Anno 2004

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Perché ho lasciato la Marina militare inglese

Saverio Zuccotti, 28 febbraio 2004

Sul numero di febbraio della rivista inglese Prospect è stato pubblicato un articolo in cui un ex ufficiale della Royal Navy spiega le ragioni che lo hanno spinto a lasciare la Marina dopo undici anni di servizio. E' uno sfogo tanto amaro quanto accorato che vale sicuramente la pena riassumere e commentare.

Siamo nel 1993. La guerra fredda è terminata da una manciata di anni, nel mondo ancora riecheggia il conflitto del 1991 contro l'Iraq. Tutto lascia pensare che gli anni successivi saranno cruciali per rispondere alle nuove sfide geopolitiche. Le stesse Forze armate, ancora dimensionate per la minaccia sovietica, dovranno mettersi al passo con i tempi e la Royal Navy sembra offrire prospettive stimolanti. Lewis Page decide di iniziarvi la sua carriera da ufficiale.

Ma undici anni di servizio sono un periodo di tempo più che sufficiente per accorgersi che, nonostante le premesse, nulla è cambiato nella Marina di Sua Maestà. E' la sua stessa esperienza personale che lo induce a maturare un senso di frustrazione. Specializzatosi nella guerra di mine, spende dieci della sua carriera imbarcato sui cacciamine senza mai poterne avere il comando: gli è fatale la mancanza di esperienza sui cacciatorpediniere e sulle fregate.

Perché resiste questa supremazia atavica di navi che, notoriamente votate alla lotta antisommergibile (ASW, Anti Submarine Warfare), antinave e antiaerea, hanno ormai esaurito in gran parte la loro importanza? Statisticamente, non sono oggi le mine il pericolo principale per le marine? Perché, negli obiettivi della Royal Navy di oggi e di domani, si parla dello stesso identico numero di caccia e fregate - 12 e 20 rispettivamente - che erano in servizio nel 1993?

Page è minuzioso nello smontare le teorie dell'ortodossia più radicata. Ridimensiona pesantemente la minaccia dei sottomarini, soprattutto per le limitazioni intrinseche dei tradizionali battelli a propulsione diesel-elettrica e per le difficoltà che i potenziali nemici troverebbero nell'organizzare attacchi con unità subacquee. La facilità con cui gli inglesi eliminarono nel 1982 la minaccia dei sommergibili argentini è a suo dire illuminante.

Non solo: le fregate della classe oggi in servizio - le Type 23 - sono nate vecchie e difficilmente saprebbero fronteggiare i sottomarini russi dell'ultima generazione. Casomai, i mezzi più idonei nella lotta ASW sono elicotteri e sottomarini. I primi per operare richiedono poco, anche solo un mercantile opportunamente modificato. I secondi, pur essendo più costosi di una fregata, sono di gran lunga più efficaci e hanno equipaggi decisamente meno numerosi.

Aerei, elicotteri e sottomarini sono la migliore risposta anche contro la minaccia di navi di superficie. A dimostrarlo è la sorte che toccò nel 1982 all'incrociatore argentino Belgrano e nel 1991 a gran parte della Marina irachena.

Caccia e fregate, nell'analisi di Page, non si salvano neppure nella guerra antiaerea. Quest'ultima può essere suddivisa in tre distinti livelli. In quello più esterno, appannaggio degli aerei, la difficoltà inglesi sono generalizzate: il Tornado F3 ha ottima autonomia ma scarse prestazioni, mentre per l'Eurofighter la situazione è opposta. Nelle missioni d'oltremare, quando le basi a terra non ci sono, bisogna farsi bastare i Sea Harrier. Per loro, la perdita di spinta comune a tutti i jet che operano in climi caldi è una grandissima limitazione che li obbliga a sganciare in mare l'eventuale munizionamento inutilizzato prima dell'appontaggio. Il cacciabombardiere di domani, l'F-35 (Joint Strike Fighter), per operare al meglio dovrà sfruttare radar aeroportati. Anche qui, dunque, niente concorso di caccia e fregate.

Sulle medie distanze va peggio ancora. Le fregate, per loro natura, non hanno simili capacità. I caccia Type 42 e il loro sistema missilistico Sea Dart vengono invece definiti semplicemente "pezzi da museo". Alle Falklands venivano schierati tra il grosso della flotta e il nemico per fare da scudo (passivo) di fronte agli attacchi dei Super Etendard argentini. In quella guerra, tuttavia, la portaerei ausiliaria inglese Atlantic Conveyor fu affondata nel corso di un attacco sferrato da una direzione imprevista. Probabilmente non sarà risolutiva nemmeno l'introduzione dei futuri caccia Type 45: la copertura radar garantita da un'unità navale sarà sempre inferiore a quella di un sistema aeroportato.

Alle corte distanze, infine, l'autore dell'articolo osserva come i sistemi antiaerei di punto proteggano solo le navi su cui sono installati. Per cui, la presenza delle fregate in un gruppo navale non è giustificato neppure per questa forma di lotta.

E allora? Aeromobili imbarcati, sottomarini, cacciamine, marines e navi da sbarco sono per Lewis Page gli unici ingredienti per fare della Royal Navy un'efficace strumento con cui rispondere alle più moderne sfide. Peccato, commentiamo noi, che una conclusione così netta rischi di compromettere l'avvincente analisi critica condotta nel resto dell'articolo. Certo, su molti punti non si può essere d'accordo e talune affermazioni vanno forse ricondotte al tentativo di provocare e di stimolare una riflessione seria e approfondita. Volendo fare una battuta, verrebbe da dire che in Inghilterra sono davvero incontentabili se l'aver dato prova di somma duttilità durante la guerra delle Falklands non è bastato alla Royal Navy per evitare critiche così pesanti di immobilismo dottrinario.

In realtà Page individua e stigmatizza quell'inerzia che talvolta contraddistingue la dirigenza militare durante la delicata e fondamentale fase della programmazione delle acquisizioni. L'esame oggettivo e distaccato dei requisiti operativi, lo studio di ipotesi alternative e la valutazione dell'impatto economico delle diverse soluzioni forse non sempre sono eseguiti con la più fredda razionalità necessaria.

Non sappiamo quali saranno - se ci saranno - le reazioni all'articolo di Lewis Page. Indipendentemente dalle conclusioni cui potrà giungere, è auspicabile che si apra un dibattito sulle prospettive della guerra marittima più approfondito e - perché no? - realistico di quanto non sia stato finora. Per le Marine di medie dimensioni sarebbe un'occasione d'oro per provare a individuare strutture e configurazioni più mirate, efficaci e sostenibili di quelle "olimpiche" attuali (la definizione virgolettata è del generale Jean).

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