifica l'inesistenza di un pericolo fattuale legato ad armi nucleari o biochimiche. Le stesse conclusioni erano state raggiunte da Blix, il corrispondente ispettore dell'ONU.

Per quanto possa sembrare incredibile, Saddam ha bluffato fino alla fine, soprattutto in funzione anti iraniana e come deterrente di una invasione anglo-americana. Le armi non c'erano più, almeno in una quantità significativa, distrutte in gran parte in seguito alla guerra del Golfo del '91 e alle pressioni ONU degli anni successivi. Gli scienziati iracheni mantenevano naturalmente il know how nelle loro teste e in una documentazione probabilmente occultata (che non è stata ritrovata), ma il pericolo di un impiego operativo delle WMD alla vigilia di Iraqi Freedom era pressocché nullo.

Lo stesso presidente Bush ha riconosciuto giovedì scorso (Financial Times, 8-10) che "molta dell'intelligence utilizzata per giustificare la guerra in Iraq era "wrong", anche se Saddam era comunque un pericolo e l'America "was right to take action". L'affermazione sarà probabilmente replicata negli imminenti dibattiti presidenziali anche per contrastare l'impressione suscitata da un'altra rivelazione della CIA, che esclude legami fra il terrorista Al Zarqawi, lo sgozzatore capo degli ostaggi più recenti, e il regime baathista, legami adombrati da vari esponenti della amministrazione. Non ultimo il vice presidente Cheney nel suo contraddittorio con Edwards.

Insomma, la battaglia elettorale americana - della quale tutte queste rivelazioni sono filiazioni abbastanza evidenti - è giunta ad un punto cruciale. L'Iraq deciderà probabilmente delle elezioni, ma una volta dissipato il polverone, il suo destino sarà determinato dal loro esito. Niente ha più insuccesso dell'insuccesso e la sua evidenza nell'Iraq infiammato dalla rivolta di questi mesi non può essere celata indefinitamente. L'amministrazione Bush deve difendersi dal nemico, dai competitori elettorali e da se stessa.

Dai suoi errori e dalle tardive ipocrisie dei loro autori. Fortuna per lei che gli avversari, almeno quelli interni, non sanno o non possono approfittarne a pieno, presi da contraddizioni diverse e molto meno concrete - ma non per questo meno inquietanti, date le loro aspirazioni - nonché da una obiettiva carenza di statemanship che accomuna ambedue i John senatoriali. Comunque vada e chiunque vinca all'inizio di novembre - l'esito appare incerto come non mai e potrebbe essere deciso dalle rivelazioni degli ultimi minuti - l'America non potrà evitare di raccogliere i cocci di questi turbolenti mesi e tentare di costruire qualcosa di nuovo.

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