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| Anno 2004 | |
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Se i piani di Bush e Rumsfeld per la ridistribuzione delle forze americane nel mondo sembrano definiti già con sufficiente chiarezza, il teatro del Pacifico presenta in materia alcune difficoltà logistiche di non facile soluzione. Il nodo della questione coincide con un piccolo isolotto nel bel mezzo dell'oceano, un lembo del Giappone che risponde al nome di Okinawa e la cui popolazione ha un solo grande problema: delle basi americane non ne può davvero più.
Nella primavera 1945 i marines erano sbarcati sull'isola per conquistarla e farne il trampolino di lancio per l'attacco finale al Giappone. Nonostante la fine della seconda guerra mondiale, Okinawa mantenne intatta la sua importanza strategica e gli Stati Uniti ne fecero una loro cittadella entro la quale si chiusero a presidio dell'intero scacchiere. L'isola venne restituita alla piena sovranità di Tokyo solamente nel 1972, ma nella sostanza la situazione rimase invariata. Ancora oggi la presenza militare americana è imponente e paralizza di fatto l'attività della popolazione civile. Ad Okinawa si concentra intatti quasi il 75% delle basi e il 65% dei militari statunitensi in Giappone. Volendo tradurre queste percentuali in valori assoluti, si può dire che in questa piccola roccaforte del Pacifico venticinquemila soldati USA occupano con le loro installazioni un quinto della superficie totale. Le attività militari finiscono quindi col sovrapporsi pesantemente alla vita della popolazione civile. La base dei marines di Futenma, ad esempio, si trova al centro della città di Ginowan, di cui occupa un quarto del territorio comunale. Far convivere queste due realtà è praticamente impossibile, e l'attività di volo degli elicotteri è fonte di inquinamento acustico. Oltre alle gravi difficoltà di tutti i giorni, non mancano neppure gli episodi che acuiscono di tanto in tanto la crisi di convivenza tra popolazione civile e militari americani. Una prima accelerazione in questo senso si ebbe nel 1995, quando una ragazzina dodicenne venne violentata da un gruppo di marines. Recentemente, lo schianto di un elicottero su un campus universitario ha provocato l'ennesima protesta con manifestazioni da parte di trentamila abitanti dell'isola. E' dunque evidente quale sia la portata dei problemi di Okinawa. Trovare una soluzione è un'impresa tutt'altro che semplice che impegna da tempo i governi di Washington e Tokyo. Nei piani dell'amministrazione Bush, tuttavia, la riduzione delle basi all'estero non sembra interessare il Giappone, e l'offerta di ridurre del 10% il personale di stanza ad Okinawa non va oltre il simbolico gesto di buona volontà. La patata bollente ritorna così nelle mani del premier giapponese Koizumi, che dovrà cimentarsi in mille alchimie per trasferire altrove le basi di Okinawa. Dove esattamente non si sa, visto che non si trova nessun angolo dell'arcipelago nipponico disposto ad ospitare i soldati americani. L'interva vicenda di Okinawa si presta fin d'ora a un paio di considerazioni sulla politica di sicurezza giapponese e americana nell'Estremo Oriente. Da una parte, come appena ricordato, Bush e Rumsfeld confermano la vocazione di baluardo strategico per la piccola isola giapponese, che rimane un comodo e silenzioso pied-à-terre nel Pacifico. Più in generale, l'intero Giappone resta un caposaldo in quella che sarà la futura geografia della presenza militare americana nel mondo. Privilegio o condanna? L'Europa, rimasta completamente orfana di qualsivoglia ragionevole minaccia convenzionale, guarda con sospetto e preoccupazione al ritiro delle divisioni corazzate statunitensi dalle storiche basi in Germania. Nel paese del Sol levante si ha paradossalmente la situazione opposta. Le velleità missilistiche di Cina e Corea del Nord avvicinano ancor più della geografia terrestre il Giappone a questi suoi potenziali nemici. E tuttavia, a Tokyo non si fanno salti di gioia nell'apprendere che gli americani rimarranno in forze. Evidentemente, si ritiene di poter controllare la situazione anche senza il deterrente delle truppe USA. |