Anno 2004

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Tsunami, volontari a rischio mine e ordigni inesplosi

Fernando Termentini, 29 dicembre 2004

La calamità naturale che ha colpito i migliaia di chilometri di costa sull'Oceano Indiano dall'Asia all'Africa, è uno dei più catastrofici eventi tellurici che ha interessato la terra negli ultimi cento anni. Un terremoto, peraltro, accompagnato da un violentissimo ed estesissimo maremoto che ha distrutto tutto ciò che ha incontrato sulla sua strada.

L'acqua marina ha sicuramente contaminato il territorio. Ha sconvolto le fognature, è entrata a contatto con le falde di acqua potabile, ha lasciato una elevatissima percentuale di sali dannosi fra le zolle delle aree agricole, pregiudicando forse per molti anni futuri la produzione alimentare. La violenza dell'acqua ha sconvolto il terreno, lo ha scavato e arato. Ha trascinato arbusti, sassi e quanto altro normalmente trattenuto dalla terra.

Ma questo non è il solo danno e pericolo futuro che la tragedia ha provocato. Moltissime aree interessate dalla catastrofe naturale, infatti, sono fra quelle censite dalle Nazioni Unite come a rischio per la presenza di mine e ordigni bellici non esplosi (Uxo). Materiale che insieme al fango e ai detriti può essere stato asportato dalla posizione originaria e spostato dovunque l'acqua si è insinuata.

La Somalia, la Cambogia, alcune zone delle stesse Maldive sono fra quelle a maggiore rischio. Fra tutte, però, lo Sri Lanka è quello in cui il problema sicuramente assumerà connotati significativi e incrementerà lo stato di emergenza conseguente ai danni diretti provocati dal maremoto. Il paese, infatti, fin dal 1999 è fra quelli in cui è maggiormente sviluppata l'opera della Mine Action Internazionale per arginare un pericolo grave, se si pensa che ancora nel 2003 si sono verificati 99 incidenti da mina che hanno coinvolto la popolazione civile, con 25 morti e 55 feriti gravi.

Dopo la definitiva cessazione dello stato di belligeranza la comunità internazionale ha iniziato a impegnarsi per affrontare il problema specifico assicurando le risorse economiche perché molte agenzie non governative specializzate in attività di bonifica potessero operare. Molto è stato fatto; circa 1/3 delle aree a rischio è stata bonificata e recentemente il governo dello Sri Lanka ha dichiarato che il paese sarà definitivamente liberato dalle mine e dagli Uxo entro il 2006.

Una previsione sicuramente ottimistica se si pensa che nel tempo è stato posato sul terreno un milione di mine che vanno ad aggiungersi alle centinaia di migliaia di Uxo dovuti ai venti anni di guerra civile terminata appena nel 2001, ma che evidenzia una volontà politica di elevato contenuto morale. Nello stesso tempo, però, conferma come nel paese la specificità del problema abbia una macro dimensione destinata ad assumere connotati molto più gravi dopo i recenti avvenimenti di calamità naturale.

La maggior parte delle mine utilizzate in SRI Lanka sono anti persona e di plastica quindi assolutamente non intaccabili dall'acqua anche salata come quella del mare. L'esercito regolare ha utilizzato mine pakistane P4, cinesi Type 72 e italiane VS50. Le forze non governative hanno impiegato mine direzionali Claymore, mine artigianali Jony in contenitori di legno o antiveicolo sempre di plastica chiamate Amman e derivate dalla MK1. A tutto si aggiunge un numero imprecisato di trappole esplosive (Improvised Explosive Devices - IED) e naturalmente di Uxo.

Da appena un anno - alla fine del 2003 - è stato ultimato il controllo tecnico del territorio (Technical Survey) con l'individuazione e la segnalazione delle aree considerate a rischio. Inoltre, il territorio è stato controllato a tappeto per quantificare l'impatto sociale innescato dalla presenza delle mine e degli Uxo (Impact Survey) con risultati essenziali per stabilire le priorità di bonifica e ottimizzare quindi gli interventi operativi.

Il maremoto in una manciata di secondi ha cancellato e vanificato questi sforzi durati quattro anni per cercare di arrivare alla completa pulizia del territorio, che hanno impegnato consistenti risorse economiche e anche richiesto un impegno umano significativo, se si pensa che fino a oggi ci sono stati circa 40 morti fra gli specialisti di bonifica. Infatti, sicuramente le mine - la maggior parte di plastica - sono state trascinate dalla massa acquosa, tirate fuori dal terreno e portate in luoghi dove prima non c'erano. Insieme a esse bombe e munizionamento non esploso.

Con altrettanta elevata probabilità moltissime delle aree già bonificate non sono più riconoscibili perchè l'acqua ha portato via la prevista segnaletica. Altrettanto per quanto attiene alle zone individuate come pericolose, marcate e recintate per salvaguardare la popolazione in attesa di una bonifica sistematica.

Sicuramente molte di queste mine e Uxo si trovano fra i detriti, forse anche trascinate dall'acqua negli anfratti più impensati, nelle case danneggiate, nei tombini delle fognature, nei pozzi d'acqua. Un pericolo nell'immediato futuro per la popolazione appena si accingerà a rientrare nelle proprie terre da cui il tragico evento naturale le ha scacciate.

Un rischio importante in questo momento per le decine di volontari che si stanno recando sul territorio per portare aiuto, per sgomberare le strade, per cercare di ricostruire. Probabilmente, la maggior parte di costoro non conosce il problema, non sa cosa sia una mina, non è in grado di distinguerla da un sasso o da una scatola per lucido da scarpe. Una realtà che si ripresenta ogni qual volta si è chiamati a intervenire in zone dove gli episodi bellici hanno sconvolto per anni il territorio.

Forse questa contingenza dovrebbe indurre a valutare la necessità di istituzionalizzare cicli formativi a favore di chi è destinato, come possono essere ad esempio gli operatori della Protezione civile, a intervenire in aree colpite da eventi di calamità naturali e collocate fra quelle censite come a rischio per la presenza di Uxo e mine.

Moduli formativi di breve durata, ma incisivi per informare costoro e insegnare loro - operatori della Croce Rossa, volontari delle Organizzazioni non governative, personale della Protezione civile - a muoversi fra il pericolo e a saperlo riconoscere. Insieme a costoro, poi, non sarebbe male pensare di inserire personale professionalmente in grado e attrezzato per affrontare nell'immediato il problema e quanto meno pronto a riconoscerlo e a censirne le dimensioni.

Una mina anti uomo esplode se oggetto di una pressione di 10-15 chilogrammi. Una bomba a mano o da mortaio esplode se colpita violentemente da un oggetto pesante o dalla pala di una macchina escavatrice. In questi giorni chi opera sul territorio si muove fra detriti che possono nascondere le mine, muovono macerie e utilizzano sicuramente escavatori per sgomberarle.

Appena lo scorso anno, proprio in questi giorni, in Iran si è verificato un terremoto che ha sconvolto aree in prossimità o direttamente interessate al percolo di inquinamento post bellico. Allora molti dei volontari di oggi si muovevano fra le macerie, calpestando sassi ma rischiando di calpestare anche mine. In questo momento questi volontari sono in Sri Lanka e corrono lo stesso pericolo dello scorso anno.

L'esperienza di allora non ha insegnato nulla e costoro sono all'oscuro di qualsiasi informazione specifica rimanendo indifesi contro un pericolo peraltro noto a tutti gli Stati firmatari della Convenzione di Ottawa sulla messa a bando delle mine anti persona e protagonisti dal 1997 della Mine Action Internazionale, nonché di peculiare interesse delle Nazioni Unite.

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