Anno 2004

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America ed Europa, o la va o la spacca

Andrea Tani, 23 novembre 2004

Si sta evidenziando - nella stampa e nei più autorevoli consessi internazionali - un intenso dibattito sui rapporti fra Stati Uniti e Europa, con la partecipazione di politici, opinionisti, leader e addetti ai lavori della più diversa estrazione. Il tono è insolitamente conciliatorio, anche se molte delle posizioni restano distanti. Quasi tutti cercano di mettere in luce quello che unisce - moltissimo - in termini di valori, impegni, necessità, visioni. Le differenze e le incomprensioni vengono generalmente citate come dolorose lacerazioni da superare, minimizzando la loro ragion d'essere - del tutto inalterata, peraltro, anche se nessuno lo mette in luce. Si evidenzia invece come su praticamente tutti i dossier della tormentata realtà contemporanea le due sponde dell'Atlantico abbiano obbiettivi di fondo condivisi, anche quando differiscono nelle tattiche e nella scelta dei propri referenti regionali.

Bernard Bot, ministro degli Esteri dell'Olanda, che ha la presidenza semestrale della Ue, ha indicato, in un recente articolo apparso su Wall Street Journal Europe, quali sono gli scenari dove si concretizza la condivisione di cui sopra. Si tratta - per quanto riguarda i principali contenziosi internazionali, le aree di crisi insomma - di Iraq, Iran, Afghanistan, questione israelo-palestinese, Balcani, Africa (con i sottocapitoli Sudan, Congo, Costa d'Avorio, Liberia, Sierra Leone, Eritrea-Etiopia, Somalia), Corea del Nord, e Taiwan. Il loro destino si deciderà nei prossimi anni in base alle strategie e alle decisioni che sopratutto la Comunità atlantica adotterà, le quali saranno caratterizzate - secondo Bot - da una praxeologia decisionale del tipo "Make or Brake" ossia, con libera interpretazione: "O la va o la spacca". L'espressione non è molto rassicurante, data la delicatezza della materia, ma va forse intesa nel senso che siamo alla vigilia di decisioni inevitabili, essenziali e di largo respiro. D'altra parte, se le stesse questioni verranno maneggiate con attenzione (handle with care, scrive l'immaginifico ministro) sarà veramente possibile modificare radicalmente - e in meglio - il contesto strategico internazionale che le caratterizza e le condiziona.

Va da sé che l'amministrazione Bush II (o III, se si considera Gorge H.), che sta prendendo forma in modo graduale in queste settimane rivestirà un ruolo fondamentale nell'intero processo, avendo espresso il governo che nei decisivi ultimi tre anni ha più operato in tutti gli scacchieri, con una determinazione che neanche i suoi avversari disconoscono, nonché l'unico fra quelli importanti e democratici a non dover sottostare a riconferme di legittimità a breve termine. Anche quello russo è in queste condizioni, ma esso è soggetto ad altre dinamiche, per usare un eufemismo.

In sostanza, il governo di Washington ha una visione precisa della sua missione nel mondo, ha il potere per cercare di perseguirla e opererà certamente in tal senso. Si può quindi ipotizzare che la vicenda internazionale sia alla vigilia di un periodo di forte accelerazione che potrebbe avere effetti decisivi sul suo divenire futuro. In tale periodo si dovrebbe rafforzare il ruolo cruciale degli Stati Uniti e della loro attuale dirigenza, nonché della partnership occidentale in senso lato ed euro-americana in senso stretto (almeno per gli affari che riguardano l'Euroafrica e il Medio Oriente), partnership che in una prospettiva storica ha retto sulle sue spalle il peso della governance mondiale da tre secoli a questa parte.

Questo naturalmente nell'ipotesi che la storia non sia veramente finita (nel paradossale) e l'Europa non abbia deciso di abdicare al suo ruolo e alle sue responsabilità o - peggio - non sia portata a vedere l'assunzione di entrambi nella limitazione e nel contenimento delle iniziative americane nel mondo. Non molti europei condividono questa prospettiva, ma neanche pochi, soprattutto a livello di opinioni pubbliche e dei leader che assecondano le loro fughe nell'irrealtà, per diversi motivi. Ovviamente la percezione euroamericana della leadership planetaria è parziale e approssimativa, in quanto non tiene conto del peso crescente degli attori e degli affari asiatici sulla scena mondiale. D'altra parte, l'Asia si occuperà ancora un po' soprattutto di Asia e sarà largamente autoreferente, mentre l'America e l'Europa sono costrette a gestire direttamente anche i propri circondari (la prima gestisce molte altre cose).

Di questo e di altro si è discusso nello scorso week-end a Venezia, nel quadro della quarta edizione dei "Colloqui di Venezia", organizzati dalla fondazione Liberal diretta da Ferdinando Adornato, parlamentare di Forza Italia nonché noto filosofo. I temi ufficiali del simposio erano "Europa e Stati Uniti: una nuova Carta comune" e "La Sicurezza globale nel XXI secolo". Presente una folta schiera di politici, think-tanker, responsabili militari e industriali, analisti, commentatori. Fra di essi grossi nomi dell'amministrazione Bush e degli ambienti a essa vicini, come: John Bolton, sottosegretario di Stato per la sicurezza e - si dice - prossimo vice di Condoleeza Rice al dipartimento di Stato; Richard Perle del Defence Policy Board, uno dei teorici neocon più accreditati; Michael Novak, direttore dell'American Enterprise Institute, il pensatoio della nuova destra americana. Fra gli europei, rimarchevole la presenza del ministro-commissario Frattini, che ha parlato in entrambi i ruoli, nazionale e comunitario. Pochissimi francesi, nessuno di livello, qualche spagnolo, un paio di tedeschi, nessun importante est-europeo, una affascinante baronessa britannica, portavoce dell'opposizione conservatrice alla camera dei Lord.

Gli americani naturalmente hanno dominato la scena, non tanto per la profondità della loro dottrina e la brillantezza del loro esporre, ma per la semplice gravitas delle loro asserzioni, tutt'altro che elaborate, non si sa quanto volutamente. Il messaggio è semplice e chiaro: il riavvio delle relazioni transatlantiche (Perle) è cruciale e praticabile, purché nessun paese europeo si ponga come un competitore o un contrappeso degli Usa ma come un leale partner. Gli europei devono comprendere la legittimità della difesa preventiva nel nuovo contesto geopolitico seguito all'undici settembre, che non si esaurirà certo a breve, ma rappresenta un continuum del futuro prevedibile. Questo approccio è stato adottato in Iraq, con piena legittimità morale, a prescindere da come recitano le regole internazionali elaborate in tutt'altro contesto storico. Potrebbe trovare una nuova applicazione in Iran, se il suo governo non abbandonerà sul serio la ricerca dell'arma nucleare (Bolton).

Le medesime regole dovranno essere ovviamente riscritte (Perle), ed è un compito che dovrà vedere la comunità euroamericana agire in modo concorde. L'insistenza degli europei a conformarsi a un corpus giuridico la cui inadeguatezza è stata dimostrata al di là di ogni dubbio non fa sperare che ciò possa avvenire con facilità, ma non vi è altra scelta. "Make or Brake (the euroamerican partnership), di nuovo, e con estrema chiarezza. In sostanza una riproposizione del "Con noi o contro di noi" che Bush espresse all'indomani dell'undici settembre.

D'altra parte, come ha detto un altro americano, Kim Holmes, consigliere del segretario di Stato, il governo americano, che è continuamente accusato di essere unilaterale, agisce con o tramite alleati in Iraq (32 nazioni cooperanti), Corea (Gruppo dei sei), Africa (Darfur, Liberia, Centroafrica), Iran (iniziativa di Francia, Germania e Regno Unito), Balcani, Afghanistan. Ossia è il più multilaterale fra i governi delle grandi potenze, che quasi sempre agiscono d'iniziativa nazionale su gran parte dei temi di rispettivo interesse e ricorrono all'Onu solo quando sono in difficoltà. In effetti l'argomento è ineccepibile e c'è da chiedersi perché non sia stato usato più incisivamente anche nel recente passato.

Quest'ultimo punto è stato sostanzialmente condiviso anche da Franco Frattini, che ha enfatizzato la necessità per gli europei di comprendere e sostenere i partner transatlantici, e per gli americani di capire le difficoltà europee ad assecondare i loro bruschi decisionismi. Il problema è che gli americani decidono e gli europei si arrovellano, come ha messo in evidenza uno degli speaker italiani l'ammiraglio Guido Venturoni, già capo di stato maggiore della Difesa e presidente del Comitato militare della Nato, il quale ha enfatizzato la necessità di rinforzare anche dal versante politico la formidabile creatura del sodalizio euroamericano, e cioè l'Alleanza atlantica, che può rappresentare il futuro dello stesso sodalizio dopo averne incarnato il passato in modo eccelso. Questa posizione, che appare del tutto condivisibile, è stata contrata dal generale Carlo Jean in un suo successivo intervento, quando ha sostenuto che la Nato è troppo "vecchia" e non riuscirebbe a sopportare una dialettica politica al suo interno. "Andrebbe in pezzi" secondo il generale. "Occorrebbe inventare qualcosa di nuovo", ma non vengono date indicazioni sul cosa e sul come.

Di parere contrario pare situarsi l'intervento dell'ingegnere Guarguaglini, presidente di Fimeccanica, che ha fatto una disamina delle conseguenze dell'undici settembre sulla gestione della sicurezza interna e esterna dei paesi occidentali, concludendo che fra i vari strumenti istituzionali a disposizione per fronteggiare le nuove sfide, è la Nato quella che sembra più vitale e valida sotto il profilo operativo. Soprattutto se coniugata con l'innovazione tecnologica rappresentata dal Network Centric Warfare, che conferisce una nuova dimensione alle capacità di produrre sicurezza. Quest'ultima estensione è sembrata un po' forzata, ma tutto sommato introduce una qualche concretezza in un discorso altrimenti destinato a restare un po' appeso alle sfere dell'astrazione geopolitica.

Il comitato organizzatore del simposio ha presentato un documento, "La pace asimmetrica", preparato dal "Comitato Difesa Duemila", costituito da un gruppo di personalità del mondo mediatico, militare e think tank italiano coordinate dal professor Nones. Tratta ovviamente del post 11 settembre, dei nuovi scenari e del migliore modo per fronteggiarli. Mette in evidenza i pericoli - rinazionalizzazione delle politiche estere dei paesi europei e mancato incremento delle spese militari - e le opportunità - ruolo più attivo dell'Europa nella sicurezza, soprattutto nella gestione dei post conflitti , e rafforzamento della Nato. Il documento è di discreta fattura, anche se non dice molto di nuovo. Sa segnalare un pamphlet che è stato presentato dal senatore Adornato, intitolato "La libertà globale" -"Il manifesto di Venezia".

Si tratta di una grida di chiara ispirazione neocon (è presa quasi pari pari dall'intervento di Michael Novak), molto ambiziosa e molto schierata, con una serie di affermazioni storico-politiche piuttosto discutibili e ardite. Dà l'impressione che Liberal abbia assunto una posizione filo-neocon, quindi relativamente estrema, in rapporto all'ordinario panorama politico italiano. Si vede che anche il senatore Adornato ha preso atto che la nuova amministrazione Usa proseguirà nella sua politica netta e unilaterale (al di là delle pur condivisibili asserzioni di Holmes riportate in precedenza) e resterà in sella per quattro anni. A questo punto tanto, tanto vale adeguarsi. Il discorso ha una sua validità, ma andrebbe forse sostanziato meglio di quanto è stato fatto nella "Libertà globale".

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