Anno 2004

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Armenia, Azerbaijan e l'equazione Caucaso

Davide Valfrè, 18 settembre 2004

L'annullamento dell'esercitazione NATO Best Effort 2004 sembra per certi versi esemplare della situazione in cui la fine dell'URSS ha lasciato le zone periferiche dell'ex impero del male: due ex repubbliche sovietiche che si fronteggiano da anni per il controllo di una zona di confine e l'Azerbaijan che nega il visto d'ingresso ad alcuni ufficiali del paese rivale sul proprio territorio, portando alla cancellazione dell'esercizio NATO.

La questione Armenia-Azerbaijan può essere considerata da molti punti di vista. Il primo è puramente di confronto religioso: un paese musulmano contro uno cristiano, molto semplice. Può reggere fino a certo punto, perchè se l'appartenenza a una comune matrice etnico-religiosa vale tuttora all'Azerbaijan il supporto della Turchia, che nella regione è un indubbio punto di riferimento e che ha posto un embargo sull'Armenia per la questione del Nagorno Karabakh, la motivazione non pare convincente.

La seconda chiave di lettura è appunto il Nagorno Karabakh: l'Azerbaijan ha perso dal 1994 il controllo su questa parte del proprio territorio a cavallo fra i due Stati, che è passato all'Armenia, millantando indipendenza ma di fatto sotto l'influenza di Yerevan. L'area era a etnia mista, con prevalenza armena e ora è quasi esclusivamente armena. L'Azerbaijan alla fine della guerra perse il controllo del sedici per cento del proprio territorio e deve tuttora provvedere agli oltre ottocentomila rifugiati e profughi.

Oltretutto, l'Azerbaijan è un produttore di petrolio - che ancora deve produrre il benessere sperato - e l'oleodotto in costruzione che parte da Baku farà il giro da Tbilisi in Georgia per arrivare a Ceyhan in Turchia (che ricompare nei giochi, con motivazioni meno disinteressate) senza toccare l'Armenia e dal 2005 si stima possa portare l'equivalente di un milione di barili di greggio al giorno dal mar Caspio al Mediterraneo senza passare dal Bosforo via nave.

Il terzo punto di vista sulla mini crisi in atto è quello di Mosca, che difficilmente vedrà come un problema il battibecco fra due membri dell'anticamera della NATO, oltretutto alle porte della federazione. In fin dei conti la Russia cerca non da oggi di radunare le ex repubbliche sovietiche sotto la propria protezione e la Partnership for Peace è tutto il contrario. Come in tutti i conflitti, o ci si schiera, o si resta neutrali, o si fa da paciere. Mosca sembra scegliere di schierarsi dalla parte dell'Armenia, senza tralasciare il proprio ruolo di vicino grande e influente.

Mentre vengono cancellate esercitazioni NATO, Russia e Armenia le esercitazioni bilaterali le fanno senza problemi, come nell'agosto 2004. Un anno fa inoltre il ministro degli Esteri Ivanov dichiarò che l'Armenia era il solo alleato della Russia a sud. L'osservazione è del tutto speculare per Yerevan. I legami della piccola repubblica con l'orso russo rischiano di deteriorarsi in futuro, specie per via della massiccia dipendenza di Yerevan dalle importazioni energetiche, ma il Cremlino ha bisogno dell'Armenia e questa per ora non può fare a meno del pur ingombrante alleato. In questo gioco di potere il vero anello debole è proprio l'Armenia, circondata da nemici o quasi e con un unico amico, le cui offerte non può assolutamente rifiutare.

Niente di nuovo nel Caucaso, anche se il problema del Nagorno Karabakh era ormai quasi sbiadito rispetto alla Cecenia. Tuttavia la questione porta alla luce alcuni problemi irrisolti che vanno oltre le pur gravi dispute territoriali. La NATO, attraverso PfP si rivela comunque incapace di risolvere questioni tra Stati partner, come già accaduto nel caso degli Stati membri Grecia e Turchia, ad esempio. Quest'ultima è uno dei players geopolitici della regione, oltre a esserlo in campo economico e commerciale. Il coivolgimento di Ankara nel genocidio degli armeni, i legami con repubbliche ex-sovietiche come la Georgia e l'Azerbaigian (dei quali è rispettivamente il secondo e il terzo partner commerciale) , l'interesse nella costruzione del citato oleodotto BTC, fanno della Turchia uno dei fattori dell'equazione.

La Russia, sempre più sotto osservazione, non ha forse da guadagnare molto di più di una presenza fisica e poco impegnativa nel Caucaso. L'Armenia ha continuato a ospitare le truppe e gli aerei del Cremlino, dando a Putin l'unica isola di influenza internazionale in un'area dove la presenza USA, militare e non (vedi sempre il famoso oleodotto BTC), tra i consiglieri presenti in Georgia e la programmata base in Azerbaigian, è sempre maggiore.

Cercare un nesso tra un visto negato e i tentacolari giochi di potere che coinvolgono le schegge dell'ex URSS, finora incapaci di affrancarsi del tutto, può forse essere velleitario. Dare la colpa al solito dissolvimento selvaggio dell'impero rosso però può essere un grave errore: se c'è un'area dove i potenti del mondo si stanno sfidando, dove il terrorismo sta trovando terra sempre più fertile e dove Oriente e Occidente si giocano ben più di qualche barile di petrolio è proprio questa.

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