Anno 2005

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L'economia dopo il peacekeeping: il caso del Kosovo

Leandro Abeille, 8 marzo 2005

L'economia kosovara è in uno stato di profonda depressione: il Pil del Kosovo era di 1,85 miliardi di euro nel dicembre 2001; 1,57 miliardi di euro nel giugno 2003; 1,34 miliardi di euro nel dicembre 2003, secondo uno studio della banca mondiale, il "Kosovo's Economic Memorandum", la povertà in nella provincia ex-Jugoslava sta aumentando.

Su cento kosovari quindici vivono in estrema povertà, in considerazione del fatto che spendono, per il proprio sostentamento, circa 0.93 euro. Dei restanti 85: 37 sono considerati poveri con una spesa media di sostentamento di soli 1.42 euro giornalieri, gli altri 48 si arrangiano. Qualcuno lavora per Unmik, Osce, Kfor, Ngo varie e sono i più ricchi perché hanno stipendi di circa 600 euro mensili, altri lavorano per il governo o la polizia Kps, guadagnando molto di meno, altri ancora costituiscono l'ossatura economica kosovara con i loro negozi, banche, pompe di benzina, ristoranti con guadagni molto differenziati tra loro. Per sopravvivere, in molti casi, singole famiglie sono aiutate economicamente da qualche parente che vive e lavora all'estero, perlopiù in Germania e Svizzera.

La cifra del disastro dell'economia kosovara è forse rappresentata al meglio dalla situazione della bilancia dei pagamenti. Nel 2003, il Kosovo ha importato beni per 968,5 milioni di euro, esportando solamente per 36,3 milioni (per lo più legname e funghi). L'impatto di migliaia di operatori internazionali con uno stipendio medio di 4.000 euro mensili, rispetto a uno stipendio medio degli occupati kosovari di 250 euro, non ha sicuramente giovato, portando un incremento dei prezzi, soprattutto nelle città più grandi, di livello esponenziale. Senza considerare il fatto che l'effetto euro si è percepito anche in Kosovo: il passaggio dal marco tedesco (moneta parallela) all'euro (sempre moneta parallela) ha creato un innalzamento dei prezzi al dettaglio.

Il Kosovo pre-conflitto era una regione abbastanza ricca (secondo gli standard Jugoslavi) con numerose fabbriche, come la Zastava, la Slovena Gorenje, un'agricoltura florida e qualche zona mineraria a sud di Mitrovica. Ora è tutto distrutto e quello che non è distrutto è abbandonato, mentre delle privatizzazioni promesse dalla Kta (Kosovo Trust Agency) non se ne vedono ancora i risultati. Le strutture industriali sono depredate ogni notte da bande di cittadini, che smontano ogni singolo bullone, staffa o tondino per rivenderli come ferrovecchio a compagnie di tramite che lo rivendono a loro volta alle fonderie nella maggioranza dei casi albanesi.

Il ministero delle Finanze e dell'Economia kosovaro, sommando ai dati ufficiali anche quelli provenienti dalla economia sommersa, fornisce una cifra di 325.400 persone impiegate, la maggior parte delle quali in agricoltura (141.800). Confrontando il dato con quello della popolazione kosovara in età lavorativa (circa un milione di persone), emerge che due persone su tre non hanno lavoro. Anche nella gestione economica e lavorativa il Kosovo è una terra dai mille contrasti, divisa tra la cultura contadina dei villaggi, quella che ogni mattina porta al pascolo, tenendole al guinzaglio, le uniche due mucche che possiede e quella giovane - urbanizzata - che vede il futuro di un Kosovo HiTech e pieno di risorse turistiche ed economiche, a metà tra Silicon Valley e la Svizzera.

Attualmente le attività più fiorenti risultano essere quelle legate alla ristorazione, con gli onnipresenti burektore (rivendita di Burek, torta millefoglie salata con ripieno di formaggio o carne) e l'abbigliamento, con centinaia di negozi che vendono dall'abbigliamento tradizionale all'ultima moda (contraffatta) europea. Proprio i falsi forniscono un non indifferente aiuto all'economia kosovara. E' possibile trovare falsi, anche di buona qualità, dappertutto, con una preferenza per il software, la musica e i film pirata. Intorno alle principali basi Kfor o nelle grandi città, vicino alle sedi di Unmik, è possibile trovare dagli ultimi software, gestionali, ludici o antivirus, film in Dvd delle prime visioni europee, passando ovviamente dai Cd di musica italiana e inglese, all'abbigliamento casual Diesel, sportivo Adidas e Nike, o gadget da Formula 1 marca Ferrari e Williams.

Anche l'edilizia è in continua espansione. Ai lati delle principali vie di comunicazione interne è possibile vedere centinaia di nuovi edifici, alcuni appena terminati altri lasciati a metà da tempo, alcuni con piani superiori che si aggiungono altri che crescono come funghi. Costruire una casa in Kosovo costa pochissimo: la manodopera è a buon mercato e i materiali da costruzione sono reperibili in natura. Come la sabbia o il brecciolino caricati autonomamente nei letti dei fiumi. Il pagamento delle tasse è previsto su questo tipo di materiale, ma nessuno paga e nessuno controlla. Per il legname vale lo stesso discorso, sia per il legname da costruzione sia quello da riscaldamento viene tagliato senza nessun controllo.

A poco sono valsi gli sforzi di Unmik Police, Kfor e della Forestry Authorithy: ogni giorno centinaia di taglialegna salgono sulle montagne di Decani ai passi di Cafa Morina e Cafa Prushit, disboscando decine di ettari di bosco al mese. Alcuni sono anche armati e organizzati. Mentre una parte di essi taglia la legna, altri circondano vaste aree di bosco con un servizio di sorveglianza e deterrenza in funzione anti guardie forestali e polizia. Nel 2004 a causa del taglio della legna sono morte due guardie forestali, le quali, disarmate e senza mezzi di locomozione, tentano ogni giorno di contrastare un fenomeno criminale che rende più del commercio di armi. Armare ed equipaggiare le guardie forestali (come in Italia) non rappresenta una priorità né per il governo kosovaro né per Unmik. Sarà troppo tardi quando le montagne franeranno, come già accade a causa del disboscamento.

L'agricoltura non contribuisce allo sviluppo. Centinaia di ettari di terreno coltivato con viti, ormai di nuovo selvatiche, giacciono abbandonati dai loro proprietari serbi, che dall'altra parte della barricata vivono accerchiati in enclavi dove acqua e luce sono discontinui, dove si può uscire solo se scortati dalla Kfor, dove non è possibile reperire quasi nulla perché i pochi negozi non ricevono regolari forniture di merce. Si allevano maiali e ci si mantiene con l'orto dietro casa, senza dimenticare la distillazione dell'onnipresente slivovica, il tutto a lume di candela e non perché sia romantico.

Il disastro economico e lo stile di sopravvivenza kosovaro riporta alla politica: se si confrontano i programmi politici di tutti i partiti, nessuno di loro spiega chiaramente come ristrutturare l'economia kosovara. In tutti i programmi l'economia è citata ma nessuno offre alternative esatte, chiare e concrete o come uscire fuori dal collasso economico che è in corso, ma tutti puntano il dito contro il socialismo ex-Jugoslavo, le mancate privatizzazioni che Unmik aveva promesso e la mancata indipendenza. La risoluzione del problema non è semplice.

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