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| Anno 2004 | |
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Se il 2003 si è concluso con le celebrazioni per i cento anni dell'impresa dei fratelli Wright, nel 2004 cade un'altra ricorrenza per un evento altrettanto straordinario: i 50 anni del primo sottomarino a propulsione nucleare, il Nautilus. Era il 21 gennaio 1954, infatti, quando il battello venne varato alla presenza della sua madrina, la moglie del presidente Eisenhower. Da lì a pochi mesi, il 30 settembre dello stesso anno, sarebbe stato consegnato alla US Navy, per compiere la sua prima navigazione in immersione il 17 gennaio 1955.
Per la seconda volta in dieci anni, dopo le bombe di Hiroshima e Nagasaki, l'atomo entrava prepotentemente a stravolgere l'universo militare, portando a compimento la rivoluzione nucleare negli schemi di tecnici e strateghi. La guerra fredda, in particolare, poteva entrare nella sua fase di maturità. E anche se il quadro avrebbe assunto la sua fisionomia definitiva solo cinque anni dopo con l'introduzione dei missili Polaris, certo l'avvento della propulsione nucleare inaugurava una nuova dimensione entro la quale sfidare la superpotenza avversaria. Ne nacque una rincorsa tecnologia per il dominio delle profondità oceaniche che finì per surclassare a tratti gli altri ambienti di contesa, con l'Unione Sovietica che addirittura puntava a farne il fronte principale di scontro. In simili scenari la competizione quotidiana tra gli SSN cacciatori e i silenziosi SSBN divenne quasi l'immagine simbolo della guerra fredda. Agli albori la portata e le ricadute dell'introduzione della propulsione nucleare forse non vennero neanche colte in tutto il loro spessore. Già le linee tradizionali e conservatrici del Nautilus tradivano una impreparazione a sfruttare appieno le potenzialità proprie di un sottomarino atomico. Analogamente, ma per altri aspetti, appare oggi inspiegabile l'idea di costituire una forza navale NATO basata su 25 mercantili quali vettori per missili Polaris: evidentemente l'idea dell'SSBN doveva ancora nascere e radicarsi. Ma a parte i ricordi di un passato ancora recente, il cinquantesimo anniversario del varo e della consegna del Nautilus può costituire lo spunto per alcune riflessioni. La prima riguarda le prospettive della propulsione nucleare: la sua parabola sembra avere già passato da un pezzo l'apice e vede sempre più erosi i margini d'impiego. Sono lontani gli anni delle task force nucleari e le classi di incrociatori propulse dall'atomo sono scomparse come meteore. A navigare sopra la superficie dei mari restano solo le grandi portaerei. Tuttavia, per il progetto statunitense CVN-21 il dibattito sulla propulsione non è ancora chiuso: anche se l'acronimo include la N di ordinanza, oltre all'energia nucleare vengono esaminate diverse altre soluzioni. Anche sotto gli oceani i recenti progressi tecnologici compiuti con le propulsioni anaerobiche hanno sensibilmente ristretto i margini di convenienza per il nucleare. Se la cosa appare scontata per le Marine piccole e medie, anche la US Navy ha avuto a suo tempo qualche incertezza nella scelta dell'apparato motore per i futuri NSSN. D'altra parte sono le caratteristiche stesse delle nuove forme di guerra - contraddistinte spesso da operazioni in ambiente littoral - ad esigere per compiti di intelligence o di supporto a operazioni speciali battelli sempre più silenziosi e maneggevoli. Una considerazione può essere fatta pure sulle frontiere della scienza e della tecnica. Per l'ultima volta, con l'entrata in servizio del Nautilus, si superava concretamente e in maniera netta una barriera tecnologica. È accaduto per l'ultima volta? Forse sì: la rivoluzione digitale, ad esempio, ha investito il mondo militare in maniera molto più graduale, coronando giorno dopo giorno un progresso continuo e costante. E se anche l'attività nella plancia di una nave di oggi è irriconoscibile per un marinaio di ieri, è quasi impossibile individuare una data spartiacque. L'anniversario mancato Il 2004 avrebbe anche potuto essere il quarantesimo di un altro sottomarino nucleare: l'italiano Guglielmo Marconi. La sua costruzione fu annunciata nel 1959, ma quando fu evidente che problemi di varia natura ne rendevano impossibile la realizzazione, la Marina non si perse d'animo e passò a progettare un'unità logistica: la Enrico Fermi, anch'essa a propulsione nucleare. Alla fine non se ne fece nulla, ma intanto… Intanto le inedite soluzioni adottate sul Garibaldi per i pozzi di lancio dei missili Polaris suscitavano ben più di una curiosità da parte della US Navy, interessata a riprendere l'idea. Qualche anno prima - per l'esattezza quello del varo del Nautilus - sempre su nave Garibaldi si erano svolte con esito pienamente soddisfacente prove di appontaggio e decollo con elicottero. Da lì a poco nacquero le fregate classe Bergamini - le prime unità portaelicotteri del mondo - e gli incrociatori classe Doria, le cui sistemazioni elicotteristiche divennero di fatto uno standard per tutte le costruzioni successive. Come se non bastasse, nel 1967 il primo appontaggio da parte di un Harrier su un'unità navale fu effettuato nella rada di La Spezia sull'incrociatore Andrea Doria. Anche questo mancato quarantesimo anniversario tutto italiano si presta a riflessioni. Difficile non provare ammirazione per il profondo spirito innovatore che animava la Marina Militare a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta. In quell'atteggiamento forse c'era un po' di tutto: la volontà politica di cavalcare il progresso tecnologico in sintonia col boom economico del paese, una buona dose di ingenuità nell'interpretare i nascenti scenari della guerra fredda, uno spirito di rinascita della Forza Armata vent'anni dopo la guerra, una sincera ambizione a competere alla pari con gli alleati e quant'altro. Difficile, soprattutto, resistere alla tentazione di fare un confronto con la situazione attuale: dello spirito pionieristico non sembra esserci più traccia. Un abbattimento delle nuove barriere tecnologiche d'altra parte non è certo pensabile qui, dove l'Europa paga nel suo complesso un gap incolmabile che è ulteriormente appesantito dall'inerzia tutta italiana nel campo della ricerca. Ma lo spirito innovatore forse manca ugualmente. Da un po' di anni, ad esempio, si parla di promettenti sviluppi per navi con scafo non convenzionale, dai trimarani fino ad arrivare alle navi ad effetto superficie. Tutte soluzioni, queste, esplorate timidamente. |