Anno 2004

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La crisi in Costa d'Avorio

Andrea Tani, 15 novembre 2004

La recente crisi della Costa d'Avorio potrebbe essere molto più profonda, seria e complessa di quanto sia apparso dalle fuggevoli analisi di una stampa distratta dalla morte di Yarafat, da Falluja e dai fatti di casa nostra, nonché dalla estraneità degli eventi che riguardano questa porzione dell'Africa occidentale dai maneggi del rieletto sceriffo texano. Per una volta l'America unilaterale e preventiva non c'entra per niente e quindi l'enfasi mediatica è molto sottotono, perché la funzione della stampa non è più di informare, ma di fare audience. Nessuno è più adatto a ciò di George W. quando interpreta il cattivo di turno.

Il ruolo è andato questa volta al suo rivale buonista presunto (dalla sinistra internazionale) Chirac, il quale viene tuttavia percepito dai radical chic come un dilettante occasionale che interpreta la parte con molto disagio e poca naturalezza e quindi non merita le luci della ribalta. Come si è visto, nulla è di più falso e paradossale di questa interpretazione, e - come sappiamo - pochi leader meritano più dell'inquilino dell'Eliseo l'aureola di spregiudicato cinismo che necessariamente avvolge ogni statista. Ma così va il mondo - anzi l'interpretazione che di esso fornisce il circo mediatico - e quindi occorre sapere attraversare le cortine di fumo che produce in continuazione per rendersi conto di quel che succede su questo pianeta, in questa e molte altre occasioni.

Per quanto riguarda la Costa d'Avorio, l'indifferente superficialità con la quale la sua recente crisi è stata trattata non diminuisce l'importanza e la pericolosità della vicenda. Essa ha messo in discussione un insieme di certezze geopolitiche che dominavano la regione fino a non molto tempo fa. Più che di una crisi, si può parlare di molte crisi in una. Forse una dozzina, o poco meno.

Innanzitutto in crisi è andato uno dei più importanti e una volta prosperi paesi africani, nella prima decina come Pil e potenza economica, considerato fino a poco tempo fa una "success story" da manuale, grazie soprattutto a un lunghissimo regno (1960-1990) di un illuminato ex parlamentare ed ex ministro di pelle scura della Quarta Repubblica, Felix Huophouet Boigny, africano di nascita e francesissimo d'elezione. E grazie anche - la success story - alla condizione di primo produttore di cacao del mondo, impensabile senza il fortissimo legame con la Francia e la sua economia che Boigny aveva assicurato nel suo trentennio. Tale legame aveva creato le premesse per convincere 25.000 quadri francesi a lavorare in pianta stabile nel Paese, occupando le posizioni di responsabilità che le nuove élite africane non riuscivano ancora a gestire in modo efficiente, come pure molti immigrati dai poveri paesi vicini a fare il lavoro duro nelle piantagioni. Ad essi Boigny concedeva con molta facilità la nazionalità, ed erano arrivati a frotte.

Questi due fattori, essenzialmente, avevano reso possibile il miracolo economico ivoriano. Essi si sono accompagnati a una serie di errori apparentemente minori ma alla lunga rovinosi, come lo spreco delle risorse - emblematica la costruzione a Yamoussoukro, suo paese natale, di una basilica cattolica di dimensioni colossali, inferiore solo a S.Pietro, costata trecento milioni di dollari, che aveva destato la riprovazione dello stesso Papa Giovanni Paolo II - la deforestazione, l'assoluta imprevidenza nel preparare la successione politica. Dopo il ritiro di Boigny, all'inizio degli anni '90, tali errori si sono saldati con la grave crisi provocata dalla caduta del prezzo del cacao, e si è gradualmente ristabilito il consueto ciclo perverso africano di instabilità.

Dal dicembre del '99 ha avuto inizio una serie di colpi e controcolpi di Stato che hanno portato alla situazione attuale: un paese diviso fra un sud cristiano e governativo equipaggiato di buone infrastrutture, ma non di risorse, e un nord musulmano e ribelle, dove ci sono le piantagioni di cacao e nient'altro. In mezzo diecimila pacificatori Onu, seimila francesi "convertiti" (dal ruolo nazionale di tutela degli interessi dell'Esagono che avevano immediatamente assunto dopo i primi disordini) e quattromila africani caschi blu autentici (più o meno). Vegliano sulla intelaiatura di quindicimila stranieri rimasti, in massima parte francesi, che reggono in piedi il paese - o almeno così facevano fino a una decina di giorni fa.

La crisi scaturita con la micro Battaglia d'Inghilterra ivoriana della settimana scorsa - nella quale per la prima volta nella storia un paese occidentale è stato bombardato in terra d'Africa da un'aviazione autoctona, due Sukoi 25 di misteriosa origine (non risultano a carico della Costa d'Avorio in alcuno degli annuari esistenti), e ha reagito nel modo risolutivo che sappiamo - sta lasciando strascichi pesantissimi, che mettono in crisi il sistema post coloniale francese nel continente. E ciò per la rilevanza della presenza di Parigi in Costa d'Avorio, superiore di gran lunga a quella in qualsiasi altra della dozzina di sopravvissute gemme africane dell'Empire, e per la profondità della lesione che si è determinata.

La distruzione dell'intera aviazione ivoriana, poca cosa in termini occidentali, ma frutto di sacrifici notevoli e simbolo della (relativa) modernità e potenza del paese per gli ivoriani, è stata un'enorme umiliazione. Ancor più la dura e sbrigativa repressione con la quale la fanteria di marina e i legionari francesi hanno stroncato nel sangue le prime manifestazioni e tumulti, con una sessantina di vittime e un migliaio di feriti - per i quali nessun componente dell'Arcobaleno o di qualsiasi altra accolita di anime belle ha mosso un muscolo, per le ragioni alle quali abbiamo accennato in precedenza. Difficile in tali condizioni che Parigi possa mantenere il suo ruolo di onesto mediatore del contenzioso nord-sud che si era attribuito, e insieme ad esso la fiducia degli ivoriani.

Prova ne sia che la gestione dell'emergency exit dalla crisi è passata nelle mani del Sudafrica, la vera e autorevole superpotenza regionale. Il primo ministro Mbeki ha invitato tutte le parti in causa a colloqui a Pretoria, dettando l'agenda e anche le varie mosse dell'Onu, che formalmente governa la vicenda. E' da considerare che la precedente pacificazione era stata sponsorizzata dall'Eliseo e negoziata a Parigi, nel gennaio dello scorso anno. Le conseguenze di tutto ciò per le posizioni in Africa della Francia, che assorbe sempre un quarto dell'export africano e resta il primo fornitore e cliente dell'intero continente, non potranno che risentirne seriamente. Quanto, dipende anche dagli altri fattori che andiamo ad esaminare.

La crisi ivoriana potrebbe avere riverberazioni gravissime anche nel più generale scacchiere dell'Africa occidentale, dove già la Liberia e la Sierra Leone, negli scorsi anni, hanno dato segni evidenti di uno stato precomatoso, determinando l'intervento di marines americani e commando britannici. Potrebbe esserne coinvolta anche la Nigeria, che a differenza dei tre piccoli paesi al suo settentrione ha una valenza strategica enorme. E' il sesto prodottore di petrolio del mondo e il quinto fornitore degli USA. E' un paese gigantesco, a diverse confessioni (fra le quali una islamica molto combattiva), percorso da continui sprazzi di ribellismo e anarchia, clamorosamente inefficiente, gangsteristico, un vero maelstrom. Secondo solo al Congo come massima sorgente di instabilità del Continente.

Prospiciente ad esso c'è il golfo di Guinea, di cui il porto ivoriano di Abidjan costituisce l'hub strategico. E' la nuova frontiera petrolifera atlantica, in corso di febbrile sfruttamento da parte dell'industria estrattiva anglo-americana. Si prevede che nel 2015 gli Stati Uniti importeranno un quarto del loro fabbisogno energetico da questa area, fuori del controllo dell'ennesimo potentato islamico (se i musulmani nigeriani non fanno scherzi), dell'Opec e di caudilli sudamericani, a una sola settimana di placida navigazione tropicale dai porti meridionali dell'Unione.

Quest'ultimo punto introduce un ulteriore elemento di perturbazione, la competizione in atto fra la Francia e gli Stati Uniti per l'egemonia africana. Alberto Negri ha scritto un interessante articolo sul Sole 24 Ore del 9 novembre in merito. Geopoliticamente lapalissiano, si potrebbe chiosare, anche se estremamente documentato e ben scritto. C'è da chiedersi perché analisi del genere non siano comparse su Financial Times e Wall Street Journal e sulla stampa anglosassone in genere. Non molti lo dicono apertamente - fra questi c'è il Le Monde dello stesso giorno, casualmente - ma è più che legittimo il sospetto che dietro gli avvenimenti ivoriani vi sia una certa mano americana, se non governativa e diretta, almeno indiretta e collegata ad ambienti vicini alle Sette Sorelle.

Il presidente Ivoriano Laurent Gbagbo, il responsabile, secondo i francesi, dello sconsiderato attacco aereo degli SU-25 che ha precipitato gli eventi, viene considerato un filo americano, anzi un filo Bush. E' accusato di volere assecondare le iniziative volte ad aumentare, con i più diversi pretesti, l'influenza di Washington in Africa. La Costa d'Avorio potrebbe diventare la prossima faglia di attrito fra la vecchia potenza neocoloniale in difficoltà e la nuova iperpotenza capitalistica e liberistica in avanzata, oppure un capitolo dell'eterno conflitto fra anglofobi e francofoni in Africa, un succedaneo di Fashoda e seguenti. Si tratta di una interpretazione legittima, che aiuterebbe a spiegare tante stranezze anche altrove.

E' legittima anche l'ipotesi che la crisi ivoriana possa sottintendere l'apertura di un ennesimo fronte fra le civiltà cristiana in Africa e quella musulmana. Sarà un caso, ma quasi tutte le recenti spaccature del Continente Nero vedono gli islamici e i cristiani su opposte barricate, per i più disparati motivi. Non si tratterà solo di questo, ma anche di questo, soprattutto quando le lesioni si cronicizzano e dalla parte islamica delle contese cominciano ad attecchire i virus fondamentalisti che vengono da fuori.

Si potrebbero aggiungere altre crisi, come quella interna all'establishment francese - fra Eliseo, Quai d'Orsay e militari - per il come è stata gestita la crisi ivoriana, gustosamente descritta da Le Monde del 12 novembre. Oppure quella ennesima dell'Onu per la quale risulta sempre più evidente un collasso di operatività e di autorevolezza. Queste ultime difficoltà del Palazzo di Vetro, peraltro, devono sembrare musica per i neocons e l'entourage repubblicano di Washington, che vedono clamorosamente smentita la tesi della via Onusiana come la migliore e l'unica praticabile quando la comunità internazionale ha che fare con Stati falliti, canaglia, evil, rogue & Co. E questo proprio quando sono rimasti in pochi, negli stessi Stati Uniti, a essere convinti del contrario.

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