Anno 2004

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Elezioni Usa, bilanci e prospettive

Andrea Tani, 1 novembre 2004

Il tormentone americano è quasi finito. Meno di 48 ore e il mondo saprà chi sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti, il personaggio politico più ragguardevole del mondo, l'unico sovrano in grado di cambiare con una sua decisione il destino di interi popoli. Comunque vada a finire, il vincitore della più aspra e più gridata contesa elettorale della storia recente degli Stati Uniti dovrà fronteggiare una serie di sfide che farebbero tremare le vene ai polsi di qualsiasi leader. Dovrà farlo avendo alle spalle un paese profondamente diviso, ricoperto di fango, traumatizzato dagli attacchi feroci che i due contendenti e i loro seguaci si sono scambiati in continuazione, nel modo più diffusivo e invasivo - un autentico gioco al massacro. L'espressione della fiducia del popolo americano nei confronti del suo futuro, rappresentato dall'indice Conference Board, è al terzo calo mensile, ai minimi dal mese di marzo, in un momento di forte ripresa economica. Ed è solo uno dei tanti segnali in tal senso.

Il nuovo presidente dovrà fronteggiare le sue sfide anche a nome del più o meno cinquanta per cento di suoi concittadini idelogicamente sconfitti e per questo pieni di rancore, anche per gli effetti della operazione di annientamento reciproco alla quale i due schieramenti si sono abbandonati senza alcun ritegno e la minima preveggenza. Gli stessi cittadini faranno molta fatica a riconoscere al nuovo comandante in capo la legittimità a parlare anche a nome loro e a rappresentare i valori comuni della più antica e autentica democrazia del mondo. Difficile credere che la feroce brutalità della campagna elettorale fosse veramente indispensabile, che i due antagonisti fossero portatori di visioni talmente antitetiche da ingenerare nella parte avversa una repulsione così drastica e irriducibile come quella che si è materializzata non solo in America.

Una delle ragioni di un simile esito è forse legata proprio a questo ultimo punto: alla partecipazione del mondo intero alla battaglia, partecipazione convinta anche se ininfluente dal punto di vista elettorale. Potrebbe trattarsi di un altro degli effetti della globalizzazione, forse non previsto ma tutt'altro che trascurabile. Nella lotta fra il presidente repubblicano e lo sfidante democratico si è incuneata una tale gamma di interessi, valori e pulsioni non espressamente riconducibili alla vicenda del popolo americano, ma direttamente influenzati dai suoi comportamenti, da aver fatto lievitare i contenziosi che dividevano i due campi, inizialmente non insormontabili. L'elettore statunitense si è trovato caricato sulle spalle della somma dei guai del genere umano, e in qualche modo è diventato responsabile della loro risoluzione. E' finito così che le istanze di tutti hanno trovato rappresentanza nella scelta del personaggio che più di ogni altro è in condizioni di influenzarle, al prezzo però di una estrema drammatizzazione della stessa scelta.

Anche da una prospettiva planetaria, tuttavia, la durezza e l'ampiezza dello scontro non hanno corrispondenza con quello che il vincitore sarà in grado realmente di fare, né sulla efficacia delle scelte possibili per fronteggiare le varie criticità. Come sottolineato da autorevoli osservatori, chiunque prevalga dovrà - e potrà - fare più o meno le stesse cose, soprattutto in politica estera e nella gestione della sicurezza nazionale e internazionale. In economia e nelle materie relative all'etica condivisa - cioè regolamentata dallo Stato - prevarranno soprattutto le istanze interne all'Unione stellata, e su queste le opzioni possibili sono varie e diverse, anche in modo radicale. Ma esse interesseranno solo indirettamente la comunità internazionale - come modelli di comportamento riproducibili, applicazioni sperimentali o fattori di influenza su parametri economico-sociali che sono già largamente governati da quanto succede esternamente agli Stati Uniti.

Nelle questioni strategiche internazionali, invece (guerre, paci, confronti vari, pericoli di tutti i generi, alleanze e dissensi) la scelta è più o meno obbligata. Potranno cambiare gli accenti, le modalità, le sfumature, ma l'essenziale dei problemi e dei "che fare" è ampiamente condiviso, quasi bipartisan, nonostante tutti i clamori della campagna elettorale. La realpolitik e la concretezza di rapporti internazionali, anch'esse sempre più influenzate da fattori esterni all'ex iperpotenza americana, non concedono gradi di libertà.

Innanzitutto la grande frattura americana dovrà essere ridotta e ricomposta. Nessun vincitore potrà esimersi dal fare tutto quello che è in suo potere per ricucire il paese e cicatrizzare la lesione ideologica e di fiducia che si trascinerà oltre queste elezioni, la quale rischia di essere altrettanto traumatica di quella dell'11 settembre. Allora scattò un riflesso condizionato di solidarietà e unità che affratellò tutti gli americani senza distinzione alcuna, come raramente era successo nella storia, alleviando non poco le conseguenze dello choc. Questa volta nulla di tutto questo sembra apparire, e i morti ci sono lo stesso, millequattrocento solo in Iraq più un numero non precisato per l'Afghanistan, più circa diecimila feriti (più i centomila iracheni, che pesano anch'essi).

Per quello che vale, si può osservare che questa operazione sarà difficile sia per un eventuale neo-presidente Kerry sia per un confermato Bush. Il primo dovrebbe combattere con un Congresso a maggioranza repubblicana, un'assemblea che rappresenta quel popolo che deve essere pacificato e che per una delle tante incongruenze della democrazia gli tarperà le ali. Il secondo deve combattere con la demonizzazione che di lui e della sua gente è stata fatta presso coloro che non lo voteranno. Gli slogan che si sono uditi, la delegitimizzazione integrale che è stata operata della sua immagine, il modo con i quali sono stati trattati alcuni dei suoi collaboratori, come gangster, farabutti o geni malefici, tutto ciò non lascia molto spazio alla speranza che una rappacificazione possa essere rapida e agevole, se i repubblicani vinceranno.

Chi vivrà vedrà, anche se a onor del vero occorre precisare che molte delle elezioni americane avvenute in tempo di guerra sono state asperrime, con strascichi simili a quelli prevedibili nel nostro caso. Non molti ne hanno parlato e hanno fatto male perché la prospettiva storica aiuta a ricomporre ogni cosa nelle giuste proporzioni. Washington Post del 29 ottobre riferisce ampiamente su questo tema, in un interessante articolo a firma Jon Meacham, che fra l'altro annota: "Ciò che assicura la rielezione di un presidente in tempo guerra (o lo impedisce, aggiungiamo noi) è la ferocia politica, non un dignitoso senso dello Stato. Le rielezioni di Lincoln nel 1864 e di F.D. Roosevelt nel 1944 furono "rancid affairs". La definizione non potrebbe essere più calzante e attuale.

Ricomposta la frattura, il nuovo presidente dovrà affrontare, in un ordine approssimativamente prioritario, la situazione in Iraq, il contenimento della proliferazione nucleare, la lotta al terrorismo fondamentalista, la competizione con antichi e nuovi rivali geopolitici e la ricompattazione della tradizionale alleanza occidentale dal versante atlantico. Abbiamo visto dibattiti, letto analisi, riflettuto e discusso, ma una seria e autentica differenza fra quello che potranno fare Bush e Kerry al di là degli slogan, deve essere ancora espressa.

La situazione in Iraq dipende sopratutto da quanto giocherà in Mesopotamia il fattore centripeto su quello centrifugo, ossia se emergerà un coagulo di forze in grado di rappresentare la maggioranza degli iracheni e tener insieme il paese. Il resto sono dettagli militari e logistici. Gli americani non hanno nessuna intenzione e possibilità di imporre manu militari qualsiasi soluzione a un paese così armato, recalcitrante e imbestialito. Anche se lo volessero - e a questo punto non lo vogliono più, salvo che per salvaguardare i giacimenti meridionale e settentrionali, che sono in zone tranquille - non ne hanno le forze.

L'esercito americano è overscretched, come dicono loro, e annaspa, in molti sensi. Il fatto che a compiere le operazioni più difficili e cruente nei ridotti ribelli dell'Iraq siano sempre i marines, appena un quarto del US Army, vorrà pure dire qualcosa. Anche se vincesse Kerry, le due divisioni aggiuntive che ha giustamente promesso di concedere ai frustrati generali saranno pronte al combattimento non prima di quattro-cinque anni. Troppo in là. Se poi si favoleggia sull'arrivo a dar man forte di ulani della Pomerania e Chasseurs des Alpes, nonché brigate sikh e reggimenti pashtun, si passa direttamente dalla fantapolitica alla fantasia pura.

Iran e Corea del Nord. Nessun patrizio del New England potrà fare nulla di diverso dalla cauta politica di appeasement, quasi bertinottiana, che l'amministrazione Bush sta conducendo, salvo farsi prendere dallo zelo guerriero di molti presidenti democratici del passato, da Wilson a Roosevelt a Kennedy e iniziare operazioni militari dall'esito quanto mai problematico. Data la situazione del US Army ciò è alquanto improbabile. Non vi è alcun dubbio che nell'uno e nell'altro caso qualsiasi approccio non potrà essere che multilaterale, con gli europei e i russi nel primo caso e con Cina, Russia, Giappone e Corea del Sud nel secondo. Lo stesso per la lotta al terrorismo, dove tutti gli interessati collaborano, e non da ora.

Per la proliferazione nucleare c'è da mettersi le mani nei capelli. Non per niente si tratta dell'unico dossier sul quale i due contendenti elettorali concordano, in mezzo ai veleni e alle pugnalate che si sono scambiati. Il mondo va verso un futuro incerto e pericoloso, che probabilmente farà rimpiangere l'equilibrio del terrore della guerra fredda. Allora non successe niente di irreparabile perché nella stanza dei bottoni di entrambi gli schieramenti si trovavano menti lucide e spiriti saldi appartenenti a esseri umani che si trovavano discretamente in questo mondo e volevano rimanerci più a lungo possibile. Oggi molti dei protagonisti delle cronache non sono più nella stessa condizione e si sta verificando un micidiale melange fra il fanatismo trascendentale e la fisica atomica. Ci sarà bisogno di tanta saggezza e di molta fortuna.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, chiunque li dirigerà dovrà ripercorrere gli antichi sentieri bipartizan dei predecessori di allora: degli Eisenhower, dei Kennedy-Johnson, dei Nixon, dei Reagan. Il Containment funzionò con l'aggressiva Urss di Stalin e del primo Kruscev, nonché con quella paranoica dell'ultimo Breznev. Può darsi che funzioni anche con tiranni asiatici, islamici invasati e avventurieri di qualsiasi risma. Soprattutto se nella stanza dei bottoni ci saranno tutti gli uomini di buona volontà che in crescente numero popolano questo mondo, armati di buon senso, idonee tecnologie e la ferma determinazione a vivere e a far vivere.

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