Anno 2004

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L'ONU sdogana la Cecenia: non c'è conflitto armato

Davide Valfrè, 20 maggio 2004

Il 22 aprile 2004 le Nazioni Unite hanno deciso che non esiste alcun "conflitto armato" in Cecenia, almeno nel significato che ha nei trattati internazionali. Date le notizie che arrivano dal Caucaso, la distinzione può sembrare inutilmente notarile, ma visto che l'ONU viene invocata da più parti come la soluzione ideale per l'Iraq, ci sembra uno spunto di discussione interessante.

Il riconoscimento dell'ONU accoglie una richiesta della Russia e, oltre a negare l'esistenza del conflitto armato, definisce gli indipendentisti ceceni non più "gruppi di ribelli" ma "gruppi armati illegali ceceni". Se si pensa che la mozione per declassare lo scontro in Cecenia si accodava alla analoga richiesta inglese sull'Irlanda del Nord, non è difficile capire il fastidio russo ogni volta che i media internazionali parlano del Caucaso negli abituali termini apocalittici.

Un'altra notizia, riportata da Russia Journal online, racconta di un'inchiesta sull'omicidio colposo di 6 civili uccisi da un missile russo. L'Esercito di Mosca sta investigando per accertare le responsabilità, congiuntamente all'amministrazione civile attivata da Akhmad Kadyrov, il presidente ceceno assassinato pochi giorni fa. Lo stesso presidente Kadyrov aveva esplicitamente accusato i russi per l'incidente, sfruttando l'occasione per presentarsi come uomo più o meno equidistante.

Chi ha messo una bomba allo stadio di Grozny per ucciderlo non deve averlo ritenuto abbastanza equidistante, forse perchè le forze di sicurezza di suo figlio vengono da più parti ritenute responsabili di severe rappresaglie sulla popolazione civile: ora anche Shamil Basayev, il nemico numero uno della Russia, si presenta all'incasso politico, rivendicando la paternità dell'omicidio e rilancia minacciando addirittura Putin. Secondo fonti russe, la situazione attuale in Cecenia, dove il figlio del presidente assassinato sarebbe indicato per la successione, mette in pericolo la "road map" moscovita: proprio le attività repressive delle milizie del giovane Kadyrov, 27 anni invece dei 30 previsti per diventare presidente, gli alienerebbero le simpatie della popolazione.

Il principale guerrigliero ceceno, Shamil Basayev, è agli onori delle cronache fin da quando, nel 1995, tenne in ostaggio circa 1500 civili russi nell'ospedale di Bodennovsk, ma è dall'inizio degli anni '90 che affina la propria esperienza bellica. É doveroso ricordare che nel 1993, quando la Georgia dovette battersi contro i separatisti dell'Abkhazia, questi ultimi ottennero aiuto non solo dai russi, ma dagli stessi ceceni. Tra di essi, Basayev, che costituì il cosiddetto "Battaglione dell'Abkhazia". La crisi degli ostaggi di Bodennovsk mise in evidenza la spregiudicatezza di Basayev e il suo orecchio fino in grado di captare il momento giusto in cui colpire il nemico. All'epoca Eltsin era ansioso di considerare chiusa la questione cecena, nonché di attirare investimenti in occasione del G7 e l'operazione dei ribelli ebbe grande eco, dando al mondo l'immagine impietosa di una ex superpotenza bloccata da pochi guerriglieri.

Oggi la Russia di Putin, privata dell'uomo forte ceceno, si trova al punto di partenza, con in più l'incertezza della scelta di un successore. Intanto la parola d'ordine è ricostruzione: nella sua visita a Grozny in seguito all'attentato, il presidente russo ha osservato che la città dall'elicottero ha un aspetto orribile e il presidente facente funzioni Abramov gli ha fatto eco ammettendo che i fondi governativi non sono sempre stati usati bene in Cecenia. Riforme, ricostruzione e aiuti sono la via russa per una exit strategy dignitosa dal Caucaso, mentre circa 70.000 militari di Mosca si trovano nella regione, esposti ad attentati pressoché quotidiani.

Tornando sul tema dell'Abkhazia, il lanciatissimo presidente georgiano Mikhail Saakashvili finalmente l'ha detto: "Se in Georgia dovrà aver luogo un'altra rivoluzione, sarà in Abkhazia". La regione secessionista nel nord-ovest del Paese è subito caduta preda del panico politico, con il governo autonomo che denunciava mosse georgiane per arrivare a un conflitto armato, mentre i canali tv di Tbilisi parlavano di manifestazioni popolari in Abkhazia dove Saakashvili veniva invocato come un salvatore.

La recente riannessione dell'Agiaria ha accelerato l'agenda politica del presidente georgiano che, salito al potere a dicembre 2003 con la cosiddetta "Rivoluzione delle rose" scalzando il vecchio Shevardnadze, ha dimostrato una sapienza non comune nel raggiungere i propri obiettivi con la non violenza, sia pure minacciando l'uso della forza. La sconfitta del presidente-dittatore agiaro è avvenuta dopo settimane di scontro politico e militare strisciante, culminato nel sabotaggio dei ponti che portavano in Agiaria da parte delle forze separatiste. Sabotaggio che, a dire il vero, non ha fatto che favorire la vittoria dei lealisti. Nonostante avesse promesso immunità ai sostenitori del deposto presidente Abashidze, Saakashvili ne ha arrestato un certo numero, dando ulteriore prova della propria spregiudicatezza, soprattutto dopo che al presidente scacciato è stata consentita la fuga a Mosca.

L'altro problema territoriale della Georgia è la regione dell'Ossezia meridionale, anch'essa separata da anni: un summit tra la leadership locale, il ministro georgiano per la risoluzione dei conflitti e l'ambasciatore russo è in corso da venerdì a Tbilisi. Diplomazia da una parte e dichiarazioni infuocate dall'altra, due tattiche ma un solo obiettivo: chiudere con l'eredità di Shevardnadze e i disastrosi anni '90 e recuperare l'integrità territoriale georgiana, un po' per restituire orgoglio a una nazione per anni divisa, un po' per affermare la sua Georgia come un Paese con cui fare i conti. Non certo una potenza regionale, ma almeno un fattore importante nella complicata equazione caucasica.

Con le sue dichiarazioni del 17 maggio durante la visita in Romania, Saakashvili completa un week end molto intenso, durante il quale la leadership dell'Abkhazia aveva denuciato alle Nazioni Unite (che hanno una missione in loco) presunte manovre delle forze speciali georgiane per giungere allo scontro armato.

Tbilisi ha negato, ma lo scenario già visto in occasione della crisi con l'Agiaria si sta ripetendo: lo schema di cui sopra, fatto di dichiarazioni pesanti, mosse militari e smentite è evidente e se Saakashvili vorrà andare fino in fondo (il che è comunque da vedere) lo farà a rischio della propria leadership. Rimane il dubbio che il presidente georgiano stia sondando il terreno ma che la decisione non sia ancora presa: i cambi di regime richiedono tempo e se c'è qualcuno che se ne intende, è proprio Saakashvili il quale, comunque, conserva l'iniziativa e costringe l'avversario a stare in difesa.

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