Anno 2004

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Stretto della Malacca, pirateria e rischio terrorismo

Saverio Zuccotti, 5 maggio 2004

Per la seconda volta nel giro di poche settimane, il governo della Malesia ha ribadito un secco no all'ipotesi avanzata dagli Stati Uniti di inviare nello Stretto della Malacca i Marines per garantirvi la sicurezza. Sia a Kuala Lumpur che in Indonesia una simile iniziativa viene considerata come una minaccia alla sovranità nazionale. Dietro una espressione così forte, tuttavia, si nasconde probabilmente il desiderio di negare agli Stati Uniti un pretesto per insediarsi concretamente nella regione.

Quasi come in un libro di avventure, all'origine di questo nascente screzio ci sono i pirati. Nulla a che vedere con i corsari stile Morgan, tuttavia. E neppure con il più affine Sandokan. Si tratta, più prosaicamente, di quella che pare essere una moderna e redditizia forma di criminalità, considerato che ancora nel primo semestre 2003 l'International Maritime Bureau registrava il numero record di 234 attacchi condotti contro navi, segnando un incremento del 37 percento rispetto allo stesso periodo del 2002. Se il transito nelle acque di Nigeria, India e Bangladesh può comportare talvolta pericoli, lo Stretto della Malacca risulta essere la zona a più alto rischio, con il 25 percento degli atti di pirateria complessivi.

Le modalità di attacco sono quasi sempre le stesse: piccoli gruppi di 5-10 persone si introducono a bordo dei mercantili approfittando dell'oscurità per impossessarsi del carico. La natura detta i tempi: nello Stretto della Malacca gli attacchi si fanno più frequenti nel periodo novembre-febbraio, che coincide con il monsone di nord-est. Uno degli aspetti più preoccupanti è il ricorso degli ultimi anni ad armi sempre più pesanti (bazooka inclusi), con conseguente aumento del numero di morti e feriti.

In realtà il timore di Washington - più che fondato viste le premesse - è che all'ombra della pirateria si insinui il terrorismo di al-Qaeda. La rete di Bin Laden nel farlo potrebbe trarne innumerevoli vantaggi. Tanto per cominciare economici, solo sfruttando i bottini e gestendo in qualche misura i proventi dell'attività. Allo stesso tempo, l'imponente volume di traffico mercantile che si sviluppa nello Stretto della Malacca (200 navi al giorno, pari al 25 percento del traffico mondiale) fornisce l'imbarazzo della scelta per quanto riguarda gli obiettivi e l'intensità con cui colpire. Basterebbe probabilmente qualche attentato eclatante per diffondere una psicosi tra gli armatori o far salire i prezzi del trasporto marittimo.

Quello di tenere l'ombra di Bin Laden lontana dai mari è l'ennesimo compito affidato alle Forze armate americane in questa gigantesca partita contro il terrorismo. La diplomazia a stelle e strisce è già al lavoro per preparare il terreno e limare gli ostacoli: ovviamente il comandante delle Forze del Pacifico sarebbe stato male interpretato sulle modalità di intervento nello Stretto della Malacca. Ma per il momento Kuala Lumpur rimane ferma sulle sue posizioni, e accusa Singapore di non fare abbastanza per garantire la sicurezza. A questo punto, probabilmente ci penseranno i Marines.

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