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| Anno 2004 | |
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La rottura del fidanzamento tra Finmeccanica e British Aerospace è ancora più sorprendente di quanto non sia stato il suo annuncio, nello scorsa primavera. Prova ne sia l'assordante silenzio sul tema da parte della stampa specializzata internazionale, usa a mitragliare gossip negativi sulla economia italiana ogni volta che può, e questa volta ammutolita, incapace di metabolizzzare la notizia. O solo incredula di fronte alla mera possibilità che all'Italia sia riuscita una così straordinaria impresa di ampliamento del settore industriale più strategico di ogni paese: quello militare. A spese peraltro - la medesima operazione - del corrispondente comparto di una delle massime potenze mondiali, erede di una storia e di un impero prestigiosi, titolare di bomba atomica e seggio al Consiglio di sicurezza dell'Onu, nonché Alma Mater dei popoli di lingua inglese. La patria di Wellington e di Churchill, di Nelson, di Rodhes e di Lord Beaverbrook.
Una sifffatta interpretazione non è immediata, soprattutto se non si crede ciecamente ai comunicati stampa. Il tentato connubio Finmeccanica-BAe rappresentava la trasposizione industrial-militare di un'alleanza opportunistica in atto fra i due più importanti alleati europei degli Stati Uniti: il Regno Unito e l'Italia di Berlusconi, con riflessi e speranze di entrambi nella gigantesca torta budgetaria del Pentagono. La rottura, invece, è un fenomeno prevalentemente industriale, anche se con forti caratterizzazioni finanziarie. Avrà presumibilmente conseguenze politiche, ma non ne è la diretta e logica derivazione. Gli stessi leader istituzionali sono stati più o meno messi di fronte a scelte obbligate dai numeri. Non hanno potuto che assentire, chiedendosi, forse, cosa non avessero capito a suo tempo. Facciamo un passo indietro e richiamiamo brevemente i sommi capi della vicenda. Il processo di avvicinamento e integrazione fra l'industria della difesa italiana e quella inglese è abbastanza recente. Le citate motivazioni politiche hanno riempito di contenuti strategici le preesistenti giustificazioni industriali, connesse alla necessità di sfuggire al soffocante abbraccio del pitone tecnologico carolingio (come è noto, il nocciolo duro franco-tedesco domina da qualche lustro la filiera militare europea). Il tutto naturalmente inserito nel contesto di un quadro generale di razionalizzazione e concentrazione della industria della difesa del Vecchio Continente, un fenomeno storico che ha radici lontane e ha subito alterne vicissitudini da almeno un ventennio. Nel corso di pochi anni questa entente anglo italiana - di testa (e di portafoglio) più che di cuore - ha generato in rapida successione l'acquisizione da parte della Marconi italiana della divisione militare della Marconi Uk, la nascita dell'Alenia Marconi Systems (Ams) - avviata da Fabiano Fabiani già nel lontano 1997 - la costituzione assieme ad altri del polo missilistico Mbda, e l'acquisto da parte di Finmeccanica del 50% britannico del gruppo elicotteristico Augusta Westland. Non tutte queste operazioni corrispondevano a una visione consequenziale e coerente, ma se il matrimonio avesse avuto luogo, non avrebbe fatto molta differenza. Le nozze dovevano essere celebrate e consumate mediante l'ambizioso varo del Eurosystems annunciato all'inizio di quest'anno. La nuova joint si sarebbe retta su tre componenti integrate a guida Finmeccanica e BAe (più la prima che la seconda), e avrebbe riguardato l'avionica, il comando e controllo e le comunicazioni. Se si fosse realizzata, di fatto tutta l'industria militare elettronica e aeronautica dei due paesi sarebbe diventata una cosa sola. L'annuncio di questa settimana ha azzerato d'un solo colpo tutto il paziente lavoro di tessitura di questi anni. Anche l'Ams, Joint Venture già operativa, è stata coinvolta nell'azzeramento e si dissolverà nelle componenti originarie, che passeranno in gran parte - anche alcune di quelle inglesi - sotto controllo italiano. La Finmeccanica si è ritrovata nettamente potenziata sul piano industriale e assai più importante di prima, oltre che neo-datore di lavoro di diecimila sudditi di Sua Maestà britannica, i quali sostanziano il suo secondo posto di electronic defence contractor del Regno Unito (dopo la francese Thales). Prezzo complessivo della gloria, due milardi di euro- più o meno - se si considera anche l'esborso necessario per l'acquisto della manifattura elicotteristica della Gkn da assorbire in Agusta. Fonte di approvvigionamento, la vendita di quote di STMicroelctronics. La BAe, dal canto suo, cessa di ricoprire un ruolo di primo piano in patria nel suo tradizionale settore di attività Si trasformerà in una ricca finanziaria pronta a consolidare la sua posizione nel Nuovo Mondo, dove già possiede la BAe North America. Nel 2003 questa ha fatturato quasi il doppio del suo azionista lavorando per il Pentagono su programmi high tech US Eyes Only, i segreti dei quali - comprese le loro estrapolazioni BAe North America - non possono minimamente essere trasferiti nel Regno Unito E non vengono trasferiti, pena la decadenza del diritto ad accedervi. Svaniti quindi i sogni di un polo italo-britannico della difesa in grado di ridimensionare il predominio franco-tedesco in Europa, sono tramontate anche le speranze di avere agevole accesso ai quattrocento miliardi di dollari di budget che il Pentagono spende quasi interamente in America. Oltre a rappresentare il "costo della libertà" - come dicono i leader di Washigton - essi compongono il più corposo capitolo di spesa da parte di un singolo committente nell'orbe terracqueo. Tanto per fare un parallelo, il corrispondente bilancio europeo del settore è di centosessanta miliardi di dollari, allocati da ventincinque agenzie separate - in buona parte proprio a favore di fornitori americani. Le ragioni del fallimento sono di difficile interpretazione. Fra quelle intelleggibili potremmo annoverare la crisi - definita epocale - della BAe, simboleggiata dai recenti attriti della società con il proprio cliente privilegiato, il Ministero della Difesa britannico, e preceduta da una serie di débacle. Come ad esempio la ritirata da gran parte dei più importanti mercati del mondo, l'obsolescenza dei suoi prodotti e le traversie del Eurofighter. E' palpabile la sensazione - e qualcosa di più - che quest'ultimo sarà l'ultimo mega-programma strapagato per velivoli da combattimento europei e che i prossimi fighter saranno non pilotati (Uav-Ucav) e a prezzo contenuto e controllato. Nonché a tecnologia americana o francese, perchè nessun altro li sa fare. Il Financial Times ha parlato di "problemi esistenziali" della BAe, e chissà se l'autore si riferiva all'omonima filosofia o alla concreta sopravvivenza. In seguito alla crisi, il management dell'azienda è di recente mutato e i nuovi capi, prendendo visione del dossier Finmeccancica, potrebbero non essere stati indenni dalla sindrome del "not invented here". "Perchè non realizzare i tanti soldi veri che una rottura matrimoniale avrebbe fatto affluire nelle esangui casse della società - si sono forse chiesti - e chiudere la decotta bottega nostrana, riaprendone un'altra in vetro e acciaio al di là dell'Atlantico?" Con il risultato non secondario di lasciare ad altre mani il compito di fare rifiorire l'appassita tecnologia elettronica albionica - a mo' di cura Bmw per la Morris - oppure, in alternativa, quello di gestire la dolorosa chiusura degli impianti e la dismissione del relativo personale. Uno straniero può fare cose quasi interdette a un national. Il promesso sposo italiano non deve avere avuto un gran ruolo nella decisione fatale, salvo quello, indiretto, determinato dalla previdenza con la quale ha fatto valutare gli asset BAe che dovevano confluire nelle joint venture. I non pochi gonfiamenti di valore disvelati hanno provocato correzioni compensative che hanno sbilanciato a favore degli italiani i rapporti di forze delle costituende JV. Secondo notizie di stampa anche i nostri responsabili militari avrebbero spinto verso una riconquista di alcune nicchie di particolare pregio, come quella dei sistemi di comando e controllo e dei radar di scoperta e Atc, tutti prodotti che la cogestione con gli inglesi stava facendo regredire. Nel complesso, da parte della dirigenza Finmeccanica e del suo azionista Tesoro ha forse prevalso il calcolo immediato dell'incremento di valore e di rango della società che la finestra di opportunità della crisi BAe faceva intravedere rispetto a qualsiasi altra considerazione. Non sembrava tempo di prudenze. Il comprensibile orgoglio di essere arrivati a tanto e il consueto cuore oltre l'ostacolo delle strategie nostrali hanno fatto il resto. Certo, si tratta di un risultato di grande prestigio e anche spessore: chi avrebbe potuto prevedere che dopo sessantadue anni da El Alamein le armate di ingegneri di quello che era stato uno dei leader tecnologici del mondo avrebbero risalito, in grisaglie un po' disfatte, le bianche scogliere di Dover, abbandonando il Commonwealth - e lo stessa porzione del Regno Unito risparmiata dall'egemonia Thales - agli arruffati improvvisatori della Penisola mediterranea (già mandolinisti, barbieri, prigionieri di guerra a migliaia, emigranti, camerieri e cuochi)? Tuttavia, la comprensibile euforia che l'evento ha determianato dovrebbe durare il meno possibile. L'incremento di rango e di dimensioni si accompagna sempre a un aumento di responsabilità e preoccupazioni. I diecimila metalmeccanici inglesi, che si aggiungono ai trentamila e oltre del gruppo Fimeccanica, dovranno ricevere uno stipendio alla fine di ogni mese. I loro prodotti decotti che non penetravano più i mercati dei tradizionali clienti dovranno essere sostituiti da omologhi italiani, più moderni ed efficaci e possibilmente meno cari. Gli stessi dovranno essere venduti in giro per il mondo da persoanggi che probabilmente sanno l'inglese meno bene degli uomini BAe e godono di un supporto istituzionale molto meno corposo. Il mercato americano si chiuderà ancora più a riccio di quanto non avrebbe potuto fare - e sicuramente fatto - di fronte a joint venture anglo-italiane. L'esperienza del Joint Strike Fighter non consente soverchie illusioni. I franco tedeschi, poi, affilano i coltelli e - come anticipato dalla stampa - non faranno sconti. Insomma, non sono tutte rose. Altre ambiziose aziende italiane di livello hanno avuto ambizioni di leadership internazionale nel passato e non sempre è andata a finire bene. Il contesto planetario risulta piuttosto ostico alla nostra cultura industriale, come risulta anche dall'esiguo numero di grandi gruppi italiani che operano all'estero. Anche se non subito, dato che il trascinamento di questo tipo di fenomeni è notevole, a medio termine le ombre di Italtel, Alitalia e Fiat potrebbero cominciare a intravedersi dalle parti di Piazzale Monte Grappa, se non sarà venuto nel frattempo qualche formidabile colpo di ingegno a chi sarà al timone. E allo stesso governo italiano, dato che Finmeccanica è, e rimarrà a lungo, cosa pubblica, tanto più dopo gli ultimi exploit. La via dell'alleanza con i carolingi appare quasi obbligata, ma le condizioni di un'intesa le impone il più forte. E' successo anche fra BAe e Monte Grappa (al momento nessuno lo aveva capito). D'altra parte, se dieci anni fa qualcuno avesse pronosticato che Finmeccanica sarebbe diventata la seconda industria per l'elettronica della difesa dell'Europa e la quinta nel mondo - unico piazzamento del genere per un comparto high tech avanzato da parte di un gruppo italiano - si sarebbe sentito rispondere con un: "Mi consenta". E' successo. Potrebbe anche durare. |