Anno 2004

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Usa, prospettive di politica estera del Bush secondo

Andrea Tani, 13 dicembre 2004

Definita la squadra - sono cambiati già due terzi del governo, il maggior avvicendamento fra due quadrienni dello stesso presidente dai tempi del secondo Nixon - il presidente Bush deve definire le sue politiche, al di là delle promesse elettorali. La politica estera, in particolare, sulla quale il mondo si conformerà e la storia giudicherà il suo mandato e la sua statura di uomo di Stato. Sono già stati enunciati alcuni principi informatori, come quelli relativi alla triade di obiettivi che Bush considera prioritari - vittoria in Iraq, democrazia in Medio Oriente e ricompattazione dell'Alleanza occidentale - ma occorrerebbe una promulgazione organica o almeno indicazioni formalizzate e coerenti. Verranno nei prossimi mesi, innanzitutto nel discorso di investitura di gennaio.

I campi di applicazione sono globali, come si conviene all'unica potenza planetaria rimasta. Proviamo a immaginare qualche simulazione di intendimenti possibili, desumibili dalle prime dichiarazioni dello stesso presidente, dopo la vittoria elettorale e nelle prime manifestazioni pubbliche, come ad esempio il summit Apec delle settimane scorse in Cile e la visita ufficiale in Canada appena conclusa. I titoli riguardano soprattutto alcuni dei temi per i quali Bush ha dichiarato di voler fare qualcosa di specifico e di originale. Dove sarà "business as usual" (americano, naturalmente), potremo sorvolare.

Iraq

E' il padre di tutte le problematiche e di tutti i proponimenti. Si tratta dello scacchiere più cruciale per la credibilità della nuova amministrazione, sia perché emblematico del suo approccio strategico, sia perché dalla sua soluzione o non soluzione dipendono una messe di altre questioni, fra le quali la prosecuzione del primato statunitense nei prossimi anni. La parola d'ordine della exit strategy americana, sulla opportunità della quale nessuno ha ormai dubbi, sembra essere quella di passare la mano agli iracheni su tutta la linea, attraverso la costruzione di un'autorità centrale legittimata - simile a quella insediata con insperato successo a Kabul - e di un apparato di protezione interno capace di assicurare la cornice di sicurezza indispensabile per riconquistare le menti e i cuori degli autoctoni e degli investitori esteri.

"Conditio sine qua non", il ridimensionamento dell'insurrezione in atto che solo la potenza di fuoco del Central Command è in grado di assicurare - anche se un certo concorso delle milizie irachene è necessario, più per ragioni politiche che operative - in un contesto temporale che il segretario Rumsfeld ha recentemente azzardato come equivalente a quello della neo amministrazione (un quadriennio). Altro must propedeutico a qualsiasi altra iniziativa, lo svolgimento delle elezioni in tempi non troppo lontani dal 30 gennaio 2005 preventivato. Le due cose sono collegate. La consultazione elettorale non potrà avvenire nel bel mezzo di un Tet iracheno, ma allo stesso tempo non si può permettere di attendere la pace perpetua fra il Tigri e l'Eufrate. Sul dopo si vedrà. Se gli iracheni vorranno e potranno, l'Iraq rimarrà uno, anche se trino. Altrimenti una soluzione balcanica è sempre possibile, magari con modalità meno traumatiche rispetto all'originale.

Palestina

Se l'Iraq è il padre, la questione palestinese è certamente la madre. La scomparsa di Arafat sembra aprire spazi inaspettati per un accordo fra le parti che consenta di arrivare agli obiettivi della Road Map di Bush, che rimane il Master Plan riconosciuto da tutti. Il ritiro da Gaza e dalle quattro colonie della Cisgiordania che Sharon sta portando avanti non potrebbe essere più opportuno e lungimirante. E' sperabile che tutti lo capiscano in Israele, e che la bomba potenziale dei coloni che saranno sacrificati non deflagri, prima di tutto in patria. Il governo di unità nazionale che Sharon sta formando potrebbe cautelare Israele da tale eventualità, oppure indicare che la destra estrema darà battaglia.

E' anche sperabile - anzi obbligatorio - che le elezioni di gennaio nei Territori si tengano effettivamente, in modo da far scaturire una leadership meno erratica e nefasta di Arafat e legittimata quanto basta. Se il processo di pace si attivasse sul serio, le sue conseguenze andrebbero ben oltre la Terra Santa. Riguarderebbero tutto il Medio Oriente (la lotta al terrorismo fondamentalista, la proliferazione nucleare iraniana, la stabilizzazione dei regimi) e persino la ricompattazione della comunità euro-americana, i cui due membri hanno sostenuto i due avversari da opposti versanti diplomatici.

Rapporti transatlantici

Bush ha detto che il suo primo viaggio dopo l'inaugurazione di gennaio sarà in Europa, dove presenterà (il 22 febbraio a Bruxelles) un ambizioso rilancio della partnership atlantica. Alcune anticipazioni sono già filtrate. Riguardano soprattutto il rafforzamento della Nato, la sua mutazione da alleanza prettamente militare a sodalizio politico a forti tinte etiche e di civiltà. Vedremo gli esatti termini della proposta e le accoglienze europee. A tutt'oggi gli equivoci e le incomprensioni fra le due sponde dell'Atlantico - e gli obiettivi contrasti di interesse - sono ancora grandi e irrisolti. La questione delle armi alla Cina di questa settimana costituisce l'ultimo capitolo, ma ve ne sono stati molti prima e ce ne saranno molti dopo.

Il problema fondamentale è che entrambi i partner devono decidere se il loro vero tornaconto sta nello stare dalla medesima parte della barricata o nel cercare di minimizzarsi a vicenda approfittando delle rispettive difficoltà. I due obiettivi non possono essere perseguiti simultaneamente. D'altra parte il ruolo dei due protagonisti è definito e non dovrebbe cambiare granché nel prossimo futuro. L'Europa non può certo aspirare a sostituirsi agli Stati Uniti nel loro ruolo globale né Washington può veramente temere un esito del genere. Se due devono essere i pilastri della partnership, gli europei non possono far crescere il loro con il segreto proposito di utilizzarlo come clava per abbattere quello americano: il tavolo, o qualsiasi altra cosa possa essere, rovinerebbe addosso a tutti.

Allo stesso tempo, gli Usa devono convincersi che una Europa unificata secondo linee non ostili è nel loro massimo interesse. Ieri lo era per contenere la Russia sovietica. Oggi lo è a maggior misura per contenere le innumerevoli preoccupazioni del mondo che provengono in massima parte da aree extra-atlantiche. Gli americani sono solo duecentottanta milioni di individui, anche se ricchi e potenti. Gestire da soli tutti i problemi degli altri quasi sette miliardi - cercando sempre di far prevalere i propri interessi e visioni - sembra essere un proposito del tutto fuori della realtà. Prima i loro leader lo capiranno, meglio sarà per tutti.

Terrorismo

La nuova amministrazione americana non dovrebbe fare molto di nuovo rispetto alle energiche iniziative che la sua precedente edizione ha già preso dopo l'undici settembre. Tali iniziative hanno caratterizzato il presidente Bush in modo talmente netto da fargli vincere difficili elezioni. Sull'Iraq molti americani dissentivano da lui; sulla reazione all'attacco all'America, ben pochi. Nel complesso la situazione attuale sul fronte antiterroristico sembra di relativo stallo. Al di là di azioni localizzate in qualche paese islamico, non vi sono state aggressioni maggiori in Occidente dagli attentati dell'11 marzo in Spagna. In particolare non ve ne sono stati in Usa dall'undici settembre. Qualcosa vorrà pur dire.

La prospettiva più temuta, quello di un attacco con armi di sterminio, non si è materializzata e assieme ai debiti scongiuri si può supporre che Al Qaeda o chi per essa non si sarebbe trattenuta, se ne avesse avuto la possibilità. Questo sta a significare, forse, che il temuto traffico di mini atomiche ex sovietiche non ha avuto luogo. Se non si è verificato nei momenti dello sbandamento yelztinano, è legittimo sperare che oggi le probabilità siano drasticamente diminuite. Tutti stanno molto accorti e l'antiterrorismo è un valore condiviso da ogni Stato civile. Il pericolo di abbassare la guardia è remoto, dato il livello di allarme nelle istituzioni e nell'opinione pubblica.

Si può solo presumere che diventerà più difficile implementare nuove mosse nelle aree di influenza russa (Caucaso e Centroasia) dato l'irrigidimento in corso del Cremlino. Un rischio specifico al quale gli Usa sono esposti è invece quello di diventare vittima degli effetti indiretti della tensione antiterroristica, ossia cadere in preda a una paranoia del tutto estranea alla tradizione e al modo di essere della grande democrazia americana. Qualche segnale è già evidente. Le restrizioni alla libertà di movimento è uno. La diminuzione dell'afflusso di studenti esteri è un altro. La detenzione di migliaia di sospetti senza comunicazione giudiziaria è un altro ancora.

Cina

Assieme alla Russia, la Cina è ormai uno dei due competitori strategici principali, di quelli veri. Le intenzioni dell'amministrazione Bush sembrano piuttosto caute con entrambi, tanto quanto appaiono - o meglio apparivano - aggressive verso gli europei. Nei passati quattro anni il presidente si è mostrato molto aperto e tollerante nei confronti di Pechino, forse più del Clinton da lui criticato in campagna elettorale 2000 proprio per questo. E' possibile che questa benevolenza prosegua. Finché l'economia e la finanza cinesi saranno così vitali per quelle americane - e la Corea del Nord così pericolosa e intrattabile da altri che non sia la Cina - non sembrano esservi alternative. A meno di un deprecabile incaglio della entente sino-americana sulle secche dello stretto di Formosa, anche se il risultato delle elezioni politiche svoltesi sabato 11 dicembre a Taiwan hanno registrato una sconfitta per il partito favorevole all'indipendenza.

Russia

Il gioco in questo caso è quasi interamente in mano a Mosca. Se Putin deciderà che è arrivato il momento di gettare la maschera e riprendere senza indugi il cammino verso la solerte ricostituzione della Rodina storica, costi quel che costi, la prospettiva potrebbe essere una nuova piccola guerra fredda, condita del suo consueto ingrediente nucleare. Si tratta di un'ipotesi veramente inquietante, se si pensa ai guai che potrebbero scaturire per il mondo dalla combinazione di una rivalità atomica russo-americana, del terrorismo e della proliferazione nucleare e biochimica. A quel punto, la giovanile specializzazione del nuovo segretario di Stato Rice (armi atomiche e sovietologia) potrebbe finire per tornare utile all'amministrazione, ma si tratterebbe dell'unico vantaggio. Dopo la riunione del consiglio Nato-Russia di giovedì 9 l'ipotesi sembra allontanarsi, almeno a breve e per quanto riguarda il fattore Ucraina. Ma se non esiste una ferma determinazione dei dirigenti russi ad ancorare saldamente il loro paese all'Occidente, altre occasioni per rinverdire l'animosità non mancheranno.

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