Anno 2004

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La complessa manovra strategica dell'Iran

Andrea Tani, 6 dicembre 2004

L'Iran diventerà ragionevole o nucleare. Forse entrambe le cose. Questa potrebbe essere la sintesi delle previsioni che si possono fare dopo la conclusione dell'ennesimo round del gioco del gatto e del topo - come l'ha definito il New York Times del 3 dicembre - che Teheran sta conducendo nei confronti della comunità internazionale. Con successo, occorre aggiungere. Wall Street Journal del giorno precedente aveva definito la vicenda il "Trionfo di Teheran" e anche tenendo presente le inclinazioni vetero-bushiane della testata, non si tratta di una definizione troppo distante dal vero, o almeno dalla percezione che di esso si può avere in questo momento.

Lunedì 29 novembre l'Agenzia internazionale dell'energia atomica (Atomic Energy International Agency, Aeia) ha adottato all'unanimità una risoluzione che invita - e non ordina, cosa non potrebbe fare - l'Iran ad assumere un impegno "non vincolante, volontario e generatore di reciproca fiducia " teso a sospendere il suo programma di arricchimento dell'uranio, sul quale si sono concentrate le attenzioni dell'Agenzia. Com'è noto, questa può e deve occuparsi solo dei programmi civili, secondo il suo statuto originario, vigilando che essi non metastatizzino nel militare. La risoluzione si basa su una iniziativa portata ad apparente buon fine dalla troika europea (Francia, Regno Unito e Germania) immediatamente prima dell'assemblea dell'Aeia. In cambio della sua buona volontà l'Iran godrà di un'importante apertura commerciale e tecnologica da parte dei paesi della Unione Europea e di una specie di sottintesa protezione diplomatica nei confronti di possibili iniziative americane troppo destabilizzanti. Naturalmente finché manterrà gli impegni presi.

Fino all'ultimo momento il risultato è stato in forse per l'indisponibilità iraniana a sottoporre al controllo degli ispettori dell'Aeia un lotto di venti centrifughe destinate a scopo di ricerca. Con un tempismo magistrale Teheran ha fatto salire la tensione fino al punto di quasi rottura per poi annunciare che avrebbe consentito al monitoraggio delle venti macchine. Per un arricchimento militare occorrono centinaia di centrifughe del tipo più sofisticato, che hanno parti rotanti che marciano a velocità supersonica per produrre l'uranio 235 fortemente arricchito che serve. Tanto per avere un'idea, il combustibile in uso nei reattori nucleari contiene il 3-4 per cento di U-235; quello dei reattori di ricerca il 10-20 per cento e l'esplosivo per bomba il 90 per cento. I reattori producono plutonio come sottoprodotto, e questo può essere utilizzato in un diverso tipo di armi.

Come sta uscendo fuori in questi ultimi giorni da fonti americane, le venti centrifughe civili note agli ispettori potrebbero essere state uno specchietto per le allodole. Si sospetta che in due siti militari segreti, a Parchin e Lavisan II, si stiano compiendo esperimenti mirati per realizzare testate operative, facendo per esempio esplodere inneschi chimici del tipo utilizzato per realizzare la massa critica della bomba, oppure mettendo in opera predisposizioni logistiche e tecniche tipiche delle filiere di centrifughe. L'Aeia sta chiedendo alle autorità iraniane di accedere a questi siti con il suo personale, ma sarà difficile che la sua richiesta sarà accolta, dato che Teheran ha sempre dichiarato che il suo programma nucleare ha scopi e modalità esclusivamente civili e i militari non hanno niente a che fare con esso.

La plateale assurdità di una tale posizione è evidente, ma questi meccanismi di monitoraggio di attività sospette da parte di agenzie dell'Onu (quale è la Aeia) si basano sulla collaborazione degli inquisiti, e quindi rendono possibili questi balletti paradossali. La loro efficacia sta nell'evidenziare le contraddizioni e l'eventuale malafede degli stessi inquisiti e nell'esporli alle ritorsioni internazionali che vengono decise nel Consiglio di Sicurezza. Queste non arrivano a livelli di interdizione totale, ma rendono la vita difficile alle nomenclature nazionali sospette, costringendole a riflettere sui costi-benefici delle loro iniziative. Il procedimento sembra che abbia funzionato in una mezza dozzina di casi, nei confronti di paesi che propendevano senza molta convinzione per il nucleare, magari per incrementare il prestigio nazionale o soddisfare la paranoia dei propri militari. La gran parte di loro è stata persuasa a soprassedere. I giornali americani hanno parlato di Sud Africa, Brasile, Argentina, Svezia, Svizzera, Belgio,Taiwan, Corea del Sud, Giappone.

In questi casi dovevano evidentemente coesistere motivi non così pressanti, e vulnerabilità importanti alle sanzioni possibili. Nonché, talvolta, la consapevolezza della scorrettezza politica e morale della operazione e la conseguente disapprovazione di fondo della propria opinione pubblica. Dove tutto ciò non ha operato - ossia i motivi per accedere alla bomba erano talmente gravi e urgenti da minimizzare consapevolezze e rischi e le opinioni pubbliche non avevano voce o erano d'accordo - i vari Stati non si sono curati più di tanto delle timide iniziative Aeia e hanno raggiunto il loro obbiettivo senza troppe difficoltà. E' il caso, per esempio, di India e Pakistan, della Corea del Nord e forse di altri di cui non c'è ancora consapevolezza, come - si dice - Taiwan e la Corea del Sud. Alcuni sospettano anche il Giappone.

Non è questo il caso di Israele, invece, che non ha mai aderito al Trattato di non proliferazione nucleare e quindi non è formalmente tenuto a rinunciare a proliferazioni indesiderate. Peraltro non ha neanche ufficialmente ammesso di aver acquisito uno status di potenza atomica, evitando di essere chiamato in causa, sempre formalmente. Sostanzialmente, invece, è chiamato in causa, anche se quasi esclusivamente dai suoi nemici. Il motivo principale per il quale esiste una concordia di fondo nella opinione pubblica iraniana sulla prosecuzione dell'arricchimento di uranio per scopi civili è proprio per l'esistenza del massiccio armamento nucleare con la stella di Davide (pare intorno a duecento armi lanciabili da piattaforme fisse e mobili, alcune delle quali subacquee), il quale non genera alcuna riprovazione, all'Onu come a Washington e Bruxelles. La sua potenziale minaccia per l'Iran si somma, nell'immaginario collettivo dei suoi abitanti, alla coscienza dell'accerchiamento operato dalle forze armate americane dislocate in Afghanistan e in Iraq. Esse al momento sono in tutt'altre faccende affaccendate, ma appartengono pur sempre alla potenza più irriducibilmente ostile al regime iraniano da quando il regime saddamita è stato defenestrato.

Alla percezione di queste minacce si somma un'autentica rabbia nel vedere riconosciuto e accettato dalla comunità internazionale lo status nucleare di uno Stato quasi canagliesco - autoritario, pericolante, infido e infestato di fondamentalisti islamici - come il Pakistan. Le ragioni che hanno generato il Trattato di non proliferazione, in qualche modo giustificatorie dello status quo nucleare come garanzia planetaria di sicurezza e stabilità, franano di fronte al silenzio-assenso operato nei confronti di Israele e sono quasi ridicolizzate dalla accettazione della bomba degli antichi protettori di bin Laden. E' evidente che gli argomenti di Teheran stanno trovando una qualche risonanza negli ambienti governativi meno influenzati da Washington, persino in quelli di lingua inglese: la Gran Bretagna di Iraqi Freedom è adamantina, insieme con Francia e Germania e il resto dell'Europa (sul tema anche l'Italia filo-Bush condivide), nel sostenere la linea del dialogo con l'Iran e del suo recupero alla ordinaria convivenza internazionale. E non si tratta solo di petrolio.

Lo stesso fanno le altre grandi potenze, dalla Russia, che ha confermato gli accordi sul nucleare civile firmati a suo tempo con Teheran, alla Cina - una new entry - i cui dirigenti hanno firmato con gli ayatollah un accordo definito storico per la fornitura di ingenti quantità di gas (cento miliardi di dollari in dieci anni) a fronte di manifatturiero e tecnologia militare e all'India, etnicamente affine, la quale ha con i suoi cugini ariani importanti rapporti energetici e militari, in essere e in divenire. Il Giappone si approvvigiona da decenni ai giacimenti iraniani. La realtà è che l'Iran sta giocando molto bene sulle difficoltà americane nel venire a capo della campagna irachena. Non per niente gli scacchi sono stati inventati da queste parti.

Quella che un anno fa sembrava una potente mossa intrusiva del Pentagono nel cuore dell'Asia occidentale, con obbiettivi scopertamente egemonici e immediate riverberazioni sull'assetto delle potenze regionali, si sta rivelando un specie di boomerang. Tutti gli osservatori concordano sul fatto che Washington non riuscirà venire fuori dal ginepraio mesopotamico senza la benevolenza degli ayatollah. Sembra vero anche l'inverso, ossia una sistemazione democratica e filoamericana dell'Iraq - ancora non in vista in verità - avrebbero una grande influenza sul vicino persiano, anche attraverso l'ascendente che l'importante clero sciita iracheno ha presso le gerarchie iraniane. Lo stesso dicasi della stabilizzazione dell'Afghanistan operata da americani ed europei, che favorisce i persiani come nessun altro.

La realtà è che, come ha detto Henry Kissinger, se ci sono due paesi al mondo che hanno interessi obiettivi convergenti, questi sono gli Stati Uniti e l'Iran. Sono condannati a intendersi. Al di là della pantomima nucleare, che forse gli iraniani conducono per ottenere legittimazioni e riconoscimenti internazionali, più che protezioni strategiche dirette molto lontane nel tempo, questo sembrerebbe essere il trend di fondo, se fosse la logica a governare la politica. Ma non è così in nessun posto e tantomeno in questa tormentata e drammatica regione. Quindi non sarà semplice e non sarà rapido. E forse neanche ineluttabile. Molti non hanno capito e altri non sono né americani né iraniani e non condividono affatto gli stessi interessi.

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