Anno 2004

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Il deterioramento dei rapporti Cina-Giappone

Andrea Tani, 20 dicembre 2004

Proprio quando la tensione fra Cina e Taiwan sembrava conoscere una attenuazione, con la vittoria alle recenti elezioni legislative taiwanesi del Kuomintang, contrario alle aspirazioni indipendentistiche del presidente Chan, si sta riattivando un nuovo capitolo della tradizionale ostilità fra la Repubblica popolare e il Giappone. Si tratta di una vicenda che ha caratterizzato la storia dell'Asia dell'ultimo secolo come nessun altra. Con la fine della guerra fredda sembrava acqua passata, e invece la geopolitica ha le sue ragioni immutabili che riemergono sempre, qualunque sia la contingenza ideologica e strategica del momento. La Cina e il Giappone sono rivali da sempre, da quando ancora la storia non veniva scritta da professori occidentali. Le ragioni sono analoghe a quelle per le quali la Gran Bretagna è sempre stata ostile a una potenza continentale europea dominante e ne ha sempre cercato di impedire la costituzione da Napoleone a Guglielmo II a Hitler alla tecnocrazia di Bruxelles. In entrambi i casi una realtà continentale egemonica finirebbe per ridurre l'autonomia e in ultima analisi l'indipendenza di ogni isola o arcipelago situato in prossimità, per quanto vasto e intraprendente. La storia di questi ultimi, quindi, è costantemente caratterizzata dal tentativo di sottrarsi ad abbracci troppo soffocanti a ovest come a est.

In un certo senso il Giappone sta esercitando uno di questi tentativi, nel senso che l'egemonia cinese in Asia e anche altrove si sta imponendo con tale travolgente decisione da giustificare una metaforica chiamata alle armi dei sudditi del Tenno. Essi potrebbero temere di essere stritolati, sempre metaforicamente, nell'abbraccio fra le due superpotenze planetari (Stati Uniti e Impero di Mezzo) che si profila non solo in Asia. Washington e Pechino sono oggi divisi da pochissimi contenziosi veramente seri. Il principale è Taiwan, che forse si sta sdrammatizzando, come abbiamo visto. Sono invece affratellati dal comune perseguimento di una stabilità intercontinentale (leggasi status quo), che li beneficia entrambi, e da un gigantesca complementarietà economica. Esempi del primo: la neutralizzazione della Corea del Nord e la lotta al terrorismo islamico. Della seconda: il ruolo dello yuan e dell'acquisto di bond del Tesoro americano da parte di investitori cinesi nella stabilità del sistema finanziario statunitense, nonché l'outsourcing cinese nella competitività dell'industria americana.

Finché il Giappone era completamente immerso nell'introversione negatoria della propria identità che l'ha colto dalla fine della seconda guerra mondiale è successo ben poco. Anche perché la Cina stava prendendo le misure al mondo e non era ancora partita nella sua corsa. Quando è scattata e la dirigenza nipponica si è accorta che gli Usa non l'ostacolavano più - ma anzi "fermavano il traffico per farla passare", come è stato detto - la fuoriuscita dalla propria psicosi collettiva che era già iniziata si è bruscamente accelerata. Il pesante condizionamento della storia è stato messo da parte e il paese ha cominciato a riguadagnare lestamente il terreno perduto. La presenza al timone del governo imperiale di un personaggio dinamico, carismatico e anticonformista come il premier Koizumi, che non sembra soffrire dei complessi nazionali dei suoi predecessori, ha ulteriormente accelerato il processo.

La conseguenza è che il Giappone di oggi dibatte apertamente - e sorprendentemente - la possibilità di adottare l'armamento nucleare (che non è vietato dalla costituzione, quella stessa che proibisce le forze armate - affermano i legalisti con involontaria comicità), invia il proprio esercito in Iraq, cerca di catturare sommergibili atomici probabilmente cinesi penetrati nelle sue acque territoriali, polemizza con gli stessi dirimpettai sui diritti di prospezione sottomarina sui campi di Chuxiao, nel Mare Cinese Orientale, situati al confine delle rispettive Zone esclusive economiche, sottrae ai rivali il controllo di un importante oleodotto russo che porterà il petrolio siberiano sulle coste del Pacifico. Naturalmente i suoi leader continuano a visitare il sacrario di Yasukuni, dove sono sepolti gli eroi di guerra giapponesi, compresi tredici generali della seconda guerra mondiale condannati a morte dai vincitori perché criminali di guerra, facendo uno sgarbo terribile - oltre che consapevole - a tutti gli asiatici che hanno sofferto sotto il tallone giapponese. In particolare ai cinesi, che sentono questo pellegrinaggio annuale come un'offesa collettiva a loro diretta.

Ma la massima sorpresa è che il governo giapponese ha messo per iscritto, come è successo dieci giorni fa, che la Cina e la Corea del Nord costituiscono minacce potenziali per il paese. Non era mai successo che la Cina fosse definita in tal modo in un documento ufficiale. Non lo fa più neanche il Pentagono, anche se lo pensa. La terza "National Defence Program Outline" della storia del Giappone post bellico, pubblicata il 10 dicembre (le altre erano del 1976 e del 1995), dice questo e altro. Istituisce per la prima volta una forza di reazione rapida oltremare; modifica l'embargo delle armi all'estero in modo da dare all'industria militare nipponica gli stessi sbocchi di export che hanno tutte le omologhe internazionali; prevede di aumentare il raggio di azione e le capacità offensiva della propria aviazione; stabilisce principi di collaborazione con l'alleato americano nelle iniziative strategiche di alta tecnologia (in particolare nella Nmd, la National Missile Defence portata avanti dall'amministrazione Bush, che vede il Giappone come il più convinto supporter, dato il dispositivo missilistico nordcoreano esplicitamente citato, e quello cinese implicitamente sottinteso).

La stampa di entrambi i paesi ha dato molto risalto alle iniziative nipponiche, con uno sdegno appena contenuto quella cinese, in tono giustificatorio e didascalico quella giapponese. Quest'ultima riflette anche le preoccupazioni degli ambienti industriali, che assistono al sorgere in tutta l'Asia, cruciale per i suoi prodotti, di un sentimento di ostilità e di ripulsa per tutto quello che il Giappone rappresenta, tanto da aver fatto suggerire agli esperti di marketing dei manufatti giapponesi in Asia di non far trasparire la loro nazionalità. Nel complesso, tuttavia, gli umori dei media nipponici sono di contenuto compiacimento, come ad esempio quando riferiscono - come fa Asashi Shimbun del 14 dicembre - che è stata affidata a reparti delle Forze di autodifesa la responsabilità della neutralizzazione dei terroristi nordcoreani che dovessero tentare di infiltrarsi nell'arcipelago in caso di crisi fra i due paesi. E ciò anche per quanto riguarda la protezione delle unità americane dislocate nelle numerose basi. Sembra una banale ovvietà, ma evidentemente in Giappone è una notizia di apertura da prima pagina. Questo particolare apparentemente minore dà la misura di quanta emotività repressa avviluppi e condizioni l'intera questione della militarità nipponica e quanto sia ancora difficile per il Giappone tornare a essere un paese normale.

La stampa cinese ha esplicitamente accusato il Giappone di revanscismo militarista, circostanziando molto puntigliosamente le sue accuse. Ad esempio ha messo in risalto come il bilancio della Difesa giapponese si sia ridotto solo del 2% dal 1990 al 2003, a fronte di una media europea del 30-50%. L'esempio, a sua volta, dà la misura del pregiudizio forse involontario dei cinesi, dato che i giornali non hanno indicato di quanto la Cina ha diminuito il suo bilancio (l'ha certamente aumentato, anche se non sia hanno cifre attendibili) e non ha messo il Giappone in paragone con i suoi alleati più stretti, ad esempio con gli Usa, che hanno incrementato alla grande. Commentando la visita del ministro degli Esteri russo Ivanov, il China Daily ha annunciato trionfalmente il 14 dicembre che sarà tenuta all'inizio del 2005 un'esercitazione congiunta sino-russa di vaste proporzioni, la prima da un quarantennio, che ha certamente scopi intimidatori nei confronti del duo nippo-americano. Da parte della Cina più verso il primo che verso i secondi. Non è ben chiaro il ruolo e le intenzioni dei russi in questa nuova alleanza, che è stata esplicitamente definita tale dal presidente Hu (ma non da Putin che era a Mosca).

La stagione dei tifoni geopolitici in Estremo Oriente è ben lungi da essersi esaurita. Può darsi che questo avviso di tempesta non sia altro che una schermaglia propagandistica senza grandi conseguenze, ma è certo che un'antipatia così profonda come quella che esiste fra i due colossi non è qualcosa che un mondo turbolento come quello attuale si può permettere a lungo. Non con una Corea del Nord in quelle condizioni e un Medio Oriente in quelle altre. Un tempo si diceva che se gli Usa avessero starnutito, all'Europa sarebbe venuta l'influenza, riferendosi alle interdipendenze economiche. Un parallelo è possibile anche per il contesto strategico asiatico e non promette niente di buono. Un fatto è certo: se la Cina non riconoscerà che il Giappone ha diritto di riprendere i pieni attributi della sovranità e dell'indipendenza e questi non rispetterà maggiormente le sensibilità di chi ha molto sofferto per mano sua - riconoscendo come prima cosa le proprie responsabilità in materia, cosa che i governanti nipponici non hanno mai fatto nel modo esplicito, sofferto e apologetico dei loro colleghi tedeschi - è difficile che gli animi si addolciscano.

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