Anno 2004

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La crisi della Ucraina

Andrea Tani, 29 novembre 2004

E' un maledetto imbroglio. Comunque finisca, nessuno ci avrà guadagnato veramente. Non la Russia, anche se Viktor Yanukovich venisse confermato vincitore della competizione elettorale per la presidenza ucraina. Verrebbe rimandata nel limbo del post-sovietismo, retrocessa nella estrema scorrettezza politica, fuori del Wto (nel quale peraltro non è ancora entrata) e dai circuiti virtuosi internazionali, sia geopolitici che economici. Sarebbe percepita come una mega Arabia Saudita inaffidabile e totalitaria, liberticida ed espansionista, superarmata di soli ordigni nucleari e allo stesso tempo incapace di venire a capo di una Umbria riottosa e terrorista come la Cecenia. Dovendo nel contempo gestire nel concreto la porzione polacca e austriacante dell'Ucraina (più del 50% del suo territorio) foriera di problemi e di instabilità, infida e sdrucciolevole, anche senza ipotizzare esiti apertamente ribellistici.

Non ci guadagnerebbe neanche l'America, che vedrebbe il suo essenziale partner nucleare russo trasformarsi nel principale competitore al rango di erogatore potenziale di Armageddon, sottomesso oltretutto ad un leader assoluto che parla di missili "definitivi" con la stessa disinvoltura con la quale solo poco fa scambiava brindisi con i suoi colleghi della Nato sotto i tendoni di Pratica di Mare. Non parliamo poi dell'Europa, la maggiore perdente, a meno che il suo consolidamento non abbia bisogno di nuovi nemici - dopo gli Stati Uniti - da evocare come catalizzatori di unità. Perché è ovvio che la porzione di cattolici Uniati dell'Ucraina (quella che appoggia Yushchenko) guarda a ovest per aiuti e sostegno e ne riceve in abbondanza, data l'attitudine dei suoi antichi e nuovi protettori. I russi non chiedono di meglio e possono nuovamente evocare la mistica dell'assedio degli eretici papisti, della bestia fascista, dei plutocrati capitalisti e quant'altro. La paranoia storica della loro dirigenza ha sempre avuto bisogno di minacce esterne per mantenere il controllo di un paese troppo grande per essere governato in modo ordinario.

Forse tutto questo era semplicemente inevitabile e non è successo fino a ora solo perché la storia, che non ha mai fine, si era comunque incantata dopo il subitaneo e imprevisto epilogo della guerra fredda e aveva fatto una certa fatica a ritrovare i suoi ritmi normali. L'anomalia è rientrata, aiutata da scossoni provenienti da altri scacchieri e siamo di fronte ad una crisi di prima grandezza del tutto "simmetrica", come quelle che usavano una volta. Crisi che nessuno sa come finirà e quando finirà. L'unica consolazione - almeno per un europeo - è che per la prima volta l'Europa si confronta con un grave problema di politica estera parlando con una voce sola, almeno per ora. Non era mai accaduto. Forse è un segno che di fronte alle vere emergenze sta nascendo una vera coscienza europea, coscienza dei pericoli e dei rischi innanzitutto. Speriamo solo che l'emergenza che sta provocando questo piccolo miracolo non faccia rimpiangere l'incoerenza precedente.

Vale la pena di rievocare brevemente gli avvenimenti che qualche anno fa hanno incubato lo sviluppo di tale emergenza. Secondo un'analisi di Brezinsky, uno dei maggior esperti di politica sovietica e russa, niente come la perdita dell'Ucraina, all'indomani della dissoluzione dell'Urss, rese consapevoli i vertici di Mosca dell'indebolimento della Rodina. Con l'indipendenza dell'Ucraina, la Russia perse quasi del tutto la sua capacità di proiezione di potenza militare e di influenza politica verso il Medio Oriente, i Balcani e il Mediterraneo. L'abbandono delle principali basi del Mar Nero costituì un vero e proprio trauma, la fine di un'epoca che a partire da Pietro il Grande aveva visto la patria degli slavi alla ricerca di uno sbocco sui mari caldi, simboleggiato dalla quasi mitologica ossessione di impossessarsi di Costantinopoli. La capitale dell'impero tardo-romano, bizantino e ottomano avrebbe conferito legittimità storica alla pretesa della Russia di considerarsi come Terza Roma. La lunga e amara diatriba sulla suddivisone della flotta del Mar Nero ne costituì l'avvelenato strascico e intossicò i rapporti fra le due nazioni per anni.

La scissione fra le componenti russe e ucraine del complesso militare industriale della ex Urss rappresentò un colpo gravissimo per le capacità militari di entrambe le repubbliche. Per un certo periodo sembrò persino che l'Ucraina volesse mantenere il suo armamento nucleare, che ne avrebbe fatto la terza o quarta potenza atomica del pianeta. La rinuncia a questa condizione costò cara alla Russia in termini di promesse di non ingerenza (oltre che all'Occidente, che pagò lo smantellamento e i trasferimenti degli ordigni in Russia). A tutto ciò si aggiungeva, per Mosca, il timore di non essere in grado di tenere testa alla crescente tensione etnica del Caucaso - con le sue implicazioni confessionali e ribellistiche, sin troppo note - e all'esplosione demografica delle popolazioni non russe, senza l'apporto dei cinquanta milioni di ucraini, sicuramente slavi anche se divisi dal punto di vista dell'appartenenza religiosa e della memoria pregressa.

Con l'accordo di Madrid del luglio '97, l'Ucraina entrò a far parte della Partnership for Peace della Nato, consenziente una Russia al tempo troppo debole per opporsi alla deriva occidentale del suo più importante vicino Csi. Nel giugno del 2002 l'avvicinamento di Kiev verso Occidente portò addirittura a una dichiarazione del ministro della difesa dell'epoca, Marchuk, secondo la quale l'Ucraina aveva come principale obiettivo di politica estera quello di diventare membro dell'Alleanza Atlantica. E' interessante notare come questa dichiarazione fosse immediatamente successiva all'accordo di Pratica di Mare fra la Nato e la Russia, che ha rappresentato il momento di massimo - e al tempo stesso apparentemente sincero - avvicinamento fra la comunità atlantica e l'impero russo.

In realtà, dopo l'avvento di Putin e il progressivo recupero della potenza e dell'influenza russa, favorito dalle mutate condizioni geopolitiche del mondo all'indomani dell'11 settembre e accelerato dall'incremento vertiginoso delle entrate energetiche, era iniziato a Mosca un processo di recupero della deviazione ucraina, insieme con molte altre vestigia e concretezze del passato imperiale. Un passaggio decisivo di tale recupero fu l'accettazione, da parte del presidente ucraino Kuchma, di una proposta russa su un vincolante trattato di alleanza e cooperazione in 52 punti, focalizzato essenzialmente sulla difesa, che avrebbe sancito il riavvicinamento delle due nazioni sorelle e vanificato di fatto ogni velleità Nato dell'Ucraina. Ciò avvenne nel gennaio 2002, pochi mesi prima di Pratica di Mare e delle dichiarazioni di Marchuk sulle aspirazioni atlantiche del suo paese. Con il senno di poi - e la coscienza degli interessi in gioco che stiamo acquisendo in questi giorni - appare abbastanza evidente che l'ostentata marcia verso ovest dei governanti ucraini del tempo (per non parlare di quelli russi) fosse una mossa tattica destinata a disorientare l'avversario occidentale di sempre e a coprire disegni più ambiziosi e dirompenti.

Oggi la flotta russa del Mar Nero è all'ancora nel porto ucraino di Sebastopoli. Il gas siberiano attraversa l'Ucraina per rifornire l'assetata Europa. I complessi militari industriali dei due paesi sono sempre più integrati e interconnessi e vendono hardware militare insieme in giro per il mondo. Le complementarietà delle due economie stanno tornando a livelli pre 1991. Di una Ucraina nella Nato non ne parla più nessuno. Quello che sta succedendo a Kiev in questi giorni potrebbe rappresentare quindi il malinconico epilogo del prevalere delle ragioni di stato sulle aspirazioni della porzione occidentale dell'Ucraina, tale non solo in senso geografico. Ammesso che esse prevalgano realmente e non si verifichi invece anche in Ucraina una riedizione di quelle rivoluzioni umanistiche morbide, di velluto o delle rose, alle quali l'est post-sovietico ci ha abituato nel recente passato, dalla Polonia, alla Cecoslovacchia, alla recente Georgia. Ogni previsione è lecita. L'arancione è un colore accattivante e mediaticamente molto efficace. Evoca il buddismo, la non violenza, la pace, tutti i mantra del condiviso planetario.

Ci sarebbe forse da chiedersi dove sono realmente, in questa complessa questione, i veri interessi dell'Occidente in generale e dell'Europa in particolare, e se la rigida posizione assunta dal vertice della Ue li soddisfi al meglio. A costo di apparire sordi alle istanze libertarie dei poveri ucraini e di esprimersi una volta tanto a favore dei doveri e non dei diritti, non potrebbe essere il caso di stare al gioco russo e consentire a Putin di ricostituire lo storico impero dei suoi avi, o almeno una sua versione accettabile e ridimensionata rispetto alla ipertrofia sovietica, ma abbastanza consistente da rinforzare la barriera storica fra Europa e Asia? Se l'Europa vuole che vi sia un qualche diaframma fra lei e la Cina, tre volte più popolosa e molto più vitale, non pare appropriato fare di tutto per indebolire chi si offre volontario per tale ruolo. Soprattutto se lo stesso rischia una devastante crisi identitaria in caso di rifiuto e ha in tasca rivoltelle atomiche con le quali suicidarsi o suicidare. Anche perché i torti e le ragioni sono meno evidenti di quanto non appaia a un'analisi superficiale.

L'Ucraina è stata la culla della nazione russa ed è parte della grande madre russa dal 1654. Più o meno negli stessi anni dell'assorbimento della Scozia in quello che sarebbe diventato il Regno Unito. Nessuno si sognerebbe oggi di favorire o solo auspicare una secessione scozzese, a parte Sean Connery (che forse chiosa per farsi un po' di pubblicità, dato che deve la sua fortuna ai servizi segreti di Sua Maestà) e qualche acceso nazionalista delle Highlands. E comunque si può esser certi che Londra non consentirebbe che una simile eventualità si concretizzasse. In fin dei conti, una Russia di 150 milioni di abitanti o una di 200 non fanno molta differenza, se si trovano da questo lato della barricata.

Invece una Russa amica o nemica fa molta, ma molta differenza. Il suo valore aggiunto strategico non si trova nella maggiore o minore demografia, sempre depressa comunque, ma nei famosi missili intercontinentali che riescono a vanificare qualsiasi scudo spaziale, recentemente sottolineati da Putin, non a caso. Missili che aggiungerebbero ai tanti mal di testa degli strateghi occidentali una potente sindrome nucleare d'altri tempi. Un altro valore aggiunto risiede nella citata funzione di barriera russa fra l'Occidente liberal-democratico - e un po' abdicante in grinta e capacità di soffrire e combattere - e il resto del mondo, almeno a est e a sud est. Quello stesso resto del mondo che ritiene di avere un certo numero di conti da regolare con esso ed è sommamente impaziente a farlo.

Inoltre, gli interessi concreti delle grandi potenze nell'area non sono soltanto russi, tutt'altro. Tutti ne hanno anche se non lo confessano apertamente come fanno i russi. La realtà è che probabilmente sia gli Usa che l'Europa (Germania e Polonia, soprattutto) hanno fatto nello scorso decennio diversi pensierini sull'Ucraina, come estrema area di influenza ad est - da contrapporre magari a una Russia che si percepiva comunque troppo grossa e diversa per essere cooptata - nonché considerevole mercato aperto e fonte di derrate agricole. Si trattava pur sempre del granaio degli zar e dei primi segretari del Partito, fra i quali uno dei più rimarchevoli, Nikita Kruscev, era per l'appunto ucraino.

La legittimità storica di una tale operazione non è peregrina, in quanto si fonda sul fatto che mentre l'Ucraina orientale è profondamente russa e ortodossa, quella occidentale è stata soggetta dal XVI secolo allo Stato polacco lituano prima e all'impero asburgico poi e si è permeata della influenza tedesco-ebraica di stampo mitteleuropeo come di Praga, Cracovia o della stessa Vienna. La legittimità geopolitica invece appare alquanto dubbia, se non si è disposti a portare l'iniziativa alle estreme conseguenze e rischiare una guerra civile di modello jugoslavo (nata su motivazioni analoghe) e una spaccatura dell'Ucraina sulle sue matrici storiche e religiose. Potrebbe scaturirne un sisma del quale il mondo non ha certo bisogno, al confronto del quale la vicenda balcanica sembrerebbe un modellino in scala. E' bene ricordare, nel caso qualcuno se lo sia scordato, che l'otto per cento della popolazione ucraina è musulmana e che il Caucaso si trova nei paraggi, poco a sud est.

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