Anno 2004

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Uranio impoverito, una questione ancora da chiarire

Fernando Termentini, 13 dicembre 2004

Premessa

All'inizio del 2001, dopo la guerra del Kosovo e a seguito di un incremento di neoplasie che hanno colpito i militari italiani impiegati nella regione dei Balcani, è emerso improvvisamente il problema dell'impiego in azioni belliche di munizionamento all'uranio impoverito (Du). Altrettanto rapidamente, con un approccio quanto meno sospetto, è stato proposto da quasi tutti gli organi di informazione come qualcosa di nuovo e inaspettato, dimenticando invece che il Du era stato utilizzato insieme alle cluster bombs fin dal 1991 in occasione della prima guerra del Golfo e quattro anni dopo in Bosnia Herzegovina.

Un utilizzo molto diffuso, come su larga scala era stato in tutte quelle occasioni l'impiego di mezzi da combattimento quali il carro armato Abrams e l'aereo da combattimento A10 che come noto da sempre utilizzano munizionamento con presenza di Du. Perchè questa sorpresa e perchè solo in quel momento la sorpresa, non è motivo di domanda per chi scrive e intende affrontare il problema con un approccio sereno ma concreto e con il solo scopo di tentare di chiarire quali siano gli effettivi contenuti del problema per arrivare a scelte che consentano di affrontarlo tentando di ridurne gli effetti.

Da dove deriva il problema specifico è ormai noto. Quali sono i possibili rischi diretti e indiretti che l'utilizzazione del munizionamento al Du può comportare, invece, non è materia completamente chiarita come non è chiaro in quale modo il munizionamento di uranio impoverito possa interagire esplodendo mescolato ad altro munizionamento convenzionale e con altri metalli a seguito di impatto. Si è parlato molto invece - e si parla ancora - di radioattività. Si denunciano possibili malattie gravi notoriamente collegate a questo fenomeno fisico, tralasciando di approfondire piuttosto altri particolari maggiormente significativi.

Proporre il concetto del pericolo radioattivo aiuta sicuramente a distogliere l'attenzione da altri problemi, in quanto il concetto ormai fa parte dell'immaginario collettivo ed è emotivamente appetibile. In questo modo però si distoglie l'attenzione da quello che è il vero problema, ossia l'inquinamento chimico diretto e indotto che il Du può provocare nell'ambiente e sulle persone anche catalizzando gli effetti degenerativi di altri metalli pesanti.

Un tipo di informazione finora sviluppata che non può che essere definita omissiva nella maggior parte dei casi, se non altro per la non completezza dei dati proposti e per le conclusioni ufficializzate senza dare spazio al destinatario della comunicazione di maturare una propria idea autonoma. Con questo scritto si cerca di rimediare a quella che va considerata una carenza dannosissima, perchè influisce negativamente sulle possibili scelte da fare per fronteggiare il problema specifico e altri a esso collegati e collegabili. Sono riportati fatti. Chi legge può trarre le conclusioni.

L'uranio impoverito e il suo impiego

L'uranio impoverito deriva dall'isotopo U235 allo 0,2% e al 98% di U238. Emette particelle Alfa e Beta poco penetranti e che la stessa epidermide può fermare e solo all'atto di un impatto violento il materiale emette radiazioni ionizzanti Gamma. Il tempo di dimezzamento delle radiazioni è di 4,5 miliardi di anni, da cui si evince il bassissimo contenuto degli agenti radianti. La sua rilevanza radioattiva è quindi assolutamente limitata per quanto attiene alla propagazione ambientale, più consistente per quanto concerne agli effetti se locale.

Il Du, però, nel momento che impatta o che brucia produce polveri finissime sotto forma di ossido di uranio, materiale di elevata tossicità chimica e che rappresenta il maggiore pericolo per chi entra in contatto con il metallo. Il Du è molto denso e pesante (1,6-1,7 volte il piombo) ed è pirofilo, ossia in grado di prendere fuoco al solo impatto, raggiungendo in un tempo brevissimo temperature elevatissime. Quando il proiettile colpisce il bersaglio la sua massa viene immediatamente polverizzata nella misura dal 20% al 70% del totale. Le particelle prodotte sono microscopiche e 100 volte più piccole di un granello di sabbia.

Il motivo, dunque, del perchè il metallo Du viene utilizzato nella realizzazione di particolari tipi di munizionamento è determinato dal suo peso specifico molto elevato e dalle sue peculiari caratteristiche pirofile che rendono il munizionamento molto più efficace di quello di moderne cariche esplosive cave.

Il peso specifico elevato consente - a parità di volume - di avere una massa molto superiore con un conseguente sostanziale incremento del potere perforante all'impatto. La caratteristica di autoincendiarsi incrementa il potere perforante del proiettili al Du, in particolare sulle superfici metalliche o comunque sensibili al calore come ad esempio la corazzatura dei carri armati o la schermatura di acciaio balistico dei bunker. Il tutto comunque provoca un incremento delle polveri inquinanti l'ambiente sotto forma di particelle sferiche di metalli pesanti.

Si potrebbero forse raggiungere gli stessi risultati operativi - e per taluni aspetti anche maggiori - utilizzando materiali pregiati come il tungsteno. La differenza sostanziale è però nei costi di acquisizione e trasformazione, tenuto conto che il Du di fatto è una scoria da eliminare. Un proiettile calibro 30 mm, come quello sparato dal cannoncino di bordo dell'aereo A10, all'impatto polverizza nell'ambiente circa 200 grammi di uranio impoverito, parte dei quali brucia con emissione di raggi Gamma.

Una quantità di materiale inquinante rilevante, se rapportata al numero di proiettili che possono essere sparati in un'azione bellica. Ad esempio, i 40.000 proiettili all'uranio impoverito impiegati in Kosovo (fonte Nato) hanno sparso nell'ambiente circa 12 tonnellate di uranio di cui 8.000 nell'aria sotto forma di polvere. Un proiettile da 120 mm del carro armato Abrams può rilasciare da 900 grammi a 3 chili di polvere di Du sotto forma di ossido di uranio. Chi si trova nelle immediate vicinanze dell'impatto o della distruzione della munizione può assorbire con immediatezza dal 50% al 96% della polvere prodotta.

Se il punto dove il proiettile al Du impatta è un ostacolo "morbido", difficilmente si polverizza ma o penetra nell'ostacolo o si frammenta in piccole schegge. Qualora finisca in acqua, il Du tende a disciogliersi rapidamente, con un grado di solubilità direttamente proporzionale alla temperatura e alle condizioni al momento dell'impatto (proiettile incendiato o non).

All'atto dell'impatto, in un raggio di 60-70 metri la concentrazione di uranio impoverito può essere tale che dopo dieci minuti di normale inspirazione si potrebbero inalare circa 2,5 milligrammi di sostanza, quantità considerata dose soglia per la tossicità chimica massima consentita per legge. Altrettanto si verifica per contatto epidermico se si tocca una superficie dove si è depositata polvere prodotta da uranio impoverito.

Nel caso in cui i proiettili non colpiscano l'obiettivo, possono rimbalzare e disperdere frammenti oppure penetrare obliquamente fino alla profondità di circa 2 metri . In questo caso un residuo di uranio impoverito di 0,5 kg rappresenta una fonte inquinante 3.000 volte superiore a quella stabilita dalla normativa italiana, di cui al decreto legislativo 230 del 1995 . Ne consegue che con elevata probabilità, manipolando anche piccolissimi frammenti di uranio impoverito, si corre il rischio di essere contaminati nei termini descritti dalla legge.

Se il manufatto al Du rimane intatto al suolo, il potere inquinante immediato è molto inferiore. Se però all'atto dell'impatto il proiettile prende anche parzialmente fuoco si ha un immediato rilascio di ossido di uranio con una emissione destinata a perdurare nel tempo.

Il rischio e il possibile danno fisico

Parlando di rischio indotto dalla utilizzazione e/o presenza di uranio impoverito, è opportuno distinguere fra il rischio per inquinamento che coinvolge il personale militare che opera in ambiente inquinato e quello relativo alla popolazione civile che vive nelle zone in cui sia stato utilizzato, nel periodo bellico, munizionamento al Du.

Parlare di inquinamento non è esagerato nel momento che in tutti i paesi del mondo industrializzato esistono leggi e normative che regolano lo smaltimento del Du con procedure sicuramente non permissive, a dimostrazione che l'uranio impoverito è un soggetto inquinante. Ciò premesso, vale la pena di presentare quale rischio si corre nell'essere esposti a contatto di uranio impoverito, iniziando proprio da quello dei militari che operano a contatto del Du.

Costoro, per situazione contingente, sono soggetti a essere sottoposti a un'azione inquinante immediata, spesso con valori di concentrazione elevati. Durante le attività operative, infatti, possono trovarsi nella condizione di inalare o ingerire particelle di uranio impoverito disperse nell'ambiente o sul terreno al momento dell'utilizzo del particolare e specifico munizionamento.

Le polveri di ossido di uranio, una volta che si sono mescolate con la terra, possono essere ingerite o inalate anche a distanza di tempo dal momento in cui il materiale è stato utilizzato, in quanto facilmente reagenti con la catena alimentare (acqua, foraggio per gli animali, verdure commestibili, eccetera). Inoltre, una particolare categoria di militari - quella degli esperti di bonifica di ordigni bellici non esplosi (Uxo) e di mine - hanno maggiori probabilità di esposizione se non vengono presi particolari provvedimenti di protezione nei loro confronti.

Costoro, infatti, distruggendo il munizionamento fra cui si trovi anche materiale al Du, all'atto del brillamento creerebbero condizioni analoghe a quelle che si verificano all'impatto dei proiettili all'uranio impoverito sul bersaglio. Di conseguenza questi operatori, se privi di adeguata protezione, si troverebbero esposti a grosse concentrazioni di polveri di ossido di uranio alla stessa stregua di chi in combattimento si trova a essere nei pressi di un punto di impatto di proiettili al Du.

Una situazione ambientale altamente precaria anche perchè l'ossido di uranio si mescolerebbe - tra l'altro - alle particelle microscopiche dei metalli pesanti generati dalla decomposizione del metallo, generata dal processo esplodente. La presenza dell'uranio impoverito, inoltre, catalizzerebbe con le elevatissime temperature prodotte il processo di decomposizione-trasformazione fisica del metallo delle munizioni, riducendolo in piccolissime particelle, la maggior parte delle quali di forma sferica. Il rischio per la popolazione civile, invece, è riconducibile all'inquinamento ambientale provocato dalla dispersione sul suolo e/o nel suolo di materiale al Du o parti di esse sotto forma solida o di particelle pulverulente.

L'avvelenamento può essere immediato, qualora le polveri di ossido di uranio vadano a mescolarsi con le falde acquifere. Può coinvolgere immediatamente chi utilizzi quell'acqua e provocherebbero sicuramente un danno differito nel momento in cui ci si nutrisse ricorrendo alla catena alimentare originata dal liquido inquinato. Una realtà che potrebbe essere quella che si è verificata in molte parti della Bosnia Herzegovina in prossimità della città di Sarajevo o in Iraq durante la guerra del 1991 e quella attuale.

A tale riguardo, studi ufficiali dell'Università di Belgrado riportano che a distanza di sette - otto anni dalla fine della guerra si è avuto nella popolazione, che durante il periodo bellico ha vissuto nell'area delle operazioni o attualmente vi risiede, un incremento notevole della percentuale di tumori del sangue, di malformazioni nelle nascite, di sterilità maschile e di malattie all'apparato urinario. Problemi analoghi vengono segnalati in Iraq, in particolare nella fascia confinaria del Kuwait.

Forse questa - e non la tanto invocata radioattività - è una delle maggiori cause che possono aver indotto malattie gravi nei militari reduci da missioni in territori dove sia stato utilizzato Du e nella popolazione civile che risiede o proviene da queste aree specifiche. Restringendo il campo di indagine su questa tipologia di campionatura di soggetti, si potrebbe sviluppare un monitoraggio mirato per acquisire elementi di elevata valenza scientifica, utili per meglio connotare il problema e per suggerire i possibili provvedimenti atti a limitarne i danni.

Se infatti fosse riscontrata un'analogia fra quanto repertato nell'organismo di militari che abbiano operato o operano nel settore della bonifica e la popolazione civile residente in aree a rischio di ossidi in generale e in particolare da quelli prodotti dal Du, si potrebbe disporre di elementi di valutazione molto significativi. Questi potrebbero proprio rappresentare i punti di partenza, anche per attivare e gestire procedure di simulazione ragionata.

Per ora esiste comunque una certezza: un'elevata percentuale di accertamenti di laboratorio ha permesso di individuare materiali metallici della stessa natura - molti in forma sferica - nei reperti organici in soggetti reduci o afflitti da neoplasie e che hanno svolto attività analoghe negli stessi ambienti soggetti anche a inquinamento da Du e in periodi pressocché coincidenti. Una coincidenza possibile la cui origine, però, andrebbe approfondita, anche esaminando altri soggetti a rischio per mansioni e/o condizioni di vita.

Circoscritto il campo di valutazione del rischio, vediamo ora di individuare i possibili danni fisici e la ricorrenza degli stessi per chi è stato sottoposto a esposizione da inquinamento di metalli pesanti e ossidi di Du in particolare. I dati a riferimento sono riscontrabili in documenti ufficiali prodotti da una specifica ricerca dell'Università di Belgrado. Altre deduzioni derivano dai risultati di analisi strumentali effettuate in Italia su soggetti afflitti da patologie dopo l'esposizione all'inquinamento da Du.

Diversa, quindi l'origine dell'informazione, ma forse per questo di maggiore valenza. La prima è riscontrabile su documenti ufficiali e pubblicati; la seconda - di cui comunque si garantisce l'affidabilità - è verificabile solo attraverso l'esame di documentazione medica privata e solo dopo l'autorizzazione degli intestatari, anche se parte di essa - per quanto noto - risulta essere stata acquisita dall'autorità giudiziaria. L'analisi ambientale dei maggiori siti industriali e militari della Serbia, bombardati con armamento convenzionale e con munizionamento all'uranio impoverito, fornisce numeri preoccupanti quando i dati sono riferiti alla qualità delle falde dei bacini dei fiumi Danubio, Velika Moldava e Lepenica.

L'utilizzazione di munizionamento Api Pgu-14/B con l'aereo A10/A in altre parti dei Balcani come il Kosovo, la Bosnia Herzegovina e la zona confinaria della Serbia con Montenegro e Bosnia, sempre secondo dati di riferimento accademici, porta a valutare una disseminazione sul suolo di più di 50.000 tonnellate di proiettili di cui circa 15.000 tonnellate la componente al Du. La maggiore concentrazione si è avuta a seguito di particolari azioni belliche come il bombardamento nella regione di Bujanovac il 18 aprile 1999, nell'area di Cape Arza nella penisola di Lustice il 30 maggio del 1999 e in Kosovo a partire dal 44° parallelo.

In queste zone è incrementata notevolmente la percentuale dell'incidenza di malattie come forme cancerogene mortali, leucemie di vario tipo, cancro ai polmoni e alla vescica. Tutte patologie che la letteratura specialistica riconduce all'azione degradante provocata sui tessuti dai metalli pesanti, dagli ossidi in generale e in parte dalle sostanze radioattive a bassa emissione, se entrate a far parte della normale catena alimentare. Un'incidenza di patologie che nel tempo coinvolge anche un congruo numero di personale militare che ha partecipato alla prima guerra del Golfo nel 1991 (in particolare statunitense e francese) e coloro che hanno preso parte alle fasi iniziali delle operazioni di peace-keeping nei Balcani (fine 1995 e 1996).

Risulta che esami istologici particolari hanno permesso di accertare che nei tessuti delle neoplasie specifiche - riferite in particolare a personale militare che nel corso della propria attività professionale ha utilizzato materiale esplosivo per motivi addestrativi o si è occupato di bonifica del territorio - è presente una vasta tipologia di "residui di metalli pesanti e composti chimici, parte integrante degli esplosivi, molti dei quali in forma sferica". Nessun metallo al momento della disgregazione può coagulare in forma sferica se non è sottoposto a picchi di elevatissima temperatura (2500-3000 gradi centigradi istantanei) e nessun tipo di esplosivo fra quello utilizzato per il caricamento di proiettili convenzionali è in grado di provocare simili effetti.

L'uranio impoverito, per proprie caratteristiche fisico-chimiche è in grado di catalizzare tali temperature e di esercitare quindi sui metalli, con cui è a contatto al momento del brillamento, processi di trasformazione delle particelle tali da renderle sferiche al momento del raffreddamento per contatto con l'aria. Questo è quanto riferiscono le analisi di laboratorio, e forse in questa direzione andrebbe approfondita l'indagine scientifica, prendendo nel frattempo provvedimenti in grado almeno di arginare il processo degenerativo e ridurre il pericolo futuro.

Conclusioni

Chiunque non sia in possesso di uno specifico bagaglio professionale nel settore è portato a guardare le sostanze come l'uranio impoverito ricorrendo a un unico allarme: attenzione è radioattivo! Analogamente, chi è destinato a informare - come dimostrato dalla maggior parte di quanto pubblicato sull'argomento - ricorrere ad analogo allarme, senza proporre argomentazioni diverse. Argomentazioni che invece il tempo sta dimostrando che hanno una certa validità.

Prima fra tutte la valenza dell'inquinamento chimico che produce la trasformazione meccanica e termica del Du all'atto dell'impatto o se oggetto di azione distruttiva attraverso forti pressioni meccaniche o esplosive. E ancora le caratteristiche chimiche e fisiche del metallo pesante, che gli conferiscono una proprietà catalizzante sugli altri materiali metallici se insieme a questi viene sottoposto a stress esplosivo. Finora l'informazione ha scelto invece la strada più semplice, quella di proporre immagini o notizie specifiche sotto l'aspetto terrorizzante: l'inquinamento radioattivo.

Per approfondimenti: www.fernandotermentini.it

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