Anno 2004

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Iraq, lo spettro del Vietnam e la guerra dei media

Davide Valfrè, 17 aprile 2004

Nelle discussioni sugli sviluppi della situazione irachena, c'è una parola che viene ripetuta con preoccupante frequenza: Vietnam. Lo spettro della crisi indocinese salta fuori ogni volta, opportunamente adattato dal commentatore di turno per evocare la preferita tra le soluzioni ai guai di oggi. Sono sempre le stesse: ritiro delle truppe, più ONU, più potere agli iracheni o tutte e tre le cose insieme. Altrimenti, garantisce il commentatore alla moda, il Vietnam è dietro l'angolo.

Forse è il caso di fermarsi un momento a pensare: questo è il classico errore di combattere (in questa sede ci limitiamo a farlo solo a parole) la guerra di oggi come quella di ieri. Senza voler ricorrere a visionari approcci geopolitici, vale piuttosto la pena di considerare alcuni aspetti operativi.

1. Le truppe della coalizione hanno perso il controllo di alcune città o aree del Paese e hanno dovuto riconquistarlo combattendo. Non tutti i Volonterosi (ricordate la suggestiva definizione?) lo sono stati abbastanza e gli USA devono quindi, diciamo così, tenere un fronte più largo. Gli ucraini a Kut e gli spagnoli (e polacchi, visto che è il loro settore) a Najaf hanno avuto bisogno di rinforzi americani. Da questo aspetto nasce la richiesta di più militari USA. Time, nell'articolo "What we learn from Falluja" lo dice apertamente, pur senza nominare i Paesi che hanno avuto problemi.

2. Vuoi per ragioni etnico-religiose, vuoi per il lavoro svolto da italiani e inglesi, il sud dell'Iraq tiene: essendoci una via di rifornimento essenziale come Bassora, non è poco. Certo l'approccio USA al dopo guerra è stato tipicamente "combat", mentre Italia e GB hanno cercato, come si diceva a conflitto appena finito, di conquistare le menti e i cuori della popolazione. Non è stato facile, finora, e nemmeno incruento, ma sembra funzionare. Senza contare che il Kurdistan è un'altra zona del tutto tranquilla, stando alle cronache.

3. Il lavoro di ricostruzione e cooperazione sembra essere un obiettivo prioritario della guerriglia, più ancora delle truppe stesse: prima la bomba contro l'ONU, poi la Croce Rossa, poi gli attentati ai militari e infine i rapimenti. Il bersaglio ora sono i civili stranieri, non tanto perché più indifesi, ma perché, muovendosi a piccoli gruppi e in zone poco sicure e isolate, sono forse più facili da sopraffare; altro che i militari.

4. Molti dei guerriglieri pare siano ex militari del regime e inoltre ci sono ancora troppe armi in giro: il collasso delle Forze armate irachene ha creato il problema dell'abbondanza di armi clandestine. Durante la recente visita del capo di stato maggiore USA Gen. Myers al contingente italiano, l'ufficiale americano ha osservato come in Iraq pare che tutti abbiano un RPG. Bloccare i flussi di approvvigionamento e scoprire i depositi è rischioso, ma è l'unica strada.

Siamo sicuri che invece non sia il fronte interno, i nostri Paesi, la nostra opinione pubblica, il campo dove la coalizione è più in crisi? Tutti i paragoni con il Vietnam possono essere rigettati abbastanza facilmente, tranne uno: la vittoria militare che si scontra con la perdita di consenso in patria, la sconfitta politica.

Sia sulla stampa italiana (Il Manifesto, per esempio, ma non solo) sia su quella straniera, le perdite limitate sostenute dalla coalizione negli scontri di Pasqua sono state percepite come il sintomo della reazione sproporzionata a quelli che certa stampa da noi ha avuto la fantasia di definire "manifestanti". Come se fossero stati allegri girodotondini in Piazza Venezia con i bimbi in carrozzella.

Sul britannico The Guardian, in un articolo del 15 aprile, intitolato "Losing Falluja" si afferma che il fatto che le "forze britanniche abbiano ucciso 15 persone senza sostenere perdite, dà l'impressione che le tattiche delle forze della coalizione (..) siano sbagliate in modo preoccupante". Le stesse perdite che farebbero dell'Iraq un nuovo Vietnam, se guardate in un altro modo, dunque, sono troppo poche. L'opinionista a geometria variabile conta i body bags che tornano a casa, che paradossalmente quindi non sono abbastanza. La matematica non dovrebbe essere un'opinione, ma in poltica forse lo è.

Un altra prova della gestione sbagliata della crisi è la mancanza della figura che aveva invece caratterizzato l'operazione Iraqi Freedom: i giornalisti "embedded". Che fine hanno fatto? Da giorni le immagini che arrivano da Najaf o Falluja sono sempre le stesse, i commenti sono scritti da Baghdad, i generali non fanno più i briefing colorati stile videogame che erano invece abituali durante la guerra dell'anno scorso.

Nel 2003, anche l'opinione pubblica contraria all'intervento armato accettò (sia pur di malavoglia) un conflitto rapido e mediaticamente affascinante come quello iracheno. Continuare a fare informazione in quel modo avrebbe offerto un punto di vista in più per raccontare il dopoguerra, invece di finire tutti a sentire che c'è il nuovo Vietnam, che le schegge impazzite dei miltari saddamiti sono partigiani e che i soldati uccidono i manifestanti.

L'analogia con il Vietnam, l'unica credibile, è proprio questa: è qui da noi che vinciamo o perdiamo, non nelle strade di Falluja. Per combattere con le armi giuste la guerra dei media non è troppo tardi e forse è l'unico modo per vincere anche quella vera.

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