Anno 2004

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Il difficile equilibrio della Moldova tra est e ovest

Davide Valfrè, 29 maggio 2004

La Moldova non prevede di divenire membro della NATO. Queste le parole del presidente moldavo Vladimir Voronin, durante una visita di Stato in Bulgaria, attualmente presidente di turno dell'OSCE. Il piccolo Paese stretto fra la riluttante sorella Romania e l'Ucraina ha altri problemi: è la nazione più povera d'Europa e sta ancora cercando una soluzione per la regione secessionista della Transnistria.

Non c'è dubbio che le parole del presidente rassicurino Mosca sulle intenzioni di Chisinau: dopo i Paesi baltici e la fuga verso occidente di tutti i Paesi dell'ex Patto di Varsavia, il sogno di Putin di invertire la tendenza sta cominciando ad avverarsi. Meno di un mese fa si diceva che Voronin fosse stato abbandonato da Mosca e la sua decisione senz'altro lo riavvicina alla Russia.

Prima ancora del crollo dell'URSS, la Moldova ha dovuto sperimentare secessioni e guerra civile. Nell'estate del 1990 le regioni della Transnistria (la sponda est del fiume Dniestr a maggioranza slava) e del Gagauz proclamarono l'indipendenza dall'allora repubblica socialista sovietica della Moldavia, innescando una reazione a catena che portò nel 1992 al consolidamento della Transnistria come regione di fatto indipendente.

La maggioranza slava e filo russa di quest'area fu protetta dalla 14^ Armata russa, di cui oggi restano in loco circa 1500 militari, formalmente per proteggere depositi di armamenti di Mosca, ma con funzioni di peace keeping. Una protezione ingombrante per il governo moldavo e anche poco affidabile se, come riportato da Associated Press, nel dicembre 2003 la Russia rimpatriò tutti i missili antiaerei contenuti in questi depositi, senza peraltro consentire all'OSCE di ispezionare il carico.

Il presidente della Moldova è un comunista, caso unico nei Paesi ex-sovietici ed è noto per alcune posizioni anti rumene, nonché per la tendenza ad esasperare lo scontro politico nazionale. La decisione di non entrare nella NATO sarà un duro colpo per tutti i suoi connazionali che, come molti nell'Europa dell'Est, vedono nei simboli euroatlantici una garanzia e un modello cui talvolta attribuiscono poteri quasi taumaturgici.

Mosca tradizionalmente non rimpatria volentieri i suoi militari, tantomeno il proprio materiale presente nei Paesi della Comunità di Stati Indipendenti: la rendita di posizione e la possibilità di esercitare pressioni sui governi locali (come ad esempio in Georgia) sono l'allettante contropartita per il costoso dispiegamento di soldati in zone che fino a ieri erano tutt'uno con l'URSS. Tuttavia, in alcuni casi il materiale potrebbe essere in pericolo e in Moldova pare che ci fosse il rischio che questi missili finissero nelle mani di terroristi.

La Russia ha ancora molti militari nelle repubbliche ex sovietiche. Nel febbraio 2004 un articolo del Washington Times ne ha fatto una efficace sintesi: oltre alla Moldova ci sono basi russe in Georgia, Tajikistan, Armenia e Azerbaijan, in Kazakhstan c'è un centro di lancio per missili. Una nuova base aerea in Kirgizistan è stato aperto il 23 ottobre 2003 ed è la prima base all'estero aperta dalla fine della Guerra Fredda: per coincidenza, o forse no, anche gli USA hanno nel Paese una base aerea, a Manas, a poca distanza.

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