Anno 2004

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Uranio, la proposta europea e la scelta di Teheran

Saverio Zuccotti, 28 ottobre 2004

Un nuovo tassello poteva andare ad aggiungersi al mosaico che riguarda i nebulosi programmi iraniani sul nucleare. Una iniziativa promossa da Londra, Parigi e Berlino puntava infatti a raggiungere una realistica soluzione di compromesso, proponendosi come via d'uscita al quadro di impasse generatosi. La ricetta suggerita prevedeva di assicurare a Teheran, a prezzo di concessione, il materiale fissile per i suoi reattori, e in particolare per l'impianto civile che i russi stanno costruendo vicino alla città portuale di Bushehr. In cambio, all'Iran era chiesto di sospendere ogni attività di ricerca per i processi di arricchimento dell'uranio.

In questo aspetto andava individuata la chiave di volta dell'intera proposta. È vero che l'arricchimento entro determinati livelli dell'elemento radioattivo può essere usato per alimentare i normali reattori, ma è altrettanto vero che l'uranio molto arricchito diventa un componente essenziale nella realizzazione di ordigni nucleari. E una simile prospettiva, ovviamente, toglie il sonno a molti paesi occidentali. Oltretutto, i più importanti attori della vicenda soffiano sul fuoco per opposte ragioni.

I modi ruvidi con cui Washington segue l'evolversi dei programmi iraniani fanno sì che preoccupazioni sicuramente legittime e fondate vengano di fatto interpretate come un vero e proprio braccio di ferro. Teheran, sull'altro versante, sembra condurre il gioco secondo uno schema ben preciso e chiaro. Alimentando equivocamente le voci sulla portata e sugli intenti della rincorsa alla tecnologia nucleare, sta solo iniziando a far lievitare il proprio peso nello scenario regionale e internazionale.

Disinnescare preventivamente queste potenziali bombe (atomiche) è quindi una vera e propria priorità nell'impostazione di efficaci politiche di sicurezza. I tre paesi promotori volevano anche assicurarsi elevate probabilità di successo, inserendo l'iniziativa in un più ampio pacchetto di accordi, con il coinvolgimento di diverse materie quali il commercio, la cooperazione, la lotta al crimine e altre ancora.

Tra i punti di forza di questo possibile accordo c'era senza dubbio l'impegno diretto e congiunto di Francia, Germania e Regno Unito. Da una parte, esso si configurava come un percorso teoricamente autonomo rispetto alla prevedibile politica americana. Dall'altra, poteva essere visto come il primo passo verso un formale coinvolgimento della Unione Europea. Dal punto di vista strettamente pratico, la disponibilità ad alimentare anche i reattori che l'Iran deciderà di costruire in futuro non costituiva certo un'offerta di poco conto.

Tuttavia - e qui stava il punto debole della proposta ­ Teheran sapeva benissimo che accettare significava rinunciare a una vera indipendenza nel settore dell'energia atomica, subordinando l'operatività delle proprie centrali alle forniture di materiale fissile proveniente dall'estero.

La mossa europea era comunque fine, dal momento che avrebbe costretto l'ex regno di Persia a scoprire le carte. Tra le altre cose, i termini dell'accordo prevedevano anche il sostegno dei tre paesi europei per costruire reattori ad acqua leggera in luogo di quelli ad acqua pesante, che producono un materiale pericolosamente dual-use come il plutonio.

Il rifiuto dell'Iran potrebbe avere una sola chiave di lettura fin troppo facile da prevedere. Volendo azzardare qualche scenario, è opinione diffusa che in qualche modo si proverà a riprendere il metodo israeliano, che una domenica pomeriggio del 1981 azzerò tutti i programmi nucleari iracheni con un formidabile raid aereo. L'Iran è perfettamente cosciente di questo pericolo e da tempo sta affinando le armi per contrastare tali minacce. Quella su cui si fa più affidamento è il missile Shahab-3, accreditato di distanze prossime ai 2.000 km e destinato ad attacchi mirati contro il territorio israeliano e contro le basi Usa nel Golfo Persico.

Se invece Teheran si fosse concessa un po' di lucidità e avesse accettato di modificare la prospettiva strategica del proprio programma nucleare, non avrebbe fatto fatica a scorgere dietro la proposta europea considerevoli vantaggi in termini economici e di ricadute tecnologiche.

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