Anno 2004

Cerca in PdD


Darfur, un eccidio che non è ancora genocidio

Andrea Tani, 18 ottobre 2004

Scrive il giornale britannico "The Scotsman", che per primo ha sollevato il caso della grave crisi umanitaria del Darfur quattro mesi fa: "Quanta gente deve morire in un paese prima che le Nazioni Unite intervengano? In Somalia la risposta è stata 350.000. In Bosnia 420.000. In Iraq 600.000 vittime di Saddam Hussein non sembravano abbastanza. E il Rwanda? Forse questo è il motivo per il quale il Sudan non viene ancora sul serio come un caso internazionale che ha bisogno di una risposta immediata. Fino ad oggi, solo 50.000 sono le vittime nel Darfur. Se continua così, molte altre dovranno seguire per calamitare la necessaria attenzione".

Com'è noto, le morti del Darfur sono solo le ultime scaturite da una serie di lacerazioni interne che durano da almeno due decenni. Nel maggio scorso il governo di Karthoum ha concluso una pace sponsorizzata dal governo americano con il Sudan People's Liberation Movement Army (Splma). Essa ha posto fine alla guerra civile di ventuno anni fra il nord arabo e musulmano e il sud africano e cristiano-animista. Nel 1995 una coalizione di fazioni interne e fuoriuscite, riunite nella National Democratic Alliance (Nda) e comprendenti esuli dalla Spmla, con basi in Eritrea, ha aperto un nuovo fronte nel nord-est del Sudan. Sono in corso negoziati, sponsorizzati dall'Egitto, per porre fine anche a questo conflitto.

Nel febbraio del 2003 si è attivata la terza crisi, quella in corso nel Darfur, con una serie di pesanti attacchi su installazioni governative nella regione condotti da due gruppi insurrezionali, il Sudan Liberation Movement (Slm), e il Justice and Equality Movement (Jem), che rappresentavano popolazioni ed etnie oppresse dal governo centrale. In realtà non esiste differenza sostanziale di razza e di religione fra gli abitanti del Darfur e gli arabi del nord, come erroneamente riportato dai media in questi mesi. Entrambe le popolazioni sono nere e musulmane. Si tratta essenzialmente di lotte tribali, inerenti la supremazia e le vessazioni reciproche.

Il governo centrale, impegnato nella guerra con il sud e incapace di distogliere risorse dell'esercito regolare (del quale peraltro si fida fino a un certo punto), ha reagito armando delle milizie locali, arruolate nell'etnia araba degli Janjaweed, nomadi guerrieri. La loro repressione ha fatto terra bruciata uccidendo i cinquantamila civili menzionati dallo Scotsman, provocando un'ondata di quasi un milione e mezzo di rifugiati nei campi profughi costruiti in fretta e furia dall'Onu nella regione, oltre a duecentomila fuggiaschi nel Chad. Si calcola che altri trecentomila sudanesi potrebbero perire a breve in seguito alle devastazioni indotte dalla repressione. Il Darfur è una regione molto povera, arretrata e lontana da tutto. E' una specie di Sudan nel Sudan, senza averne la caratura strategica.

Il mondo e le Nazioni Unite stanno a guardare non tanto perché non siano consapevoli di quello che sta succedendo, ma perché gli interessi esterni in Sudan sono grandi e del tutto contrastanti. Il Sudan è uno dei più importanti, difficili e trascurati paesi dell'Africa subsahariana, e anche uno dei più fragili, anche se la consapevolezza di ciò non oltrepassa gli ambienti degli addetti ai lavori. Per l'opinione pubblica occidentale è uno dei tanti misteri del Continente Nero e neanche uno di quelli più intriganti. La sua estensione territoriale è la maggiore in Africa: solo il Darfur è grande quanto la Francia. Il controllo territoriale possibile da parte di una remota autorità centrale è del tutto aleatorio. La propensione alla deriva centrifuga è fortissima.

Il Sudan rappresenta certamente uno degli esercizi cartografici coloniali peggio riusciti, anche se la regione dell'Alto Nilo era percepita in modo omogeneo dai tempi dei Faraoni. Infatti è stato - e in parte è tuttora - la chiave di volta della prosperità e dell'esistenza dell'Egitto, almeno fino alla costruzione della diga di Assuan e del conseguente lago Nasser che ha creato una riserva d'acqua in territorio egiziano che mette al riparo la valle del Nilo dalle sue piene. Diga o non diga, l'Egitto continua a considerare il Sudan il suo backyard e l'alto Nilo a scorrere nel territorio sudanese e a caratterizzarlo in modo primario.

Il Sudan è anche un terreno di scontro permanente fra grandi civiltà esterne, fra quella arabo-musulmana impiantata a nord e quella nera e cristiana nel sud. Il suo territorio è attraversato dai corridoi di penetrazione est-ovest e nord-sud del proselitismo islamico verso l'Africa settentrionale e centrale, in particolare verso la cruciale regione dei Grandi Laghi, già squassata da una inesauribile conflittualità endogena. Il medesimo proselitismo promana dall'Arabia Saudita, dalla quale il Sudan è separato dall'esiguo braccio del Mar Rosso - di fatto un veicolo di infezione - e dalle madrase del Cairo, che hanno prodotto gli ideologi di Al Qaeda. Il paese costituisce quindi uno dei fronti più attivi del confronto fra il fondamentalismo militante islamico e i suoi avversari, fra i quali spiccano in prima linea, anche in Africa, le potenze occidentali: l'America e la coalizione dei suoi volenterosi alleati.

Ma tutto questo forse non sarebbe bastato per cacciare il Sudan nei guai macroscopici nei quali si trova. O almeno sarebbe rimasto al consueto livello para-infiammatorio caratteristico della maggior parte degli Stati africani. Il vero problema e la vera novità è che nel Sudan occidentale, non lontano dal Darfur, sono stati scoperti estesi giacimenti di un ottimo petrolio, leggero, a bassissimo tasso di zolfo, molto pregiato, simile a quello libico. Dal '99 il paese è diventato un esportatore, e non dei minori. E' il secondo subsahariano, dopo la Nigeria. Oggi esporta 500.000 barili di greggio al giorno, un terzo del quantitativo iracheno attuale, quasi interamente in Cina. Copre quasi un quarto delle importazioni cinesi, che stanno vorticosamente crescendo. Chiunque abbia seguito la recentissima visita di Putin a Pechino del 15 ottobre avrà notato come il dossier dell'energia abbia dominato l'agenda dei colloqui con il governo cinese, e sia considerato uno dei più importanti problemi che la Repubblica Popolare deve fronteggiare.

Si spiegano così, almeno in parte, i diversi atteggiamenti delle grandi potenze sui destini del Darfur. Washington e Londra sono partiti lancia in resta nella condanna inequivoca e durissima del comportamento del governo centrale di Karthoum, che si difende parlando di esagerazioni occidentali e di complotti di Israele per destabilizzare il paese. Powell è arrivato a definire quello che accade nel Darfur un genocidio, e non si tratta di una esercitazione filologica. Il termine, se approvato in ambito internazionale, determinerebbe una risposta corale Onu automatica ed energica, che il mondo arabo, gli islamici in genere e la Cina ovviamente aborriscono. Quest'ultima, in particolare, non darebbe mai il suo placet a una formalizzazione delle accuse di genocidio al governo sudanese in Consiglio di sicurezza. L'Unione Europea sta nel mezzo e parla di pulizie etniche, ma tace sul genocidio. Propone eventualmente sanzioni, come se l'esperienza irachena e Oil-for-Food non fossero bastate.

L'Unione Africana ha dislocato trecento osservatori nel Darfur e potrebbe decuplicarli, se trovasse la volontà, i soldi e le professionalità. Gli anglossassoni (anche l'Australia si è unita alle iniziative anglo-americane) si sono offerti di fornire i secondi. Altro non possono fare, essendo già pesantemente impegnati su altri fronti islamici. La terza - la professionalità - non è merce consueta in Africa e sulla prima - la volontà - ci sono posizioni molto contrastanti, per la tesi del complotto Sharon-Bush-Sette Sorelle che raccoglie non pochi sostenitori.

Questa è forse la ragione per la quale l'Onu si è per ora limitata a due risoluzioni che premono su Karthoum per una tregua e un cessate il fuoco, senza minacciare sanzioni. E' indubbio che la circostanza che il Sudan, una repubblica islamica che ha introdotto la Sharia da lungo tempo, si sia ritrovato estesi giacimenti di petrolio e lo venda quasi integralmente alla Cina, bypassando la grande distribuzione internazionale, non aiuta chi sostiene che la vicenda riguardi soprattutto un genocidio in corso d'opera, indipendentemente dalle ragioni che lo hanno determinato. Genocidio forse non specificatamente deliberato, ma tale nelle conseguenze e a breve scadenza.

Il Darfur è terribilmente isolato dal mondo, così come i disgraziati che lo abitano o ne sono fuggiti, ma che non sono andati molto lontano. Regione piuttosto spoglia di per sé, dopo le devastazioni della repressione risulta quasi completamente priva di risorse alimentari. Gli aiuti alimentari delle Nazioni Unite sono stati sospesi dopo che due operatori umanitari Onu sono saltati su una mina. Dai pochi artificieri presenti sul territorio ne vengono trovate e fatte brillare non più di una trentina al giorno. Ci vorrebbero anni per bonificare tutta la regione. Non è necessaria molta fantasia per rendersi conto di quanto rapidamente immense moltitudini possano perire se non hanno da mangiare e da bere. Ancora una volta pare proprio che la realpolitica non corrisponda alle esigenze dell'umanità come è, e non come i demiurghi di qualunque colore sostengono che sia - o vorrebbero che fosse.

FAI CLICK SU QUESTO LINK ED ESPRIMI LE TUE IDEE NEL FORUM